Eventi

Note a margine del Convegno sulle “Tecniche corporee in terapia istituzionale” della Scuola di psicoterapia istituzionale

April 3rd, 2010

di Maura Rossi

Alcune considerazioni fatte in apertura di convegno da Giandomenico Montinari mi hanno suscitato collegamenti alle terapie corporee.

Mi riferisco sia alle terapie corporee dei fondatori, quali Reich e Lowen (basate sull’identità funzionale mente/corpo), sia ad approcci provenienti da altre culture, come l’agopuntura, sia a forme relativamente recenti come l’osteopatia, per il loro comune fondarsi sulla possibilità di riattivare nel corpo, “riavviando un processo che si era interrotto”, risorse ed energie che erano rimaste segregate, come nelle contratture muscolari croniche, segno di reazione difensiva al dolore, che col tempo mantengono vivo il circuito della sofferenza.

Mi riferisco a questi approcci anche per quanto riguarda un altro aspetto che li accumuna nella visione del corpo, il riconoscimento del suo essere, in quanto vivo, continuamente percorso da piccole, come nell’attività cellulare, e grandi, come nel respiro o nel battito cardiaco, pulsazioni.

La vita è percorsa da ritmi, come diceva il musicoterapeuta Gaggero, in fine giornata, ed è importante sapere “con quale ritmo il paziente arriva da noi”.

La rilevanza data da Montinari all’alternanza fra la dimensione materna e quella paterna nell’esperienza del paziente in Comunità, funzionale a una maggior definizione del confine fra mondo interno e mondo esterno, a una sua chiarificazione sempre più fine, mi ha fatto pensare dapprima proprio al movimento pulsatorio.

Ad esempio, la veglia che si alterna al sonno è una pulsazione, fra interno ed esterno, come pure l’alternanza fra momenti di condivisione e momenti di ritiro individuale.

Un’altra connessione mi viene con l’immagine fornita da Montinari (e mi scuso per l’estrapolazione) della psiche dello psicotico, come risultato di un’esplosione che ha lasciato sul terreno pezzi di normalità e lacune che vengono colmate in modo non coerente o discontinuo.

La connessione è con un’immagine del corpo sottolineata dall’osteopatia: la rete tridimensionale del connettivo che arriva dappertutto, anche tra le cellule.

Non a caso le contratture muscolari croniche comportano un incremento del connettivo, che conserva ciononostante una sua plasticità.

Il connettivo non è soltanto il tessuto di sostegno per eccellenza, è anche una grande rete capace di mantenere “collegato” tutto il corpo.

L’osteopatia, ma anche altre tecniche di lavoro col corpo (per esempio il massaggio Points and positions praticato da Will Davis) sfruttano la sua plasticità e la strutturazione in rete.

Il principio è che, da qualunque punto noi stimoliamo il corpo, questo stimolo, se applicato in modo opportuno, può raggiungere la parte sofferente e contratta difensivamente.

Il corpo funziona quindi come un sistema totalmente comunicante con parti disfunzionalmente comunicanti da far tornare gradualmente a comunicare col tutto.

Mi piace associare l’idea di Montinari sulla psicosi come esplosione frammentante della psiche all’idea che nelle contratture consolidate del corpo sopravvivano, come isolati, pezzi di vita somatopsichica che possono essere gradualmente contattati e ricollegati al tutto in modo armonico.

Toccando il paziente non ci limitiamo soltanto a stimolare, attiviamo anche l’apprendimento implicito, procedurale: nelle nostre più antiche relazioni abbiamo appreso, attraverso le nostre reazioni muscolari e neurovegetative, qualcosa che oggi può essere ricontattato e cambiato.

Toccando il paziente tocchiamo non solo ciò che lui è e ciò che lui è stato, ma anche la relazione preverbale che lo ha portato a strutturare le difese che tutt’oggi utilizza per proteggersi e possiamo fargli sperimentare anche una per lui inedita relazione preverbale, utile a colmare proprio le lacune fra frammenti di cui parlava Montinari.

Il punto cruciale è capire se, quando (ad esempio, in quale momento della sua pulsazione) e come (quali parti stimolare e quali no, con quale intensità del tocco ecc) toccare il corpo della persona.

Altri due aspetti sperimentati da Montinari nell’applicazione di tecniche corporee richiamano due capisaldi degli approcci corporei: la sensazione di “contatto puro” e “l’intenzione” di curare col tocco.

Credo che entrambi esprimano la qualità del contatto attraverso il corpo, con una profondità pregenitale, neonatale e un tenero accudimento.

Gli approcci corporei si articolano in un lavoro continuo di alternanza paterno/materno, interno/ esterno, ecc

In particolare, a differenza delle maggior parte delle terapie verbali, in esse la componente di cura del benessere è basilare.

Non a caso, accanto alla metodologia terapeutica in senso stretto, hanno sviluppato percorsi di “esercizio” (le Classi di esercizi di Lowen, ad esempio) che, lungi dall’essere delle attività ginniche soltanto per tenere il corpo in forma, favoriscono lo sviluppo della consapevolezza del corpo, riconoscendolo nelle sue espressioni vitali, lievi o intense che siano; e come dimenticare il Butterfly massage di Eva Reich, dedicato amorevolmente alle donne gravide e ai loro bambini, ma anche tanto utile nell’adulto.

