Non ha niente… È solo stress!

 

Come mai ci vengono ansia e attacchi di panico?

a cura di Chiara Giudici
psicologa psicoterapeuta

ansia e panico

 

Stress naturali, stress da pressioni sociali, condizioni autoimposte

Lo stress risulta dall’imposizione di una forza o di una pressione, che l’organismo contrasta mobilitando la propria energia. Se l’organismo riesce a sfuggire a questa forza ovviamente non subirà lo stress. Esistono stress naturali che fanno parte della vita e a cui nessun organismo può sottrarsi: ma normalmente è anche ben attrezzato per affrontarli. (Lowen, 1975)

 

Ad esempio la forza di gravità. Ogni volta che ci alziamo e stiamo in piedi mobilitiamo una certa energia per contrastare la forza di gravità. Ci vuole un lavoro muscolare considerevole per stare su, cadere e accasciarsi sono, infatti le difese naturali contro il pericolo rappresentato da uno stress continuo.

 

Poi ci sono le pressioni originate dalle condizioni della vita sociale, che variano con la situazione culturale dell’individuo. Un esempio è la guida nel traffico di un’autostrada, dove è necessario essere costantemente vigili per evitare pericolosi incidenti. In una società altamente competitiva come la nostra pressioni del genere sono quasi sempre troppo numerose per elencarle tutte. (ibidem)

 

L’ambiente circostante può influire su di noi, prendiamo ad esempio l’informazione dei mass-media, che ogni giorno sembra “bombardarci” di notizie. Oggi le notizie non sono più trattate solo nei telegiornali in modo didascalico, ma sezionate e analizzate fin nei minimi dettagli, chiamando in causa, spesso e volentieri, schiere di esperti sia all’interno di spazi tradizionali sia entro nuove modalità comunicative legate alla rete. Il tentativo di rendere i messaggi più chiari, di renderli comprensibili al grande pubblico alla fine li rende ridondanti, ossessivi, spesso superficiali e sovente contraddittori. Così il pubblico finisce per rimanere invischiato tra il bisogno di capire, mai realmente soddisfatto, che si trasforma in una ricerca morbosa, quasi si trattasse di un reality (Casi di omicidi, naufragi di navi, incidenti in cui le vittime sono i bambini, ecc.) e l’esigenza di farsi una propria idea da discutere e argomentare poi a casa, a scuola o in ufficio, nonché sul web. Questa sovrabbondanza d‘informazioni ricche di particolari, ma prive di una cornice chiara e definita può portare a due tipi di reazioni: l’indifferenza, con la perdita di empatia e compassione, come forma di difesa per mantenere l’equilibrio o il coinvolgimento, che può sviluppare ansia generalizzata, senso d’insicurezza o attacchi di panico. Le persone possono sentire un senso di perdita, di stress, di paura per un futuro che appare poco certo.

 

I rapporti interpersonali sono spesso carichi di tensione per via delle richieste a cui si viene sottoposti. Ogni volta che c’è una minaccia di violenza l’individuo è sotto stress. Ci sono infine gli stress delle condizioni autoimposte che agiscono sul corpo allo stesso modo delle forze esterne. (ibidem)

 

Mi riferisco qui a quei comportamenti in cui siamo noi stessi a mantenere uno stato di tensione per la nostra difficoltà a: ascoltare i nostri limiti (corporei ed emotivi); chiedere aiuto agli altri, insieme alla tensione a fare tutto da soli; ricercare una supposta perfezione nelle nostre azioni.

 

Che cos’è l’ansia?

Le emozioni di base che attraversano la persona sono innate, sono presenti in tutti gli uomini a prescindere dalla cultura di riferimento e anche negli animali superiori. Le emozioni primarie sono gioia, tristezza/tormento, rabbia, paura/sorpresa, disgusto/disprezzo e hanno tutte una funzione importante per la sopravvivenza della persona e della specie (Ekman).

L’ansia è considerata da alcuni autori (Plutchik) un’emozione composta da Anticipazione e Paura ed appartiene alla categoria della paura/sorpresa.

