Eventi

L’analisi bioenergetica e Al Lowen

January 6th, 2010


L’analisi bioenergetica nasce negli Stati Uniti negli anni ’50 grazie a Alexander Lowen. Le sue origini, sempre molto sottolineate dalla gratitudine che Lowen provava per Reich, sono appunto, quelle reichiane. Lowen riprende l’idea di Reich dell’importanza centrale della respirazione come regolazione, implicita e non consapevole, delle emozioni, riprende l’idea dell’organizzazione caratteriale delle difese, e il concetto basilare dell’identità funzionale mente-corpo. Un concetto quanto mai attuale e confermato, oggi, dalle neuroscienze. L’identità funzionale mente-corpo è alla base di tutta la clinica della psicoterapia corporea e afferma che ciò che avviene a livello psichico ha un corrispettivo corporeo a livello fisico. Un corrispettivo corporeo che serve a mantenere “stabile” il contenuto psichico. Per questa ragione non è sufficiente lavorare solo sul contenuto psichico: il cambiamento deve corrispondere anche ad una modifica delle difese corporee altrimenti non può cambiare la qualità della vita.

Rischiamo cioè di “essere consapevoli” solo intellettualmente dei nostri problemi ma non liberi di vivere pienamente la propria vita. L’attenzione alla qualità della vita, alla necessità di “essere pienamente vivi” diventa poi il tema centrale di Lowen e disegna tutto il suo percorso professionale. “Tutte le tensioni sono letteralmente un aggrapparsi alla vita. Non importa quali siano i muscoli interessati in questo processo – dice Lowen – ogni tensione è parte di un modello totale, che costituisce la struttura caratteriale e che si propone di assicurare la sopravvivenza dell’individuo”.

Le difese sono, quindi, la nostra “soluzione migliore” alle difficoltà che abbiamo incontrato, temiamo di abbandonare le nostre difese e non possiamo farlo solo attraverso la consapevolezza intellettuale. Abbiamo bisogno di avere un “esperienza” diversa di noi stessi e delle relazioni, per poterci permettere il cambiamento. “Ogni tensione cronica nel corpo è una paura della vita, una paura di lasciarsi andare, una paura di essere” (Lowen in “Paura di vivere”). Per questa ragione non possiamo trattare il lavoro corporeo come una semplice tecnica che ripristina l’equilibrio perduto, che “ripara” meccanicamente la ferita subita. Dobbiamo tenere conto, tenere in primo piano, le nostre emozioni e rispettare il fatto che qualsiasi cambiamento avviene entro ilimiti tollerabili sul piano corporeo e sul piano emotivo. Limiti che sono, in parte autoregolati e in parte regolati interattivamente. Noi funzioniamo infatti come un sistema che cerca di mantenere un equilibrio, attraversando fasi di disordine o confusione. I processi di ristabilimento dell’equilibrio vengono definiti in modo autoregolatorio ma anche in modo interattivo perché un ambiente empatico ci permette di rischiare di più e di “sciogliere” e “lasciar andare” blocchi e tensioni.

Sentire, o riportare a sentire, può essere un processo doloroso, può far emergere paure dimenticate ed emozioni rimosse. Non possiamo dimenticare che il corpo è la nostra stessa vita, noi stessi, non la nostra parte “meccanica”. Ci siamo resi insensibili nel corpo per non sentire dolore. Il carattere, dice Lowen, è il modo con cui organizziamo le nostre difese allo scopo di proteggerci dal ripetersi delle ferite che abbiamo già ricevuto.

Il paradosso sta nel fatto che in questo modo siamo noi stessi a creare delle risposte che producono il ripetersi delle stesse ferite. Per esempio, se ci ritiriamo per proteggerci dal rifiuto che abbiamo subito è molto probabile che avremo una modalità “ritirata” di relazionarci e, in questo modo, correremo il rischio di ripetere situazioni nelle quali veniamo rifiutati.

Le nostre difese sono come dei gusci che costruiamo per proteggerci e che rischiano di soffocarci. Il cambiamento avviene quando il guscio si rompe. E’ questa rottura che permette l’apertura costituita da una nuova intuizione su di noi. Solo l’accettazione di chi siamo e di ciò che c’è stato nel nostro passato permette al guscio di rompersi o di sciogliersi. Se lottiamo contro il nostro passato lottiamo per essere diversi da chi siamo, non facciamo altro che dare nuova energia ai nostri blocchi e alle nostre difese.

Arrendersi al corpo significa sentire, pienamente, anche il dolore della ferita. In questo modo i traumi possono guarire, lasciando forse qualche cicatrice ma non di più. La salute emotiva, dice Lowen, può essere raggiunta solo attraverso una consapevolezza e una accettazione di sé. Lottare per cambiare ha come conseguenza il rimanere coinvolti più profondamente nel destino che si cerca di evitare. Come mai, si domanda Lowen, se ci tagliamo, il corpo si rimargina spontaneamente e se riceviamo una ferita emotiva spesso i segni rimangono molto a lungo? Se ci tagliamo abbiamo fiducia che il corpo saprà riparare la ferita. Se riceviamo una ferita emotiva spesso ci preoccupiamo più dell’evitare che ferite simili possano ripetersi che del processo di guarigione.

Questa mancanza di fiducia è espressione della nostra paura di vivere e, volendo proteggerci, ci fa ammalare. Ammalare di paura. La paura diventa poi un tratto corporeo stabile. Struttura un ritiro fisico e relazionale. Ci fa temere il peggio: anziché guardare con curiosità e apertura verso il nuovo che può arrivare, ci teniamo in disparte, bloccati. Questo “tenersi” è una forma di controllo delle sensazioni, di cui perdiamo la consapevolezza, e impedisce alle nostre sensazioni di trasformarsi in risposte e movimenti. Sebbene il tenersi sia inconscio, i muscoli volontari che usiamo sono sotto il controllo dell’Io e del Super-Io. Non “ci lasciamo essere”: il processo terapeutico ha lo scopo di lasciar andare queste azioni inibitrici. Con la terapia il paziente impara a sciogliere il fare che blocca il flusso. Non è un modo per imparare come essere ma come non fare. Il compito della terapia, allora, è di aiutare una persona a mettersi in contatto con le sue sensazioni, accettarle e, alle condizioni opportune, permettere loro di portarle all’azione. Rinunciando a “tenersi” otteniamo la padronanza di noi stessi, una padronanza che può prendere il posto del controllo dei nostri impulsi.