Questo è un punto di contatto importante con lo spirito espresso da Elena Giordano rispetto alla psicomotricità: non perseguire una “buona esecuzione del gesto”, ma vedere nel gesto “una possibilità” di espressione, nei tempi e nei modi possibili per quella persona nel suo particolare momento di vita.

Mi sembra così importante e confortante la conclusione, con decine di anni di lavoro (l’esperienza svizzera della Fondation de Nantes ha avuto orgine nel 1940, quella di Montinari coi Pacs dura da oltre 10 anni), che le terapie fisiche hanno abbattuto significativamente l’uso degli psicofarmaci anche nell’emergenza psichiatrica, tanto che i pazienti, anche i più gravi, le richiedono e le gradiscono e che vengono essi stessi coinvolti nel dare il contatto ad altri pazienti.

Anche se “estremo”, come nelle drammatiche esperienze descritte da Maurizio Marcenaro, il corpo offre un canale di comunicazione quando ogni altra via è preclusa, anche quando è innavvicinabile per la sofferenza che lo paralizza: ci parla con le sue posture, le sue contorsioni, le deformità espressive del viso, che, se il contatto e “sufficientemente buono”, si allentano svelando possibilità inaspettate.

Questo è l’insieme di suggestioni e collegamenti conseguenti che ho raccolto al Convegno.

C’è una grande ricchezza di lavoro corporeo, in tante forme, dalle più strutturate alle più sfumate, proprio qui, nel nostro territorio e spero si riesca a creare un momento di confronto e scambio per mettere in comune questa ricchezza e alimentarla di continue osservazioni ed esperienze.

Le ragioni del cuore: risanare le emozioni, risanare la nostra vita

February 15th, 2010

Perché lavorare su di sé con un approccio esperienziale

di Claudia Panìco

Il cuore ha ragioni che la ragione non conosce

(Pascal)

Perché lavorare su di sé con un approccio corporeo esperienziale?

Perché partecipare a percorsi di gruppo e/o a sessioni di Respirazione Olotropica?

Come funzionano queste terapie ?

Che cosa mi piace, che cosa ho trovato e trovo utile ed efficace in questo tipo di approccio alla psicoterapia?

Provo a riflettere su queste domande che clienti, oppure persone interessate in generale alla terapia, mi pongono frequentemente. Non vogliono essere parole strettamente tecniche, ma riflessioni, qualche cosa che parte dalle esperienze che ho fatto nella mia vita.

Fin dalle mie prime esperienze nel campo della terapia, sono stata attirata da modalità che permettevano l’auto esplorazione. Non volevo ricevere “consigli” o “ricette”, ma trovare qualcuno esperto nel sentiero del cambiamento, che potesse stare al mio fianco mentre anche io lo percorrevo. Desideravo essere più felice e provare meno difficoltà e sofferenza nella mia vita quotidiana, avere rapporti con gli altri più soddisfacente, sentirmi meno sola e intimidita.

Nella ricerca di una via che mi aiutasse a raggiungere questi obiettivi, ero molto attirata dalla teoria di Jung, e cercavo un analista junghiano con cui iniziare un’analisi. Stavo ancora studiando alla facoltà di Psicologia all’università, ma avevo lasciato Padova per ritornare a Genova, mia città natale.

Proprio in quel periodo, incontrai un vecchio amico che mi invitò ad una conferenza nella quale sarebbe stata presentata una terapia con approccio corporeo transpersonale. Incuriosita ci andai, e partecipai a una serata in cui per la prima volta nella mia vita qualcuno parlava di come mi sentivo e mi offriva una possibilità di cambiamento.

Per la prima volta ascoltavo qualcuno che diceva che il modo in cui ero nata aveva avuto un’importanza per il mio modo di strutturarmi, e che continuava ad agire.

Per la prima volta facevo l’esperienza del mio corpo non solo come parte del sentirmi prigioniera del malessere, ma anche come via della liberazione.

Per la prima volta la dimensione spirituale mi veniva porta come uno degli aspetti dell’uomo, e scoprivo che esistevano psicologi che rispettavano, studiavano e utilizzavano le tecniche spirituali orientali e occidentali.

In tutti gli anni di lezioni universitarie seguite non avevo mai fatto un’esperienza di me che fosse più incoraggiante, e non avevo mai sentito delle parole che mi suonassero così convincenti.

Decisi quindi di iscrivermi al ciclo di seminari proposti e verificare se davvero potesse essere una strada di esplorazione e guarigione adatta a me.

Così è cominciata la mia personale avventura di scoperta del mondo interiore attraverso la psicoterapia a orientamento corporeo transpersonale, che continua tutt’ora ed è diventata anche il modo in cui lavoro. Molti anni sono passati, e il mio entusiasmo e l’apprezzamento per l’approccio esperienziale al cambiamento e al benessere psicologico non sono venuti meno, ma sono affiancati anche dalla verifica dell’esperienza.