Fisiologicamente l’ansia si attiva a seguito di una situazione percepita come pericolosa, allo scopo di mettere l’organismo nella condizione ideale per affrontare il pericolo. Principalmente l’ansia costituisce una risorsa che ci permette di reagire in modo tempestivo ed efficace, ottimizzando le nostre prestazioni in situazioni percepite come pericolose.

Per esempio se ci troviamo in macchina e ci tagliano la strada, sentiremo il cuore andare in gola e istintivamente metteremo in atto dei comportamenti per far fronte alla situazione di pericolo (frenare, sterzare, suonare il clacson ecc.). Passato il pericolo, saremo in affanno e torneremo, più o meno velocemente, in uno stato normale di equilibrio. A volte può capitare che il vissuto di pericolo persista più a lungo.

Vediamo cosa succede a livello fisiologico: quando siamo stressati il nostro corpo rilascia ormoni che hanno effetti specifici sui nostri organi interni, in particolare il cortisolo, anche noto come l’ormone dello stress.

 

Ogni tensione muscolare cronica è uno stress continuo che si esercita sul corpo. (…) il corpo vi reagisce sempre con una sindrome generale di adattamento. Questa sindrome consiste di tre fasi. La fase 1 viene chiamata reazione di allarme. Il corpo reagisce a uno stress acuto con uno sfogo di ormoni surrenali midollari che mobilitano l’energia fisica necessaria ad affrontarlo. Quando lo stress è un insulto fisico al corpo la reazione di allarme assume la forma di processo infiammatorio. Se questa reazione riesce a superare con successo l’offesa e ad eliminare lo stress, il corpo si calma e ritorna alla sua condizione omeostatica naturale. (ibidem)

 

 

Quando l’ansia diventa un problema?

Se lo stress continua comincia la fase 2. In questa fase il corpo cerca di adattarsi allo stress, con uno sforzo che coinvolge gli ormoni corticosteroidi surrenali, che hanno un’azione antiinfiammatoria. Ma anche il processo di adattamento richiede energia, che deve essere mobilitata dalle riserve corporee. (…) a lungo andare il corpo si indebolisce. La fase 3 viene chiamata stadio di esaurimento. Il corpo non ha più l’energia per contenere lo stress e comincia a crollare. (ibidem)

 

Abbiamo, dunque, una problematica ansiosa (ma il meccanismo è lo stesso per tutte le problematiche psicosomatiche) quando la reazione di attivazione dell’organismo è eccessiva rispetto alla situazione da fronteggiare, quando si perpetua troppo a lungo o quando è legata a situazioni in cui ci sentiamo minacciati (la minaccia è legata ad una nostra interpretazione e non è oggettiva). Così accade che situazioni di vita quotidiana come andare ad una festa, parlare in pubblico, sostenere un esame, guidare la macchina, andare al supermercato, diventino intollerabili o estremamente faticose, a un punto tale da arrivare ad evitarle. In questi casi si crea un accumulo di cortisolo che corrisponde ad un accumulo emotivo, a cui si associano tensioni fisiche (che possono sfociare in vere e proprie contratture) che servono a tenere dentro l’emozione, che non riesce a scaricarsi.

 

Ad esempio. Il diaframma è il principale muscolo respiratorio e la sua azione è notevolmente soggetta agli stress emotivi. Reagisce a situazioni di paura contraendosi. Se la contrazione diventa cronica si crea una predisposizione all’ansia. (ibidem)

 

Questo è da tenere particolarmente presente nel caso dei bambini. Un bambino sottoposto continuamente a stress emotivi, che causano questa contrazione diaframmatica, diventerà facilmente un adulto predisposto all’ansia. Quante volte i genitori adottano comportamenti quotidiani apparentemente innocui con l’intenzione di rassicurare i figli, ma che in realtà sono tesi a “cacciare via la paura”, tutti abbiamo detto e ci siamo sentiti dire “non devi avere paura”, oppure “non è successo niente”, o abbiamo sentito irritazione o eccessiva preoccupazione nel percepire i figli spaventati. Comunicazioni di questo genere se si verificano con una certa frequenza, se diventano l’abitudine possono sottoporre il bambino a uno stress continuo che potrebbe sfociare in età adulta in problematiche di tipo ansioso.