Per arrivare a contattare la radice delle nostre difese e scioglierle in modo rispettoso dei processi di autoregolazione e regolazione interattiva, il lavoro corporeo è fondamentale. La radice delle nostre difese è una tensione, che Lowen chiama “paura di vivere”. Non è una paura che si associa a contenuti specifici della nostra storia ma è l”implicito” delle nostre giornate. E’ una qualità di paura che tiene il corpo contratto, ritirato nel blocco muscolare, “nel fare per non essere”, che non ci permette di protenderci agli altri.

Il cambiamento, per essere davvero terapeutico, deve essere un processo il più possibile simile alla crescita. Qui Lowen avanza una distinzione, molto significativa dal punto di vista clinico, tra “flusso” e “spinta” che associa alla distinzione tra “essere” e “fare”. Il “fare” non implica né determina sensazioni, anzi può inibirle o bloccarle, mentre l’essere si identifica con le sensazioni. L’analisi bioenergetica cerca un fare che includa le sensazioni, che sia un fluire auto-espressivo che derivi dal proprio mondo interno. Il cambiamento terapeutico, per assomigliare alla crescita, deve essere espressione di un flusso e non il risultato di una spinta, di una ristrutturazione cognitiva o di una manipolazione corporea che la persona subisce ma non condivide.

Le azioni di una persona sana – prosegue Lowen – mostrano un sottile equilibrio tra l’essere e il fare, la sensazione e il pensiero, la spontaneità e la risposta deliberata. La piena armonia tra l’Io e il corpo, tra l’Io e l’Es portano ad un movimento che è spontaneo e con padronanza di sé insieme.

Rinunciando a “tenersi” la forza del nostro Io aumenta e le sensazioni represse vengono integrate nella nostra personalità.

Nicoletta Cinotti

L’Approccio Energetico in Psicoterapia (di Giovanni Colombo)

October 9th, 2009

A cento anni dalla nascita di Wilhelm Reich viene spontaneo chiedersi quali aspetti del suo imponente lavoro, che ha spaziato per oltre 40 anni nei campi più diversi, dalla Psicoanalisi alla biologia, dalla sociologia alla fisica, dalla medicina alla metereologia, siano effettivamente stati integrati nelle varie discipline, e come.

Quale effetto ha avuto la sua innovativa opera di scienziato naturalista sui rapporti tra i vari ambiti scientifici e come la società in generale ha metabolizzato le sue scoperte?

Dalla sua morte nel ‘57 e poi soprattutto negli anni ‘60 e ‘70 il movimento reichiano ha avuto un’espansione notevole con la nascita di numerosi istituti, scuole, associazioni, centri che a partire soprattutto dagli Stati Uniti hanno diffuso, rielaborato, arricchito e in alcuni casi impoverito l’approccio reichiano. Alcuni esempi tra i più conosciuti sono: il Collegio degli Orgonomisti, l’Istituto di Bioenergetica e l’Istituto Radix.

Altri illustri indirizzi psicoterapeutici e non, hanno attinto in modo cospicuo dalle tematiche e dalla impostazione terapeutica di Reich come ad esempio la Terapia della Gestalt (Pearls fu analizzato da Reich) ed il Rolfing, ma questi sono solo i più conosciuti. Anche in Europa ed in Italia abbiamo avuto una diffusione notevole dell’opera e dell’impostazione reichiana attraverso scuole, istituti, associazioni e pubblicazioni,che in alcuni casi in modo ortodosso, ed in altri in modo più innovativo o mediato, hanno contribuito ad una diffusione dei contenuti e dell’utilizzazione di tecniche psicocorporee.

Da più di un decennio esiste un’Associazione Europea di Psicoterapia Corporea che si riunisce ogni due anni a congresso.

Sulla base di questi dati è più che evidente quanto il movimento reichiano sia stato attivo, produttivo e creativo di nuove impostazioni, revisioni delle vecchie, fusioni di impostazioni diverse all’interno dello stesso approccio psicocorporeo nel corso di pochi lustri. Ma non solo, oggi l’utilizzazione del corpo in ambito psicoterapeutico, analitico, diagnostico, nel lavoro con i gruppi, e addirittura nel campo della psicologia del lavoro (selezione del personale, orientamento e consulenza aziendale, ecc.) è una realtà sempre più radicata.

Psicoterapeuti di orientamento analitico o junghiano introducono sempre più nel proprio bagaglio professionale tecniche e “visioni” provenienti dall’orientamento psicocorporeo; nel lavoro coi gruppi, poi, è ormai la prassi utilizzare tecniche di movimento, suono, rilassamento, espressione emotiva mutuate spesso da tecniche neoreichiane.

E’ indubbio che il movimento reichiano abbia contribuito grandemente (assieme alle discipline orientali) all’introduzione nella cultura moderna dell’utilizzazione del corpo in tutto ciò che si considera lavoro “sulla” e “per” la persona.

Ma quanto le cose stanno veramente così?

E cioè, quanto dell’originale opera di Wilhelm Reich possiamo ancora ritrovare in queste impostazioni, e, soprattutto a “quale Reich” si rifanno i vari approcci?

Si rifanno al Reich della prim’ora, per il quale il lavoro sul corpo era utilizzato come una tecnica tra le altre, all’interno di una impalcatura psicoanalitica? O al Reich successivo, creatore dell’orgonoterapia, per il quale l’attenzione era soprattutto rivolta alle tensioni muscolari e alla scarica emotiva/terapeutica? O ancora all’ultimo Reich, attento ormai esclusivamente a processi energetici fondamentali e universali come i movimenti espressivi e la pulsazione organismica profonda?