In che modo ci possono aiutare gruppi o una terapia esperienziale? Il primo punto per me significativo è l’autoesplorazione. Il terapeuta o il facilitatore offre un contesto sicuro, delle opportunità per fare esperienze salutari di sé, nei pensieri, nelle relazioni, nelle emozioni e nelle sensazioni corporee. Offre degli strumenti e delle strategie, ma non si sostituisce alla persona. Attraverso quest’esperienza è possibile

  • Scoprire qualche cosa di nuovo su di sé, attraverso ricordi o immagini che emergono, oppure attraverso sensazioni corporee nuove, oppure attraverso un’interazione differente da quella abituale con gli altri membri del gruppo e il terapeuta.

  • Attraverso il lavoro corporeo, l’uso del respiro, i movimenti, il suono nella stanza, viene sviluppato uno stato psicofisico nel quale la mente lineare, razionale, con i suoi meccanismi difensivi, non è dominante (pur rimanendo presente). Possiamo definirlo uno “stato non ordinario di coscienza”, in cui possono emergere modalità di pensiero e di funzionamento psicofisico che permettono e facilitano una riorganizzazione psichica nella direzione di maggior armonia, equilibrio e integrazione di contenuti inconsci.

  • Sviluppare intuizioni e relazioni di significato tra ciò che si è sperimentato nell’esperienza, il proprio funzionamento abituale, e la propria storia (gli accadimenti della propria vita, le relazioni precoci, ecc) e i propri sintomi

  • Il nostro bambino interiore riprende la sua crescita. Le modalità corporee, emotive e di pensiero che limitavano il piacere di vivere si sciolgono, cambiano e nella nostra vita c’è sempre meno sofferenza, mentre sviluppiamo sempre più equilibrio, grazia e gioia di vivere.

Il parlare del processo di cambiamento porta al secondo punto importante: l’autovalidazione.

Il terapeuta è lì per offrire un contesto e una mappa il più ampia possibile di quello che l’esploratore di sé potrebbe incontrare, per aiutare la persona a sciogliere i blocchi o superare gli ostacoli che incontrerà nel processo, e perché l’esplorazione sia sicura. Favorisce l’emergere dei vissuti che aiutano nella guarigione e nella crescita emotiva. Aiuta a identificare e a riconoscere che significato ha ciò che si sta provando ma non si sostituisce alla persona.

La persona che fa l’esperienza, attraverso la propria esplorazione riconosce che processo avviene dentro di sé, e ne riconosce il significato. E la comprensione non sarà una comprensione intellettuale, ma che passa attraverso l’esperienza.

Che differenza! Un conto è ascoltare qualcuno che ci descrive il gusto della fragola, un conto è mangiarla noi stessi e provare la sua fragranza!

Questo è il terzo punto, lo stato di coscienza in cui ci si trova nel processo di guarigione. Normalmente, nella nostra vita quotidiana, facciamo esperienza di noi stessi e del mondo attraverso la mente lineare. Gli stimoli sensoriali arrivano alla mente, che li elabora e ce ne dà il significato. Tutto bene, se si tratta di stimoli sensoriali esterni. O se si tratta di elaborare un problema matematico.

La nostra mente logica e lineare però non ci può aiutare quando entrano in gioco le emozioni.

Perché la salute psichica è legata alle ragioni del cuore.

Infatti la psiche umana funziona in profondità proprio in base alle emozioni. Il nostro funzionamento psichico è organizzato in base a ciò che proviamo, non in base a ciò che pensiamo….. e per stare meglio bisogna riuscire a cambiare ciò che proviamo, mentre la mente lineare che opera a un livello molto più superficiale non può farlo.

Dobbiamo usare un altro modo …..e questo modo esiste.

Infatti la coscienza umana, la mente, non segue esclusivamente la logica lineare, ma opera anche secondo altre modalità di funzionamento, che vengono chiamati “stati non ordinari di coscienza” poiché nella nostra società la maggior parte delle persone adulte li usa consapevolmente molto poco. La maggior parte delle persone non sa neppure di possedere queste altre modalità.

Alcuni degli stati non ordinari di coscienza sono comuni, e li abbiamo provati tutti, sono per esempio il sonno e i sogni, oppure l’intuizione, oppure la creatività.

Altri lo sono meno, per esempio la trance, oppure lo stato meditativo profondo.

Culture differenti dalla nostra li conoscono bene, e hanno sviluppato una vera e propria conoscenza scientifica a riguardo. Grazie ad essa hanno sviluppato le “tecniche del sacro”, metodologie che attivano la naturale capacità dell’essere umano di sviluppo e di “autoguarigione” anche a livello psichico, capacità analoghe a quelle che il nostro corpo usa quando rimargina una ferita.

Sessione dopo sessione, gruppo dopo gruppo, grazie all’attivazione del nostro “guaritore interno” emergono dalla nostra psiche i contenuti inconsci che siamo pronti ad esplorare, risolvere ed integrare nella nostra coscienza.