La storia personale è una variabile importantissima per capire la natura degli attacchi di panico, e può aiutare a capire perché un individuo abbia il timore di fare una brutta figura, mentre un altro tema l’infarto e un altro ancora abbia paura di svenire.

Prendiamo in considerazione l’iperventilazione, aspetto che è molto frequente e che può peggiorare altri sintomi fisici. L’iperventilazione ha la capacità di alterare il normale equilibrio tra ossigeno e anidride carbonica nel sangue. L’equilibrio tra ossigeno e anidride carbonica è molto importante e viene mantenuto principalmente attraverso il ritmo e la profondità della respirazione. Il tasso adeguato di respirazione è di circa 10-14 respiri al minuto. Il respiro negli stati di paura e di stress si altera per far fronte alla maggiore richiesta di ossigeno necessario a combattere o a fuggire da una situazione percepita come pericolosa. L’effetto più importante dell’iperventilazione è quello di produrre un calo di anidride carbonica e dunque una riduzione di questo elemento in proporzione alla quantità di ossigeno. Questo squilibrio porta alla costrizione dei vasi sanguigni in particolari aree del corpo e del cervello. Quindi in alcune aree del corpo arriverà meno sangue, ma sarà anche più difficile che l’ossigeno contenuto in questo sangue sia liberato nei tessuti. La riduzione dell’ossigeno liberato nei tessuti dovuta all’iperventilazione ha, inoltre, come conseguenza quella di peggiorare i sintomi dovuti all’ansia o all’attacco di panico. In pratica la sensazione di mancanza d’aria, dovuta alla contrazione del diaframma che reagisce alla situazione di stress, può spingere la persona a respirare ancora più velocemente, peggiorando in questo modo la situazione.

 

Quanto è diffusa e come si manifesta?

È un disturbo sempre più diffuso (circa una persona su 20).

Ha manifestazioni personali, ma ci sono alcune caratteristiche tipiche, comuni:

  • pensieri del tipo: ‘Farò una figuraccia’, ‘Non sarò all’altezza’, ‘Mi sentirò male’;
  • emozioni del tipo: timore, agitazione, ansia, paura e panico;
  • sintomi fisici del tipo: fiato corto e sensazione di soffocamento, tachicardia, dolore o fastidio al petto, tensione muscolare, sudorazione eccessiva, vertigini, nausea, sensazione di debolezza e svenimento, vista annebbiata, attacchi di diarrea.

 

Come si presenta?

Parliamo di attacco di panico quando questi sintomi arrivano in maniera improvvisa e intensa, con una rapida escalation. La prima volta che si presenta un attacco la sensazione descritta dalle persone è, in genere, quella di non riuscire a respirare, di avere un infarto, la persona crede di stare per morire e finisce quasi sempre al pronto soccorso.

Anche quando, in seguito agli accertamenti medici, scopre che non sta morendo, la paura di un nuovo attacco si annida sotto la pelle e non riesce ad essere allontanata, anzi diventa proprio il meccanismo principe d’innesco del successivo.

 

(…) la salute emotiva può essere raggiunta solo attraverso una consapevolezza di sé ed una accettazione di sé. Lottare per cambiare il proprio essere ha come conseguenza che la persona é coinvolta più profondamente nel destino che cerca di evitare (Lowen, 1980).

 

Così comincia, in genere, il circolo vizioso al quale si può aggiungere l’”agorafobia”, che sarebbe l’ansia che prende all’idea di stare in luoghi o situazioni dalle quali sarebbe difficile o imbarazzante allontanarsi, o nelle quali potrebbe non essere disponibile un aiuto nel caso di un attacco di panico inaspettato. Nei casi più gravi la persona può arrivare a non uscire più di casa da sola, a non riuscire più a prendere mezzi come il treno o l’autobus, a non guidare, o a sostare in code.