In questo articolo intendo illustrare come i concetti energetici del Reich più recente siano stati spesso ampiamente sorvolati, male interpretati o completamente rimossi, non solo da chi ha introdotto il lavoro sul corpo all’interno degli ambiti più vari, ma anche da molti approcci all’interno del movimento reichiano stesso.

E come, invece, partendo da una prospettiva più puramente energetica l’integrazione tra tecniche ed impostazioni diverse risulta estremamente semplificata.

Nel suo scritto “Superimposizione cosmica”, lo scritto più tardo, Wilhelm Reich illustra in modo dettagliato il concetto di pulsazione, e cioè un movimento continuo e alternato di espansione e contrazione caratteristico di tutti gli esseri viventi.

La fondamentale pulsazione energetica consiste in un flusso che dal centro si muove verso la periferia

per poi invertire la direzione per rifluire in profondità nuovamente verso l’interno e il nucleo vitale del sistema. Questo, molto semplicemente e in sintesi è la formulazione reichiana più recente della pulsazione energetica. In realtà un concetto apparentemente molto simile era gia stato sviluppato da Reich molti anni prima, all’inizio del suo lavoro, con riferimento alle emozioni fondamentali in esseri unicellulari come l’ameba. Infatti, in una delle sue prime pubblicazioni, “Sessualità e angoscia” descriveva l’espansione degli organismi viventi come il movimento espressivo del piacere, e la contrazione come un ritiro dal mondo determinato da condizioni sfavorevoli nell’ambiente esterno e quindi dall’angoscia. Dall’ameba all’uomo, e in tutte le forme viventi intermedie nella scala evolutiva, espansione (o periferizzazione dell’energia) e contrazione (riflusso dell’energia all’interno dell’organismo) esprimono rispettivamente piacere e angoscia.

La schematizzazione piacere = espansione, angoscia = contrazione, ancora oggi valida e indiscutibile, tracciava, però, un quadro limitato rispetto all’idea più ampia di pulsazione del Reich successivo.

L’incompletezza del quadro così delineato ha determinato nella storia della terapia reichiana una eccessiva enfatizzazione della fase espansiva della pulsazione, e quindi della scarica emotiva energetica come evento di per sé terapeutico.

Ciò che voglio dire è che, nonostante Reich abbia, nei suoi scritti più recenti presentato una concezione più ampia e bilanciata della pulsazione, sia le tecniche elaborate che la comprensione diagnostica e gli approfondimenti teorici, in molti approcci reichiani, ancora oggi rimangono legati ad uno schema che privilegia l’espressione emotiva e la scarica energetica, piuttosto che la fase di riflusso/contrazione dell’energia attribuendole una connotazione solo negativa, come se il rifluire dell’energia all’interno dell’organismo fosse sempre e solo accompagnato da una contrazione o da una chiusura della persona e quindi di per sé non auspicabile.

In realtà, dall’originale descrizione della pulsazione energetica fatta in “Sessualità e angoscia”, alla successiva riproposizione della pulsazione in “Superimposizione cosmica” (a qualche decennio di distanza), c’è una bella differenza!

Infatti nella sua riformulazione del funzionamento energetico, “espansione” e “contrazione”, “flusso” e “riflusso” non sono solo sinonimi di”piacere” e “angoscia”, ma assumono una rilevanza uguale e non esclusivamente positiva o negativa. Il riflusso energetico, in particolare viene messo in luce come una fase naturale, quindi fondamentale e necessaria nel metabolismo energetico dell’organismo e non necessariamente “spiacevole”. Senza considerare questi sviluppi più recenti del funzionalismo energetico, resterebbe ben poco spazio all’interno della terapia per esperienze di contatto profondo

con se stessi, mobilizzazione interna, profondo rilassamento, e per tutti quegli stati di tipo meditativo nei quali la persona può sperimentarsi nella dimensione di calma interiore, contatto risonante col proprio interno, rigenerazione e riorganizzazione. Alcuni sviluppi recenti in campo reichiano ad esempio, propongono un’impostazione nella quale viene certamente data un’importanza alla scarica energetica e alla fase di espansione, ma altrettanta ne assumono il riflusso, la capacità di contenimento e tolleranza della carica, l’integrazione dell’esperienza nella consapevolezza.

Questo modo di lavorare è tipicamente energetico. Qui gli aspetti emotivi, strutturali o psicologici della terapia non sono considerati centrali, ma sono compresi come manifestazioni del sottostante funzionamento energetico.

Agendo a questo livello più profondo si ottengono indirettamente modificazioni nella sfera delle emozioni, nella struttura fisica e a livello della consapevolezza. Un approccio puramente funzionale/energetico, si ispira alla comprensione delle funzioni energetiche nell’uomo, necessariamente quindi include le emozioni, la struttura fisica e la struttura psichica, ma non interviene in modo diretto e specifico su queste. Qui non è tanto interessante lavorare sulla relazione tra psiche e soma, per esempio, ma piuttosto con la loro relazione col funzionamento energetico più profondo. Indurre effetti energetici profondi significa determinare effetti indiretti su tutte le manifestazioni superficiali del funzionamento energetico come movimenti, emozioni, pensieri, sensazioni, contrazioni muscolari, fenomeni vegetativi, consapevolezza, memoria, ecc.

Lavorare per ottenere un riflusso dell’energia, e cioè una centralizzazione della carica e una scarica della periferia dell’organismo, significa approfondire i processi intervenendo direttamente al livello del funzionamento energetico e by-passando le sue manifestazioni superficiali.

Personalmente considero l’aspetto più interessante di questo approccio proprio la ridistribuzione della carica energetica dalla periferia al centro del sistema; questo processo ripetuto più volte ha l’effetto di drenare l’energia dalle aree più energeticamente sovraccariche e contratte del corpo, ciò non avviene attraverso una scarica all’esterno, ma privando queste aree della loro carica per ridistribuirla all’interno del sistema. In termini psicodinamici, tale processo energetico corrisponde ad un disinvestimento dell’esterno, ad un depotenziamento delle vecchie identificazioni, dei meccanismi di proiezione, di rimozione, di difesa in generale, e ad un investimento su sé stessi.