Potrebbe avvenire rivivendo ricordi dolorosi o eventi traumatici, e guarendo le emozioni legate ad essi che vengono finalmente sciolte e non pesano più su di noi, lasciandoci più liberi e più leggeri.

Oppure potrebbero emergere e risolversi emozioni ed energie risalenti a periodi precocissimi della nostra vita, alla nostra nascita o addirittura al periodo della gravidanza, che tuttavia ancora ci condizionano.

Affrontare questo territorio antico e ferito è delicato, ma è molto remunerativo: la nostra maturazione emotiva riprende, e noi diventiamo sempre più adulti, ma finalmente con il cuore leggero dei bambini.

Bibliografia essenziale:

Jules Grossman, Vivere e amare, ed. Crisalide

Willi Maurer, La prima Ferita, ed. AAMTerranuova

W. Maurer, Il senso si appartenenza, ed. Terranuova

A. Maslow, Verso una psicologia dell’essere, ed. Astrolabio

D. Boadella, Biosintesi. L’integrazione di azione sentimento e pensiero, ed. Astrolabio

Stan Grof, La Mente Olotropica, ed. Red

Stan Grof, Psicologia del futuro, ed. Red

Claudia Panico,psicologa e psicoterapeuta ad orientamento corporeo e transpersonale, facilita la crescita personale attraverso percorsi individuali e di gruppo.

Lavora a Genova dal 1990

Per contatti:
Associazione Il Cerchio della Vita
via Bertora 2/6,
tel. 010.813.812
www.claudiapanico.com
www.cerchiodellavita.org

L’analisi bioenergetica e Al Lowen

January 6th, 2010


L’analisi bioenergetica nasce negli Stati Uniti negli anni ’50 grazie a Alexander Lowen. Le sue origini, sempre molto sottolineate dalla gratitudine che Lowen provava per Reich, sono appunto, quelle reichiane. Lowen riprende l’idea di Reich dell’importanza centrale della respirazione come regolazione, implicita e non consapevole, delle emozioni, riprende l’idea dell’organizzazione caratteriale delle difese, e il concetto basilare dell’identità funzionale mente-corpo. Un concetto quanto mai attuale e confermato, oggi, dalle neuroscienze. L’identità funzionale mente-corpo è alla base di tutta la clinica della psicoterapia corporea e afferma che ciò che avviene a livello psichico ha un corrispettivo corporeo a livello fisico. Un corrispettivo corporeo che serve a mantenere “stabile” il contenuto psichico. Per questa ragione non è sufficiente lavorare solo sul contenuto psichico: il cambiamento deve corrispondere anche ad una modifica delle difese corporee altrimenti non può cambiare la qualità della vita.

Rischiamo cioè di “essere consapevoli” solo intellettualmente dei nostri problemi ma non liberi di vivere pienamente la propria vita. L’attenzione alla qualità della vita, alla necessità di “essere pienamente vivi” diventa poi il tema centrale di Lowen e disegna tutto il suo percorso professionale. “Tutte le tensioni sono letteralmente un aggrapparsi alla vita. Non importa quali siano i muscoli interessati in questo processo – dice Lowen – ogni tensione è parte di un modello totale, che costituisce la struttura caratteriale e che si propone di assicurare la sopravvivenza dell’individuo”.

Le difese sono, quindi, la nostra “soluzione migliore” alle difficoltà che abbiamo incontrato, temiamo di abbandonare le nostre difese e non possiamo farlo solo attraverso la consapevolezza intellettuale. Abbiamo bisogno di avere un “esperienza” diversa di noi stessi e delle relazioni, per poterci permettere il cambiamento. “Ogni tensione cronica nel corpo è una paura della vita, una paura di lasciarsi andare, una paura di essere” (Lowen in “Paura di vivere”). Per questa ragione non possiamo trattare il lavoro corporeo come una semplice tecnica che ripristina l’equilibrio perduto, che “ripara” meccanicamente la ferita subita. Dobbiamo tenere conto, tenere in primo piano, le nostre emozioni e rispettare il fatto che qualsiasi cambiamento avviene entro ilimiti tollerabili sul piano corporeo e sul piano emotivo. Limiti che sono, in parte autoregolati e in parte regolati interattivamente. Noi funzioniamo infatti come un sistema che cerca di mantenere un equilibrio, attraversando fasi di disordine o confusione. I processi di ristabilimento dell’equilibrio vengono definiti in modo autoregolatorio ma anche in modo interattivo perché un ambiente empatico ci permette di rischiare di più e di “sciogliere” e “lasciar andare” blocchi e tensioni.

Sentire, o riportare a sentire, può essere un processo doloroso, può far emergere paure dimenticate ed emozioni rimosse. Non possiamo dimenticare che il corpo è la nostra stessa vita, noi stessi, non la nostra parte “meccanica”. Ci siamo resi insensibili nel corpo per non sentire dolore. Il carattere, dice Lowen, è il modo con cui organizziamo le nostre difese allo scopo di proteggerci dal ripetersi delle ferite che abbiamo già ricevuto.