Alcuni ambienti hanno caratteristiche che possono favorire l’insorgere di questi stati: per esempio quando, già stressati, entriamo in un ipermercato dobbiamo affrontare anche lo sbalzo termico legato al riscaldamento o all’aria condizionata, le luci dei neon, la musica alta, il frastuono delle persone, l’ambiente grande e disorientante. Così, una persona che abbia avuto il primo attacco di panico mentre era in fila al supermercato potrà cercare di evitare la situazione per paura di stare di nuovo male! L’evitamento, oltre a richiedere molte energie alla persona, ha anche l’effetto negativo di cronicizzare l’ansia. Anche se nell’immediato la fa diminuire, non permette però alla persona di “ascoltare” quello che il sintomo cerca di comunicarle. Se non siamo abituati ad ascoltare le nostre emozioni, a prenderci cura di noi stessi sarà più “facile” evitare certe situazioni o luoghi e andare avanti… fino al prossimo attacco di panico!

 

Come si struttura una personalità soggetta all’ansia?

Come ogni essere vivente, anche l’uomo tende a cercare il piacere e fuggire il dolore. Accade, più frequentemente di quanto si immagini, che una stessa situazione comporti per noi una promessa di piacere unita alla minaccia di una sofferenza, in seguito a questo contrasto proviamo ansia.

 

(…) il disagio generato da segnali contraddittori è la causa dell’ansia che sta alla base di tutte le turbe nevrotiche e psicotiche della personalità. (…) Purtroppo i genitori non sono solo fonte di piacere: ben presto, nella mente del bambino, vengono associati con la possibilità del dolore. L’ansia che ne risulta è, a mio avviso, responsabile dell’irrequietezza e dell’iperattività di tanti bambini. (Lowen, 1975)

 

Quando, ad esempio, un neonato viene svezzato troppo presto è facile che non accetti la perdita del suo oggetto d’amore senza lamentarsi: piange e cerca il seno con la bocca e con le mani. Questo è il suo modo di esprimere amore. Ma, poiché il suo tentativo viene frustrato, diventa irrequieto e piange di rabbia, suscitando nella madre una reazione ostile. Allora il bambino capisce che deve limitare il proprio desiderio e

 

lo fa soffocando l’impulso di protendersi verso l’esterno e di piangere. I muscoli del collo e della gola si contraggono per restringere l’apertura e bloccare l’impulso. Questo influisce anche sulla respirazione, perché la chiusura della gola blocca l’impulso di cercare e succhiar dentro l’aria. (…) L’allattamento è un esempio del processo attivo di aprirsi e cercare per introdurre. L’aprirsi e il cercare sono moti di espansione dell’organismo verso una fonte di energia o di piacere. (…) Quando deve bloccare questi atti il bambino costruisce, a livello sia psichico sia muscolare, delle difese atte a inibire gli impulsi. Col tempo tali difese divengono strutturate nel corpo sotto forma di tensioni muscolari croniche e nella psiche come atteggiamenti caratteriologici. Al tempo stesso viene represso il ricordo dell’esperienza e viene creato un ideale dell’io [l’idea che abbiamo di noi stessi]che mette l’individuo al di sopra del desiderio di contatto e di intimità, del desiderio di

succhiare e di amare. (ibidem)

 

Questo atteggiamento verso la vita che ci porta a forzarci e a trattenerci lo impariamo fin da piccoli, è radicato nella nostra infanzia, pensiamo a quante volte siamo stati costretti ad accettare “cose” che avremmo voluto rifiutare: cibi, medicine, osservazioni, situazioni:

 

Tutti abbiamo dovuto ingoiare insulti o umiliazioni e molti sono stati costretti a “rimangiarsi le loro parole”. [Queste esperienze ripetute] hanno l’effetto di creare un anello di tensione (…) La tensione restringe il passaggio dal collo alla cavità orale e rappresenta una difesa inconscia contro la possibilità di essere costretti a ingoiare qualunque “cosa” inaccettabile proveniente dall’esterno. È anche, al tempo stesso, una difesa o un controllo inconscio contro l’espressione di sentimenti che si teme possano essere inaccettabili per altri. La costrizione interferisce necessariamente con la respirazione, in quanto restringe l’apertura per cui passa l’aria. Dunque contribuisce all’insorgere dell’ansia. (ibidem)

 

Il bambino che ha subito ripetuti attacchi, di natura fisica o psicologica, (ad es. mi protendo verso la mamma e lei mi rifiuta), si ritrarrà da quell’esperienza erigendo delle difese per evitare il pericolo di essere ferito in futuro.