La finalità energetica di un processo terapeutico sta proprio nel ripristinare un flusso in profondità e dalla profondità, e cioè ciò che in termini psicologici chiamiamo identificazione con se stessi.

Durante questo processo gli affetti rimossi, i meccanismi di coazione a ripetere, le proiezioni e le identificazioni che ne derivano, vengono privati della loro energia, deenfatizzati.

Ciò che ci interessa in questo lavoro non è tanto la quota di energia che viene espressa all’esterno attraverso le libere associazioni o il transfert nella psicoanalisi, i suoni, i movimenti o le emozioni nella terapia reichiana, ma la parte di energia che, per effetto della mobilizzazione non viene più trattenuta in zone periferiche della personalità (e del corpo), ma può rifluire in profondità nel sistema, radicando la persona a se stessa. Così si crea un campo interno di energia, individuale e intimo che spesso per anni non aveva potuto alimentarsi proprio perché la maggior parte di energia era investita dal sistema nel continuo tentativo di esprimere all’esterno ciò che era rimasto inespresso e, contemporaneamente nella funzione opposta di impedirne l’espressione.

Cessata questa battaglia, il riflusso modifica completamente la distribuzione energetica nell’organismo e di conseguenza l’esperienza di sé e del mondo della persona. Nella mia esperienza il vero cambiamento nella vita delle persone si ha non tanto quando la persona può esprimere ciò che non aveva espresso, ma quando cessa di desiderare di esprimerlo; a quel punto le energie possono essere finalmente reinvestite sulla propria vita attuale, su di sé e sul proprio futuro.

In terapia ciò è talmente evidente da farmi ritenere che anche nelle terapie reichiane orientate alla scarica emotiva, ciò che determina il cambiamento della persona è in realtà il riflusso che si determina successivamente ed in conseguenza di una scarica, e non la scarica stessa, come si è spesso ritenuto. Perché allora affannarsi ad enfatizzare l’espressione di emozioni verso vecchi oggetti (genitori, famigliari,ecc.) fino a quando l’intensità emotiva non si esaurisce, il rapporto con l’oggetto non si risolve, e la persona può reinvestire su di sé, quando possiamo privare della loro energia quelle vecchie emozioni e indurre un investimento sul reale da subito lavorando con un rafforzamento delle risorse interiori della persona già dall’inizio?

Inoltre un simile approccio energetico mette in luce le potenzialità dell’utilizzazione di tecniche diverse (come la diretta manipolazione del corpo del cliente, l’uso del colloquio verbale e tecniche di consapevolezza) al solo fine di modificare il sottostante funzionamento energetico. Infatti la maggior parte degli approcci psicoterapeutici sembrano orientati a lavorare in modo quasi esclusivo sulla consapevolezza o sulla scarica emotiva, o sul carattere o sulla struttura fisica/posturale, sono cioè focalizzati prevalentemente su una sola manifestazione del sottostante processo energetico, con il rischio di riproporre al cliente esattamente la scissione mente/corpo per cui è giunto in terapia.

L’approccio di cui ho trattato, ritengo possa contribuire all’integrazione di tecniche e orientamenti diversi: lavorando sulla sola consapevolezza si perde lo “spessore” della fisicità, la concretezza del corpo e della scarica emotiva; il lavoro esclusivo sulla scarica catartica rischia di non integrarsi a livello della consapevolezza, il lavoro esclusivo sulla struttura fisica/posturale non cambia profondamente la persona. Il funzionamento energetico profondo sembra allora essere per lo meno un sicuro elemento unificante su cui intervenire …

Wilhelm Reich, poco ascoltato, lo disse.

Giovanni Colombo

Giovanni Colombo

Istituto di Analisi Funzionale

P.zza Cavour 24 – La Spezia

www.analisifunzionale.it
info@analisifunzionale.it

Il buddista riluttante: recensione

July 9th, 2009

V I A G G I O  D I  U N  O C C I D E N T A L E   A L L A   S C O P E R T A   D E L   B U D D I S M O

Edizioni Esperia

Conoscete dei buddisti “riluttanti”? Persone tendenzialmente attratte da questa filosofia di vita ma convinte che praticare il Buddismo sia qualcosa per gente stravagante, fantasiosa, che vuole in qualche modo differenziarsi e distaccarsi dalla cultura in cui è nata e cresciuta?

Se è così, Il buddista riluttante è la lettura adatta a loro.

William Wollard, autore e conduttore di trasmissioni televisive a carattere scientifico, ha usato lo stesso approccio che era abituato usare nel suo lavoro per dipanare la complessa rete della filosofia buddista.

Wollard, riluttante ad accettare la pratica buddista conosciuta tramite la sua compagna, vi si avvicinò con l’iniziale intento di “smontarla”, per convincere lei e se stesso che il Buddismo non potesse essere utile nella vita di un occidentale del XX o del XXI secolo: che fosse qualcosa di alieno e distante dalla nostra cultura e mentalità.

Invece, i parallelismi con le più recenti scoperte scientifiche, già intuite ed espresse in forma poetica dai pensatori buddisti del passato, e le vivide esperienze di pratica personali e delle persone con cui veniva in contatto, lo hanno infine convinto del contrario.

Ne è nato un libro per insegnare anche ad altri buddisti riluttanti a costruire una vita migliore e più soddisfacente sia per sé sia per gli altri, indipendentemente dalle circostanze.

Elisabetta Sacchi 
elisabettasacchi@libero.it

Memorie dal futuro (Giandomenico Montinari)

May 29th, 2009

Mi è stato chiesto di raccontare la mia esperienza nel panorama psichiatrico ligure, a cavallo tra la ricerca personale e quella teorico – metodologica e organizzativa.