Il paradosso sta nel fatto che in questo modo siamo noi stessi a creare delle risposte che producono il ripetersi delle stesse ferite. Per esempio, se ci ritiriamo per proteggerci dal rifiuto che abbiamo subito è molto probabile che avremo una modalità “ritirata” di relazionarci e, in questo modo, correremo il rischio di ripetere situazioni nelle quali veniamo rifiutati.

Le nostre difese sono come dei gusci che costruiamo per proteggerci e che rischiano di soffocarci. Il cambiamento avviene quando il guscio si rompe. E’ questa rottura che permette l’apertura costituita da una nuova intuizione su di noi. Solo l’accettazione di chi siamo e di ciò che c’è stato nel nostro passato permette al guscio di rompersi o di sciogliersi. Se lottiamo contro il nostro passato lottiamo per essere diversi da chi siamo, non facciamo altro che dare nuova energia ai nostri blocchi e alle nostre difese.

Arrendersi al corpo significa sentire, pienamente, anche il dolore della ferita. In questo modo i traumi possono guarire, lasciando forse qualche cicatrice ma non di più. La salute emotiva, dice Lowen, può essere raggiunta solo attraverso una consapevolezza e una accettazione di sé. Lottare per cambiare ha come conseguenza il rimanere coinvolti più profondamente nel destino che si cerca di evitare. Come mai, si domanda Lowen, se ci tagliamo, il corpo si rimargina spontaneamente e se riceviamo una ferita emotiva spesso i segni rimangono molto a lungo? Se ci tagliamo abbiamo fiducia che il corpo saprà riparare la ferita. Se riceviamo una ferita emotiva spesso ci preoccupiamo più dell’evitare che ferite simili possano ripetersi che del processo di guarigione.

Questa mancanza di fiducia è espressione della nostra paura di vivere e, volendo proteggerci, ci fa ammalare. Ammalare di paura. La paura diventa poi un tratto corporeo stabile. Struttura un ritiro fisico e relazionale. Ci fa temere il peggio: anziché guardare con curiosità e apertura verso il nuovo che può arrivare, ci teniamo in disparte, bloccati. Questo “tenersi” è una forma di controllo delle sensazioni, di cui perdiamo la consapevolezza, e impedisce alle nostre sensazioni di trasformarsi in risposte e movimenti. Sebbene il tenersi sia inconscio, i muscoli volontari che usiamo sono sotto il controllo dell’Io e del Super-Io. Non “ci lasciamo essere”: il processo terapeutico ha lo scopo di lasciar andare queste azioni inibitrici. Con la terapia il paziente impara a sciogliere il fare che blocca il flusso. Non è un modo per imparare come essere ma come non fare. Il compito della terapia, allora, è di aiutare una persona a mettersi in contatto con le sue sensazioni, accettarle e, alle condizioni opportune, permettere loro di portarle all’azione. Rinunciando a “tenersi” otteniamo la padronanza di noi stessi, una padronanza che può prendere il posto del controllo dei nostri impulsi.

Per arrivare a contattare la radice delle nostre difese e scioglierle in modo rispettoso dei processi di autoregolazione e regolazione interattiva, il lavoro corporeo è fondamentale. La radice delle nostre difese è una tensione, che Lowen chiama “paura di vivere”. Non è una paura che si associa a contenuti specifici della nostra storia ma è l”implicito” delle nostre giornate. E’ una qualità di paura che tiene il corpo contratto, ritirato nel blocco muscolare, “nel fare per non essere”, che non ci permette di protenderci agli altri.

Il cambiamento, per essere davvero terapeutico, deve essere un processo il più possibile simile alla crescita. Qui Lowen avanza una distinzione, molto significativa dal punto di vista clinico, tra “flusso” e “spinta” che associa alla distinzione tra “essere” e “fare”. Il “fare” non implica né determina sensazioni, anzi può inibirle o bloccarle, mentre l’essere si identifica con le sensazioni. L’analisi bioenergetica cerca un fare che includa le sensazioni, che sia un fluire auto-espressivo che derivi dal proprio mondo interno. Il cambiamento terapeutico, per assomigliare alla crescita, deve essere espressione di un flusso e non il risultato di una spinta, di una ristrutturazione cognitiva o di una manipolazione corporea che la persona subisce ma non condivide.

Le azioni di una persona sana – prosegue Lowen – mostrano un sottile equilibrio tra l’essere e il fare, la sensazione e il pensiero, la spontaneità e la risposta deliberata. La piena armonia tra l’Io e il corpo, tra l’Io e l’Es portano ad un movimento che è spontaneo e con padronanza di sé insieme.

Rinunciando a “tenersi” la forza del nostro Io aumenta e le sensazioni represse vengono integrate nella nostra personalità.

Nicoletta Cinotti

L’Approccio Energetico in Psicoterapia (di Giovanni Colombo)

October 9th, 2009

A cento anni dalla nascita di Wilhelm Reich viene spontaneo chiedersi quali aspetti del suo imponente lavoro, che ha spaziato per oltre 40 anni nei campi più diversi, dalla Psicoanalisi alla biologia, dalla sociologia alla fisica, dalla medicina alla metereologia, siano effettivamente stati integrati nelle varie discipline, e come.