Le difese sono costituite da una tensione muscolare cronica a cui costringiamo il nostro organismo, consapevolmente all’inizio, per tenere lontana una certa emozione, che poi permangono nel corpo fino a diventare inconsapevoli, accompagnando la strutturazione del carattere.

 

(…) sono i sì e i no che gli [al bambino] si sono impressi dentro a tal punto da diventare parte del suo carattere. “Non piangere”, “non gridare”, “non toccarti”, “stai fermo”, “tira indietro le spalle”, “tieni indentro la pancia” sono richieste usuali rivolte a un bambino che richiedono un dispendio di energia e quindi rappresentano uno stress. Si spende energia nell’azione muscolare necessaria a bloccare l’impulso o ad assumere una certa postura. (Lowen, 2001)

 

Perché una personalità si strutturi nevroticamente le richieste, ripetute, dei genitori devono essere accompagnate da una minaccia di punizione esplicita o implicita. Il problema non è la punizione in se stessa, ma l’ostilità di cui il genitore non è consapevole, espressa da uno sguardo o da modi freddi, che il bambino sperimenta come una minaccia alla sua esistenza e che lo pone nella posizione di accondiscendere alle loro richieste formalmente, quando dentro sta essenzialmente trattenendo.

 

Con l’andare del tempo (…) il mantenimento delle difese diviene parte del modo di vivere. Ma l’esistenza di difese tiene viva la paura dell’aggressione e così ci si sente giustificati a rafforzare ulteriormente la posizione difensiva. Le difese però implicano anche una chiusura verso l’esterno: il risultato finale è che l’individuo diventa prigioniero della sua stessa struttura difensiva. (Lowen, 1975)

 

Prigioniero della sua paura.

 

Se non fa sforzi per uscirne rimarrà relativamente libero dall’ansia (…) Il pericolo insorge – e l’ansia è un segnale di pericolo- solo quando il soggetto cerca di aprirsi, di uscire o di lasciar cadere le difese. Il pericolo può non essere reale, e a livello cosciente il soggetto può anche saperlo, ma sembra reale. (…) Nel momento della vulnerabilità può insorgere l’ansia. Se il soggetto cade in preda al panico, si chiude e cerca di ristabilire le difese, proverà un’ansia fortissima. (…) Fintantoché la quantità di sentimenti che fluiscono verso l’esterno si mantiene entro i limiti stabiliti dalle tensioni muscolari non c’è ansia. L’ansia si sviluppa quando l’individuo, in preda al panico, soffoca un sentimento più forte che tenta di emergere. Il panico fa si che l’individuo si chiuda quasi totalmente, mettendo a repentaglio la vita dell’organismo. È evidente che ogni manovra terapeutica efficace è destinata all’inizio a provocare ansia. (…) Il progresso della terapia è segnato da un aumento del sentire, dell’ansia e infine da un intensificarsi del piacere. (ibidem)

 

L’atteggiamento verso se stessi e verso la vita delle persone che presentano problematiche della sfera ansiosa e psicosomatica è ben riassunta dalle parole di Lowen:

 

faticano sotto il peso di un grande stress, ma ciononostante sentono che non andare avanti equivarrebbe ad ammettere la propria debolezza, la sconfitta, il fallimento in quanto esseri umani. Trovandosi in un simile vicolo cieco serrano forte le mascelle, irrigidiscono le gambe, bloccano le ginocchia e continuano ad arrancare con una volontà che a volte ha dell’incredibile. Da molti punti di vista questa volontà di andare avanti è una qualità da ammirare, ma può avere ed ha alcuni effetti disastrosi sul corpo. (ibidem)

 

La maggior parte delle persone è talmente assuefatta a questo modo di prendere la vita “tenendo duro” che non ci fa più caso, finché il malessere accumulato non supera il livello di guardia e sfocia in una qualche patologia emozionale, relazionale o psicosomatica. L’attacco di panico è un esempio di segnale che il nostro corpo ci invia. Ma pensiamo anche al mal di pancia, alla colite, un’altra delle patologie psicosomatiche più diffuse, spesso ci viene da collegarla all’allergia ai pollini o all’alimentazione (cos’ho mangiato), non considerando se non in minima parte cosa ci sia a livello emotivo nella nostra pancia in quel momento. A furia di tenere duro il corpo arriva a raggiungere il proprio limite e la colite si trasforma in diarrea, scaricando così fisicamente l’emozione che è stata trattenuta!