Premetto che, nonostante l’età (ho sessantotto anni), non mi sento ancora maturo per entrare nel novero dei dinosauri o dei pezzi da museo del nostro campo, perché non penso di avere ancora esaurito il mio cammino di ricerca, né, tanto meno, di avere raggiunto delle conclusioni in qualche modo definitive. Parlerò comunque delle mie esperienze degli anni Settanta – Ottanta nell’ambito Centro di Socioterapia “DAILY”, di Sturla prima e di Multedo poi, che hanno costituito la base del mio percorso successivo.

La mia prima formazione è avvenuta, come per quasi tutti i miei colleghi, presso la Clinica Psichiatrica dell’Università, dove, negli ultimi anni Sessanta, a contatto con i miei primi maestri (Giberti e Rossi) ho capito molte cose della Psichiatria e della Psicoterapia.

A mano a mano, però, che entravo intus et in cute nella materia, cominciavo a sentire che il lavoro clinico tradizionale, per quanto valido nel suo ambito, a me stava stretto. Cominciai dunque a guardarmi intorno: feci uno stage presso la “Psychosomatische Klinik” di Heidelberg (Prof. Brautigam, di cui tradussi anche il libro “Reaktionen, Neurosen, Psychopathien, – Ein Grundriss der kleinen Psychiatrie”1), esperienza che mi fece intravvedere delle correlazioni teorico – operative, per me allora inedite, tra Psicoanalisi, Psicologia Clinica e Psichiatria, tali da mettere in discussione diversi dei miei capisaldi e far emergere (o rinforzare) parecchi interrogativi. Poi entrai in contatto, tra l’altro, con Anne Denner, la grande arteterapeuta, e, attraverso di lei, con l’esperienza viva e concreta della Psichiatria francese di punta (il XIII Arrondissement, Ajuriaguerra, Sivadon, Racamier e altri).

Nel frattempo avevo iniziato l’analisi con Silvia Montefoschi.

Il motivo per cui sono diventato (o mi sono rivelato) junghiano può forse sembrare po’ futile, ma merita di essere raccontato. Dopo anni di attesa per accedere al primo colloquio di selezione per tentare di iniziare l’analisi didattica presso la Società di Psicoanalisi freudiana, mi arrivò la sospirata convocazione, che coincideva, ahimè… con la data fissata per il mio matrimonio. Mi si concedeva – in via eccezionale – di fare i colloqui di selezione il giorno dopo…, ipotesi che alla mia futura moglie non andava per niente a genio (e uso un eufemismo). L’altra alternativa era ripresentarmi, se avevo pazienza e fortuna, due anni dopo! Nonostante la formazione freudiana preliminare che avevo ricevuto in Clinica e il fatto che tutti i miei Maestri fossero rigorosamente freudiani, mi sembrò che qualcosa, in quel sistema, non funzionasse per il verso giusto: capivo, certo, l’importanza, per la Società di Psicoanalisi, di selezionare i futuri membri, valutandone soprattutto la capacità di resistenza (cioè la volontà di adesione “senza se e senza ma” alla struttura) e, per quanto riguardava me, di chiarire la mia motivazione e attitudine a quel tipo di attività; capivo insomma che l’attesa, in realtà, aveva carattere iniziatico ed era già parte della formazione…, ma quattro – cinque anni di attesa (tra prima e dopo), solo per poter sperare di cominciare il lavoro preliminare, sinceramente mi sembravano (e mi sembrano) troppi: insomma, non so se quella doveva o no essere una prova…; comunque non la superai. Mi procurai i nomi dei didatti dell’AIPA e un mese dopo iniziavo l’analisi con Silvia Montefoschi, esperienza questa che, pure, mi ha fatto capire molte cose.      

Nel frattempo i miei problemi teorico – metodologici sul modo di fare psichiatria, invece di diminuire, aumentavano, perché nessuno mi spiegava in che modo tanti approcci così diversi (tutti validi, tutti coerentemente teorizzati, ma ciascuno esclusivo e autoreferenziale) potessero (o dovessero) convivere, non capivo quali fossero i nessi profondi, quale la teoria capace di rendere ragione del perché dell’efficacia di ogni singolo metodo e … di tutti.

Per giunta era l’epoca in cui Basaglia e i basagliani predicavano con sempre maggiore convinzione (e perentorietà, dati i tempi) che la malattia mentale non esisteva e che quindi la dimensione tecnica della cura psichiatrica era pressoché inutile o dannosa…, dato che i problemi erano tutti contestuali e sociali. C’era del giusto anche in questo, mi sembrava, ma, allora, che cosa doveva fare uno psichiatra, per essere politicamente aperto, “intelligente” delle cose, ma anche clinicamente efficace nei confronti delle persone che si rivolgevano a lui per un aiuto?

Insomma era, per me come – penso – per tutti, un vero guazzabuglio, di cui però io soffrivo molto più di altri.

Non so se lo feci consapevolmente, ma volli interpretare il tutto come una sfida.

Io sognavo un luogo di sperimentazione, in cui far confluire tutti gli approcci, verificarli nei fatti, sperimentarli nei limiti e nelle possibilità, valutarne l’applicabilità e le indicazioni. Forse poteva essere un Centro di Psicoterapia, con vari approcci, attività differenziate e integrate, lavoro di gruppo, una rivista dedicata alla ricerca e alla traduzione del meglio della letteratura internazionale… Il disegno fu integralmente attuato e anche con successo: la rivista “AGGIORNAMENTI DI PSICOTERAPIA” raggiunse presto gli 800 abbonati (che nel nostro campo, a quell’epoca, era molto), corsi e seminari venivano seguiti con interesse dai colleghi, i pazienti non mancavano certo… ma capii che non era quello che volevo io.

Un centro diurno psichiatrico mi sembrò una prospettiva più adeguata, perché prevedeva un gruppo di lavoro realmente multidisciplinare, attorno a pazienti non leggeri, ma abbastanza autonomi da non richiedere la residenzialità (parola “tabù”, questa, che allora non doveva neanche essere pronunciata). Buona l’idea, ma scarsa la fattibilità pratica. Pazienti di quel tipo ce n’era qualcuno, ma non abbastanza da far sopravvivere un centro privato. Per di più il centro diurno venne preso d’assalto da pazienti gravi, bisognosi di residenzialità, che, per motivi vari (“ideologici”, economici o, diciamo così, affettivi) i curanti e/o i famigliari non volevano ricoverare.