Quale effetto ha avuto la sua innovativa opera di scienziato naturalista sui rapporti tra i vari ambiti scientifici e come la società in generale ha metabolizzato le sue scoperte?

Dalla sua morte nel ‘57 e poi soprattutto negli anni ‘60 e ‘70 il movimento reichiano ha avuto un’espansione notevole con la nascita di numerosi istituti, scuole, associazioni, centri che a partire soprattutto dagli Stati Uniti hanno diffuso, rielaborato, arricchito e in alcuni casi impoverito l’approccio reichiano. Alcuni esempi tra i più conosciuti sono: il Collegio degli Orgonomisti, l’Istituto di Bioenergetica e l’Istituto Radix.

Altri illustri indirizzi psicoterapeutici e non, hanno attinto in modo cospicuo dalle tematiche e dalla impostazione terapeutica di Reich come ad esempio la Terapia della Gestalt (Pearls fu analizzato da Reich) ed il Rolfing, ma questi sono solo i più conosciuti. Anche in Europa ed in Italia abbiamo avuto una diffusione notevole dell’opera e dell’impostazione reichiana attraverso scuole, istituti, associazioni e pubblicazioni,che in alcuni casi in modo ortodosso, ed in altri in modo più innovativo o mediato, hanno contribuito ad una diffusione dei contenuti e dell’utilizzazione di tecniche psicocorporee.

Da più di un decennio esiste un’Associazione Europea di Psicoterapia Corporea che si riunisce ogni due anni a congresso.

Sulla base di questi dati è più che evidente quanto il movimento reichiano sia stato attivo, produttivo e creativo di nuove impostazioni, revisioni delle vecchie, fusioni di impostazioni diverse all’interno dello stesso approccio psicocorporeo nel corso di pochi lustri. Ma non solo, oggi l’utilizzazione del corpo in ambito psicoterapeutico, analitico, diagnostico, nel lavoro con i gruppi, e addirittura nel campo della psicologia del lavoro (selezione del personale, orientamento e consulenza aziendale, ecc.) è una realtà sempre più radicata.

Psicoterapeuti di orientamento analitico o junghiano introducono sempre più nel proprio bagaglio professionale tecniche e “visioni” provenienti dall’orientamento psicocorporeo; nel lavoro coi gruppi, poi, è ormai la prassi utilizzare tecniche di movimento, suono, rilassamento, espressione emotiva mutuate spesso da tecniche neoreichiane.

E’ indubbio che il movimento reichiano abbia contribuito grandemente (assieme alle discipline orientali) all’introduzione nella cultura moderna dell’utilizzazione del corpo in tutto ciò che si considera lavoro “sulla” e “per” la persona.

Ma quanto le cose stanno veramente così?

E cioè, quanto dell’originale opera di Wilhelm Reich possiamo ancora ritrovare in queste impostazioni, e, soprattutto a “quale Reich” si rifanno i vari approcci?

Si rifanno al Reich della prim’ora, per il quale il lavoro sul corpo era utilizzato come una tecnica tra le altre, all’interno di una impalcatura psicoanalitica? O al Reich successivo, creatore dell’orgonoterapia, per il quale l’attenzione era soprattutto rivolta alle tensioni muscolari e alla scarica emotiva/terapeutica? O ancora all’ultimo Reich, attento ormai esclusivamente a processi energetici fondamentali e universali come i movimenti espressivi e la pulsazione organismica profonda?

In questo articolo intendo illustrare come i concetti energetici del Reich più recente siano stati spesso ampiamente sorvolati, male interpretati o completamente rimossi, non solo da chi ha introdotto il lavoro sul corpo all’interno degli ambiti più vari, ma anche da molti approcci all’interno del movimento reichiano stesso.

E come, invece, partendo da una prospettiva più puramente energetica l’integrazione tra tecniche ed impostazioni diverse risulta estremamente semplificata.

Nel suo scritto “Superimposizione cosmica”, lo scritto più tardo, Wilhelm Reich illustra in modo dettagliato il concetto di pulsazione, e cioè un movimento continuo e alternato di espansione e contrazione caratteristico di tutti gli esseri viventi.

La fondamentale pulsazione energetica consiste in un flusso che dal centro si muove verso la periferia

per poi invertire la direzione per rifluire in profondità nuovamente verso l’interno e il nucleo vitale del sistema. Questo, molto semplicemente e in sintesi è la formulazione reichiana più recente della pulsazione energetica. In realtà un concetto apparentemente molto simile era gia stato sviluppato da Reich molti anni prima, all’inizio del suo lavoro, con riferimento alle emozioni fondamentali in esseri unicellulari come l’ameba. Infatti, in una delle sue prime pubblicazioni, “Sessualità e angoscia” descriveva l’espansione degli organismi viventi come il movimento espressivo del piacere, e la contrazione come un ritiro dal mondo determinato da condizioni sfavorevoli nell’ambiente esterno e quindi dall’angoscia. Dall’ameba all’uomo, e in tutte le forme viventi intermedie nella scala evolutiva, espansione (o periferizzazione dell’energia) e contrazione (riflusso dell’energia all’interno dell’organismo) esprimono rispettivamente piacere e angoscia.