Provammo, con gravi sacrifici, a far comunque fronte alle richieste, essendo, se non altro, riconosciuti e pagati dall’Amministrazione Provinciale di allora (primi anni Settanta). Ma ben presto ci accorgemmo che non era possibile andare avanti, giorno e notte, a cercare le persone che si erano “perse” nei caruggi, a inseguire quelli che si arrampicavano sui cornicioni o passeggiavano sui binari del treno, a non sapere mai quando si poteva aprire il centro e quando chiuderlo, perché i pazienti (quasi tutti molto più gravi di quanto dovevano essere in quel contesto), alle nove di mattina non volevano venire e alle sette di sera, non volevano andare via!

Il passaggio alla residenzialità stava diventando inevitabile, anche se era una strada “impercorribile” da tutti i punti di vista.

Infatti è lì che cominciarono i guai, quelli veri.

Guai economici, guai amministrativi, guai tecnici e guai giudiziari.

Partiamo dai problemi metodologici e amministrativi, variamente combinati tra loro: cosa doveva essere il nuovo centro? Un istituto di assistenza per disabili lungodegenti (come il “Don Orione, per esempio”)? Una clinica psichiatrica (come era l’“Omega” di Napolitani, nostro primo punto di riferimento)? Un centro di psicoterapia intensiva con annesso pensionato (come il “Foyer Velotte” di Racamier, altro nostro punto di riferimento)? Non mi sembrava che rientrassimo in nessuna delle tre possibilità.

Il non sapere che cosa dovevamo essere era solo l’aspetto più visibile di altri, più profondi dubbi. Che risposta dovevamo dare a pazienti che, al di là del controllo dei sintomi più disturbanti, non chiedevano niente altro che un letto e un piatto di minestra e non davano nessuna indicazione in senso diverso?

Cosa bisognava fare, insomma ?

- Dare loro un’assistenza a lungo termine priva di progettualità, con tutto il carico di passivizzazione che comporta? In sostanza: lasciarli nel loro brodo, senza speranza, fingere di accettare le loro “scelte”, solo apparentemente rinunciatarie, ma in realtà dettate da dinamiche psicotiche, quindi paradossali? E confermare le scelte stesse, trasformandole in punto di arrivo, senza neanche tentare di modificarne le dinamiche sottostanti?

- Offrire loro un approccio psicoterapeutico, in varie forme, non autoritario, permissivo, responsabilizzante, progettuale e orientato al cambiamento in tempi medi, ma incapace di intervenire immediatamente sugli aspetti più devastanti e pericolosi della malattia?

- Dare loro un forte intervento medico – farmacologico, autoritario e centrato sulla diagnostica, contenitivo sui sintomi e orientato al cambiamento in tempi brevi, ma drastico, superficiale e deresponsabilizzante?

Dovevamo accudire il paziente nella sua disabilità fisica e sociale? stimolarlo a crescere interiormente? mettere dei limiti ai suoi comportamenti anomali e pericolosi? aiutarlo a capire le sue dinamiche patologiche?

Ciascun approccio, da solo, o non prometteva di modificare sostanzialmente la situazione o sembrava addirittura poter diventare dannoso. Ma, se i vari approcci venivano accostati in un unico programma, creavano al gruppo di lavoro contraddizioni teoriche e pratiche insormontabili. Per esempio: il paziente andava “rispettato” nelle sue scelte (per esempio di non lavarsi mai, girare a piedi nudi d’inverno, vagare di notte in zone equivoche) o no? Andava “protetto” (cioè, nel linguaggio del Codice Penale, “sequestrato” o “limitato nella libertà personale”) o lasciato libero di andare dove voleva (consumando così, noi, il reato di omissione di assistenza o abbandono di disabile)? O, al contrario, doveva essere “risocializzato”, cioè reinserito (forzosamente e con rischio di suicidio) in quel mondo che non riusciva a controllare e da cui fuggiva con angoscia?

Insomma era giusto responsabilizzarlo nelle scelte cliniche ed esistenziali che lo riguardavano (anche se la cosa gli creava delle tensioni insopportabili e obiettivamente pericolose)? Doveva prendere coscienza degli aspetti più gravi e disperanti del suo modo di essere, anche se mostrava di rifiutarlo in tutti i modi?

O no?

E quando qualcuno stava per compiere un gesto gravemente lesivo dell’incolumità sua o degli altri, cosa bisognava fare? Contenerlo fisicamente, punirlo, minacciarlo (contravvenendo alle norme deontologiche e al Codice Penale, oltre che ai principi della neutralità “astensiva” di marca psicoanalitica)? Incrementare l’accudimento, l’affettività, i rapporti esclusivi (aumentando così la sua confusione e il già precario controllo delle emozioni)? spiegargli i motivi profondi e le implicazioni del suo eventuale gesto (creando in tal modo un sentimento di sprotezione, che affrettava l’esecuzione del gesto inconsulto)?

E via di seguito.

Ma, al di là dell’emergenza, come far convivere il tutto, senza creare al gruppo curante e all’istituzione problemi organizzativi e identitari insolubili e insostenibili? L’operatore era un badante/carceriere, un infermiere, uno psicoterapeuta? Non eravamo aiutati dal modello di altre esperienze (che non c’erano ancora o che noi non conoscevamo) e dovevamo inventarcelo, per di più senza la minima protezione amministrativa, perché licenze di quel tipo non ne esistevano: se sbagliavamo erano problemi nostri!

Insomma la classica impresa impossibile: cercare una risposta al dilemma tra non fare il proprio lavoro come presumibilmente (e comunque non senza gravi incertezze) andava fatto o operare fuori da qualunque schema, se non proprio nell’illegalità, sicuramente al di fuori di qualunque normativa prevista.