La schematizzazione piacere = espansione, angoscia = contrazione, ancora oggi valida e indiscutibile, tracciava, però, un quadro limitato rispetto all’idea più ampia di pulsazione del Reich successivo.

L’incompletezza del quadro così delineato ha determinato nella storia della terapia reichiana una eccessiva enfatizzazione della fase espansiva della pulsazione, e quindi della scarica emotiva energetica come evento di per sé terapeutico.

Ciò che voglio dire è che, nonostante Reich abbia, nei suoi scritti più recenti presentato una concezione più ampia e bilanciata della pulsazione, sia le tecniche elaborate che la comprensione diagnostica e gli approfondimenti teorici, in molti approcci reichiani, ancora oggi rimangono legati ad uno schema che privilegia l’espressione emotiva e la scarica energetica, piuttosto che la fase di riflusso/contrazione dell’energia attribuendole una connotazione solo negativa, come se il rifluire dell’energia all’interno dell’organismo fosse sempre e solo accompagnato da una contrazione o da una chiusura della persona e quindi di per sé non auspicabile.

In realtà, dall’originale descrizione della pulsazione energetica fatta in “Sessualità e angoscia”, alla successiva riproposizione della pulsazione in “Superimposizione cosmica” (a qualche decennio di distanza), c’è una bella differenza!

Infatti nella sua riformulazione del funzionamento energetico, “espansione” e “contrazione”, “flusso” e “riflusso” non sono solo sinonimi di”piacere” e “angoscia”, ma assumono una rilevanza uguale e non esclusivamente positiva o negativa. Il riflusso energetico, in particolare viene messo in luce come una fase naturale, quindi fondamentale e necessaria nel metabolismo energetico dell’organismo e non necessariamente “spiacevole”. Senza considerare questi sviluppi più recenti del funzionalismo energetico, resterebbe ben poco spazio all’interno della terapia per esperienze di contatto profondo

con se stessi, mobilizzazione interna, profondo rilassamento, e per tutti quegli stati di tipo meditativo nei quali la persona può sperimentarsi nella dimensione di calma interiore, contatto risonante col proprio interno, rigenerazione e riorganizzazione. Alcuni sviluppi recenti in campo reichiano ad esempio, propongono un’impostazione nella quale viene certamente data un’importanza alla scarica energetica e alla fase di espansione, ma altrettanta ne assumono il riflusso, la capacità di contenimento e tolleranza della carica, l’integrazione dell’esperienza nella consapevolezza.

Questo modo di lavorare è tipicamente energetico. Qui gli aspetti emotivi, strutturali o psicologici della terapia non sono considerati centrali, ma sono compresi come manifestazioni del sottostante funzionamento energetico.

Agendo a questo livello più profondo si ottengono indirettamente modificazioni nella sfera delle emozioni, nella struttura fisica e a livello della consapevolezza. Un approccio puramente funzionale/energetico, si ispira alla comprensione delle funzioni energetiche nell’uomo, necessariamente quindi include le emozioni, la struttura fisica e la struttura psichica, ma non interviene in modo diretto e specifico su queste. Qui non è tanto interessante lavorare sulla relazione tra psiche e soma, per esempio, ma piuttosto con la loro relazione col funzionamento energetico più profondo. Indurre effetti energetici profondi significa determinare effetti indiretti su tutte le manifestazioni superficiali del funzionamento energetico come movimenti, emozioni, pensieri, sensazioni, contrazioni muscolari, fenomeni vegetativi, consapevolezza, memoria, ecc.

Lavorare per ottenere un riflusso dell’energia, e cioè una centralizzazione della carica e una scarica della periferia dell’organismo, significa approfondire i processi intervenendo direttamente al livello del funzionamento energetico e by-passando le sue manifestazioni superficiali.

Personalmente considero l’aspetto più interessante di questo approccio proprio la ridistribuzione della carica energetica dalla periferia al centro del sistema; questo processo ripetuto più volte ha l’effetto di drenare l’energia dalle aree più energeticamente sovraccariche e contratte del corpo, ciò non avviene attraverso una scarica all’esterno, ma privando queste aree della loro carica per ridistribuirla all’interno del sistema. In termini psicodinamici, tale processo energetico corrisponde ad un disinvestimento dell’esterno, ad un depotenziamento delle vecchie identificazioni, dei meccanismi di proiezione, di rimozione, di difesa in generale, e ad un investimento su sé stessi.

La finalità energetica di un processo terapeutico sta proprio nel ripristinare un flusso in profondità e dalla profondità, e cioè ciò che in termini psicologici chiamiamo identificazione con se stessi.

Durante questo processo gli affetti rimossi, i meccanismi di coazione a ripetere, le proiezioni e le identificazioni che ne derivano, vengono privati della loro energia, deenfatizzati.

Ciò che ci interessa in questo lavoro non è tanto la quota di energia che viene espressa all’esterno attraverso le libere associazioni o il transfert nella psicoanalisi, i suoni, i movimenti o le emozioni nella terapia reichiana, ma la parte di energia che, per effetto della mobilizzazione non viene più trattenuta in zone periferiche della personalità (e del corpo), ma può rifluire in profondità nel sistema, radicando la persona a se stessa. Così si crea un campo interno di energia, individuale e intimo che spesso per anni non aveva potuto alimentarsi proprio perché la maggior parte di energia era investita dal sistema nel continuo tentativo di esprimere all’esterno ciò che era rimasto inespresso e, contemporaneamente nella funzione opposta di impedirne l’espressione.

Cessata questa battaglia, il riflusso modifica completamente la distribuzione energetica nell’organismo e di conseguenza l’esperienza di sé e del mondo della persona. Nella mia esperienza il vero cambiamento nella vita delle persone si ha non tanto quando la persona può esprimere ciò che non aveva espresso, ma quando cessa di desiderare di esprimerlo; a quel punto le energie possono essere finalmente reinvestite sulla propria vita attuale, su di sé e sul proprio futuro.

In terapia ciò è talmente evidente da farmi ritenere che anche nelle terapie reichiane orientate alla scarica emotiva, ciò che determina il cambiamento della persona è in realtà il riflusso che si determina successivamente ed in conseguenza di una scarica, e non la scarica stessa, come si è spesso ritenuto. Perché allora affannarsi ad enfatizzare l’espressione di emozioni verso vecchi oggetti (genitori, famigliari,ecc.) fino a quando l’intensità emotiva non si esaurisce, il rapporto con l’oggetto non si risolve, e la persona può reinvestire su di sé, quando possiamo privare della loro energia quelle vecchie emozioni e indurre un investimento sul reale da subito lavorando con un rafforzamento delle risorse interiori della persona già dall’inizio?

Inoltre un simile approccio energetico mette in luce le potenzialità dell’utilizzazione di tecniche diverse (come la diretta manipolazione del corpo del cliente, l’uso del colloquio verbale e tecniche di consapevolezza) al solo fine di modificare il sottostante funzionamento energetico. Infatti la maggior parte degli approcci psicoterapeutici sembrano orientati a lavorare in modo quasi esclusivo sulla consapevolezza o sulla scarica emotiva, o sul carattere o sulla struttura fisica/posturale, sono cioè focalizzati prevalentemente su una sola manifestazione del sottostante processo energetico, con il rischio di riproporre al cliente esattamente la scissione mente/corpo per cui è giunto in terapia.

L’approccio di cui ho trattato, ritengo possa contribuire all’integrazione di tecniche e orientamenti diversi: lavorando sulla sola consapevolezza si perde lo “spessore” della fisicità, la concretezza del corpo e della scarica emotiva; il lavoro esclusivo sulla scarica catartica rischia di non integrarsi a livello della consapevolezza, il lavoro esclusivo sulla struttura fisica/posturale non cambia profondamente la persona. Il funzionamento energetico profondo sembra allora essere per lo meno un sicuro elemento unificante su cui intervenire …

Wilhelm Reich, poco ascoltato, lo disse.

Giovanni Colombo

Giovanni Colombo

Istituto di Analisi Funzionale

P.zza Cavour 24 – La Spezia

www.analisifunzionale.it
info@analisifunzionale.it

Il buddista riluttante: recensione

July 9th, 2009

V I A G G I O  D I  U N  O C C I D E N T A L E   A L L A   S C O P E R T A   D E L   B U D D I S M O

Edizioni Esperia

Conoscete dei buddisti “riluttanti”? Persone tendenzialmente attratte da questa filosofia di vita ma convinte che praticare il Buddismo sia qualcosa per gente stravagante, fantasiosa, che vuole in qualche modo differenziarsi e distaccarsi dalla cultura in cui è nata e cresciuta?

Se è così, Il buddista riluttante è la lettura adatta a loro.

William Wollard, autore e conduttore di trasmissioni televisive a carattere scientifico, ha usato lo stesso approccio che era abituato usare nel suo lavoro per dipanare la complessa rete della filosofia buddista.

Wollard, riluttante ad accettare la pratica buddista conosciuta tramite la sua compagna, vi si avvicinò con l’iniziale intento di “smontarla”, per convincere lei e se stesso che il Buddismo non potesse essere utile nella vita di un occidentale del XX o del XXI secolo: che fosse qualcosa di alieno e distante dalla nostra cultura e mentalità.

Invece, i parallelismi con le più recenti scoperte scientifiche, già intuite ed espresse in forma poetica dai pensatori buddisti del passato, e le vivide esperienze di pratica personali e delle persone con cui veniva in contatto, lo hanno infine convinto del contrario.

Ne è nato un libro per insegnare anche ad altri buddisti riluttanti a costruire una vita migliore e più soddisfacente sia per sé sia per gli altri, indipendentemente dalle circostanze.

Elisabetta Sacchi 
elisabettasacchi@libero.it