Per di più le neoinsediate Giunte, Provinciale e Regionale, non ci aiutavano certo. Il primo provvedimento, dopo il cambiamento di colore politico, avvenuto nel 1975, fu l’abolizione da un giorno all’altro delle magre rette che la Giunta Provinciale precedente ci concedeva. La giustificazione, peraltro ufficialmente mai data, risiedeva, a quanto si può ricostruire, nel fatto che eravamo un’organizzazione privata, quindi, devo supporre, espressione di quel capitalismo rapace e privo di scrupoli, che il nuovo corso si proponeva di combattere (partendo, ovviamente, anzi limitandosi, alle sue frange più deboli e indifese, cioè noi). Il fatto che facessimo a nostre spese una sperimentazione destinata a tornare a vantaggio di tutta l’assistenza, sperimentazione che, peraltro, le strutture a ciò deputate non tentavano neanche, era ritenuto del tutto secondario o, forse, troppo vero per essere tollerato. Un dialogo con l’Assessore alla Sanità fu impossibile, nonostante richieste e suppliche umilianti, degne di altre epoche storiche e di altri regimi.

Comunque, pur in mancanza di indicazioni e di supporti esterni, il passaggio alla residenzialità venne fatto: una vecchia villa fu presa, adattata con immensi sacrifici e messa a disposizione di quei pazienti che adesso, finalmente, trovavano il loro agognato ubi consistam, senza dover continuamente fare la spola tra appartamenti mal protetti, pensionati precari e reparti psichiatrici e senza essere costretti all’acting out o al vagabondaggio per segnalare a tutti il proprio disagio e il proprio bisogno di protezione ambientale.

Anche il nostro modo di lavorare migliorò di molto e ci fu possibile mettere in atto molte di quelle soluzioni tecniche che in seguito avrei sviluppato, teorizzato e trasformato in vero e proprio metodo terapeutico.     

Ma tutto ciò non interessava a nessuno (a livello regionale): era già stato decretato che il Daily dovesse chiudere, buttando a mare un enorme patrimonio di sperimentazione e di professionalità. Non c’era niente da fare.

Tentai di ribellarmi, di resistere disperatamente per anni, perché non potevo credere che un simile gioiello non avesse diritto di cittadinanza a Genova, neanche come esperimento. Per fortuna le altre regioni (soprattutto il Piemonte, la Lombardia e altri) ci mandavano i pazienti e pagavano delle rette (striminzite), che avrebbero permesso una stentata sopravvivenza, se non fossero state erogate con ritardi di pagamento superiori ai sei mesi. In un’epoca di inflazione al 20% annuo, interessi bancari della stessa entità e una stretta creditizia da parte delle banche, che ovviamente, come sempre, con i più deboli era inesorabile, mi crearono difficoltà finanziarie gravissime che mi portarono a vendermi la casa di abitazione (e altro) e infine a chiudere definitivamente.

Tralascio gli inevitabili problemi giudiziari (per “violenza privata” denunciata da un paziente paranoide, oppure per esercizio abusivo, prima di clinica, poi di pensionato, promosse dal Comune di Genova, quando tentammo di “regolarizzarci” in un modo qualsiasi) e per altre imputazioni simili: furono eventi fastidiosi sul momento, ma in realtà privi di reali conseguenze, perché conclusisi sempre con l’archiviazione, con l’assoluzione o, al massimo, con qualche forma di patteggiamento indolore.

Questa è l’atmosfera in cui sono vissuto per dieci anni al Daily. Qualcuno potrà dire che me lo sono cercato, che era lo sbocco concreto e visibile, anzi la materializzazione, delle mie – precedenti – perplessità metodologiche.

Ma, parlandone a trent’anni di distanza, cosa possiamo dire? che le perplessità e i problemi di identità professionale erano i miei o che erano fatti oggettivi, insiti nelle cose?

Io sono sempre più convinto che, anche se nessuno li verbalizzava, se non in maniera tendenziosa e farneticante, i problemi del fare psichiatria erano effettivamente colossali.

E tali sono tuttora, col vantaggio, però, che adesso le comunità come il Daily sono autorizzate, protette, pagate.

Eh sì! perché dimenticavo di dire che pochissimo tempo dopo la chiusura del Daily, avvenuta nel 1981, mentre ancora il mio calvario personale (finanziario, giudiziario, professionale, ecc.) era nel suo pieno sviluppo, le leggi cambiarono: chiunque (con o senza macerazioni interiori di natura etico – metodologica) poteva essere autorizzato ad aprire strutture, che – guarda caso! – riproducevano quasi perfettamente il modello che io avevo pensato, sperimentato sulla mia pelle ed infine attuato contro l’Amministrazione Regionale della Liguria.  

Bel successo, no?

Ma non ci penso più. Ho continuato e continuo a indagare i problemi teorici suddetti, che sussistono e non possono essere cancellati ope legis. Problemi tutt’altro che facili da risolvere e tali, proprio per questo, da spiegare il mio continuo interessamento.

Con qualche differenza rispetto agli anni Settanta.

La prima differenza è che adesso sono pagato per farlo e non devo quotidianamente giustificare il ruolo mio e quello delle comunità che dirigo (come responsabile tecnico e sanitario, senza alcun compito amministrativo e senza averne la proprietà).

La seconda differenza è che ho capito che le contraddizioni e le incongruenze che prima mi ossessionavano, nel rapporto col paziente psicotico, non solo sono inevitabili, ma sono strutturali, nella terapia e nella vita: vanno accettate e gestite, non solo come strumento di relazione e di cura, ma anche come “via maestra” che porta la ricerca sull’Uomo a profondità insondabili.

 

Le mie ricerche sul pensiero mitico dei primordi e sulla ritualità ancestrale (interpretate come la base e il paradigma di tutte le manifestazioni successive della cultura 2) non sarebbero state possibili senza una profonda, prolungata frequentazione dei pazienti psicotici. Essi infatti vivono perennemente in una atmosfera agli albori della culturalità, un ambiente mentale in cui organizzare il proprio mondo interno, riconoscere l’Alterità, l’Altrui e l’Altrove, non sono cose scontate, come per i “sani”, bensì scelte estemporanee e opzionali, a partire da un limbo di confusione tra “dentro” e “fuori”, che, se per un verso esprime il fallimento delle capacità integrative dell’Io, per l’altro verso adombra una sorta di equidistanza, che indica e definisce il punto di arrivo conseguibile col massimo della forza psichica.

E indica anche lo strumento della terapia o della crescita: un continuo lavoro sul limite tra “me” e “non – me”, tra “dentro” e “fuori”, per l’appunto, o, come teorizzo nei miei libri, tra “dimensione paterna” e “dimensione materna”. Vogliamo chiamarlo “setting”, “area di gioco”, “spazio transizionale”? 

Il vuoto della patologia, trasposto ai livelli più elevati, indica anche il punto di arrivo della guarigione. Come una catena, lasciata cadere, disegna un certo arco che, ribaltato, indica all’architetto la forma più efficace per reggere la forza di gravità, così la stessa equidistanza e la stessa capacità di relativizzazione (né “dentro” né “fuori”) sono il punto d’arrivo ideale della psiche ben funzionante. Ma anche la via per arrivarci! Come nella psicoterapia e come nei riti primordiali.

E’ Psichiatria o Antropologia Culturale? Chissà!

Altri libri sono stati dedicati, oltre che alla teorizzazione del lavoro comunitario e psichiatrico in genere (3), ai colloqui in situazioni limite (4), alla sofferenza dei gruppi di lavoro psichiatrici (5).

Non credo comunque di aver esaurito le mie potenzialità di ricerca, che adesso si espandono in tutte le direzioni: oltre alle terapie espressive (Arteterapia, Teatroterapia, Musicoterapia, ecc.), agli approcci a mediazione corporea, alla psicomotricità, e a tutte le altre tecniche che coltivo da quarant’anni in stretta e continua collaborazione con mia moglie Elena Giordano, mi interesso anche del lavoro con gli indicatori di trattabilità (il Metodo “Survey”, da me messo a punto in questi ultimi anni, dentro e fuori dell’ambito strettamente psichiatrico), all’analisi istituzionale, alle terapie basate sul lavoro cognitivo, alle ricerche sulla spazialità e sulla temporalità psichiatriche come dimensioni di terapia e a numerose altre tematiche cliniche e antropologico – culturali.

Confesso di trovarmi adesso in una fase molto bella della mia vita professionale, in cui tutti i miei infiniti dubbi del passato, come la catena di cui sopra, si sono ribaltati, non in certezze, ma in altrettante possibilità concrete e fruttuose di ricerca, che condivido con decine di giovani collaboratori, nelle comunità che dirigo e nella Scuola di Psicoterapia Istituzionale, da me fondata nel 2003.

Insomma praticamente tutto, adesso, funziona come immaginavo quaranta anni fa e ne sono molto contento.

Se a qualcuno interessa, il mio sito è www.ilbuconellarete.it e quello delle mie comunità www.associazione-sinergie.com.

 


1 “MANUALE DI PICCOLA PSICHIATRIA” Ed. Arti e Scienze, Roma 1973

2 vedi. G. Montinari – “L’agnello e la Scure – Ed. Franco Angeli, Milano, 1998 

3 G. Montinari – “Il buco nella rete”- Ed. ECIG, Genova, 1990; “Psichiatria ad assetto variabile” Ed. Franco Angeli – Milano, 2005.

4 G.Montinari – “Psicoterapia al limite” – Ed. Franco Angeli, Milano 2001.

5 G.Montinari – “La Malattia Istituzionale dei gruppi di lavoro psichiatrici” – Ed Franco Angeli, Milano,1999

Il mio lavoro con i ragazzi non vedenti ed ipovedenti

May 17th, 2009

Enrica Papale – Dr.ssa in Scienze dell’educazione, Operatore pedagogico teatrale, danzatrice, attrice.

Lavoro a contatto con i ragazzi non vedenti da quattro anni. Il mio percorso con loro è iniziato per casualità. Insegnavo, in un’associazione culturale, attività motoria ai bambini e mi hanno chiesto se volevo condurre un corso di aerobica per ragazzi non vedenti ed ipovedenti; in verità il corso è diventato di attività motoria perché ho compreso che le tensioni muscolari erano talmente forti da dover esercitare il corpo in maniera differente. Svolgendo questo lavoro ho capito che la conoscenza del loro corpo era confusa e limitata, che i limiti erano molti ma che le risorse erano più di quelle che si potessero immaginare, così  mi sono concentrata sulle potenzialità per migliorare il lavoro e renderlo gratificante per tutti, dando quella giusta spinta e fiducia al miglioramento.

Col passare del tempo, tutt’oggi, devo ricordarmi della loro diversa abilità visiva, infatti, questi ragazzi non vedono con gli occhi ma attraverso il tatto, l’udito, l’olfatto… insomma adottano gli altri sensi, i quali non sono più sviluppati dei cosiddetti normodotati ma ai quali, semplicemente, i miei utenti prestano più attenzione. Attualmente, dopo essermi specializzata come operatore pedagogico teatrale, conduco un laboratorio teatrale per giovani non vedenti ed ipovedenti. Il mio lavoro si serve delle metodologie teatrali per utilizzare il valore dato alla consapevolezza corporea, alla relazione con l’altro e col gruppo, allo sviluppo della creatività. Il lavoro sulla fiducia in sé stessi e negli altri, di cura che ogni individuo può dare a sé stesso e all’altro, sono tutti elementi importanti ai fini educativi  e formativi.

Proprio nell’ultimo incontro che ho condotto, un ragazzo non vedente, mio caro amico, mi ha detto: “Ma noi stiamo facendo una coreografia!!” Ecco, io credo che già questa osservazione possa essere un buon risultato e che su questo occorra insistere e lavorare a fondo.

Grazie

Enrica Papale
enricapapale@yahoo.it