Anche le emicranie sono spesso fraintese e collegate a problemi genetici (“è un problema di famiglia”), legati alla pressione atmosferica, all’alimentazione e alla stanchezza. Anche in questo caso può essere presente alla base una problematica di ritenzione cronica di un emozione, che la persona non riconosce, non si accorge di trattenere e quindi non scarica.

 

Che cosa si può fare?

Il segreto è semplice: si tratta solo di avere energia sufficiente ad affrontare lo stress, ma questo è possibile solo se il corpo è relativamente libero da tensioni. (Lowen, 1975)

 

I disturbi d’ansia possono essere affrontati attraverso il trattamento farmacologico e/o il quello psicologico. Il primo può essere efficace per una remissione veloce dei sintomi, ma non è risolutivo, poiché i sintomi si ripresentano, nella gran parte dei casi, nel momento in cui viene interrotta l’assunzione del farmaco. Il trattamento psicologico può richiedere un tempo più lungo per la remissione dei sintomi, ma assicura un risultato duraturo, perché è volto a comprendere le ragioni per cui la persona ha avuto bisogno di manifestare quel sintomo e fornisce gli strumenti per gestire autonomamente lo stato ansioso.

 

(…) la malattia può essere vista come lo sforzo del nostro corpo per stare meglio. Diventa così centrale comprendere le emozioni che il corpo esprime anziché combatterle o controllarle (Lowen, 2001)

 

La psicologia e, in questa gli approcci corporei in particolare, dedicano particolare cura alla possibilità di scaricare le tensioni fisiche ed emotive, così facendo il livello di cortisolo decresce e con questo lo stress e si attiva la produzione di ossitocina, nota anche come ormone dell’amore. Cosa vuol dire? Vivere le emozioni senza trattenerle, lasciarsi attraversare dalle emozioni senza giudicarle e fermarle, lasciarle libere di fluire dall’una all’altra, senza rimanere fissati su circoli di pensieri che alimentano una certa emozione o essere spinti ad azioni impulsive sull’onda dell’emozione del momento. L’approccio psicologico tenta di mettere a fuoco gli elementi positivi dell’ansia, partendo dal presupposto che se si è presentata ci sarà una ragione vitale, di sopravvivenza per quella persona e finché non la si mette a fuoco l’ansia tiene la persona in allerta.

 

Spesso l’ansia emerge dopo un lungo periodo in cui la persona si è trascurata, non avendo sufficiente cura di sé, attenzione per il proprio corpo e per le comunicazioni che questo esprime. Accade allora che il corpo sia costretto ad urlare per essere ascoltato e, l’ansia è uno dei modi con cui il nostro corpo si fa sentire! Lavorare per far passare uno stato ansioso allora, significa, lavorare per comprendere perché sia arrivato, quali altri messaggi più lievi ci siamo persi prima di arrivare all’esplosione? L’ansia può così diventare un’occasione di crescita personale, che spinge la persona a riportare l’attenzione su di sé, su ciò che sente nel corpo, sulle emozioni e sui pensieri associati a queste sensazioni. Ascoltandoci troviamo il modo di scaricare lo stato di costante tensione e l’impotenza ad esso associata. “Riportare l’attenzione a cosa possiamo fare ci aiuta proprio a regolare questa sensazione di impotenza.” (Cinotti, 2012 )

 

Bibliografia

Ekman, P.(2003) Te lo leggo in faccia. Riconoscere le emozioni anche quando sono

nascoste. Ed. Amrita

Cinotti, N. ; Zazzagnini, C. (2010) Analisi bionergetica in dialogo. Ed. Franco Angeli

Cinotti, N. (2012) Medicina Corpo-Mente da www. Bioenergeticasocietà.it

Lipton, B. (2005) La Biologia delle Credenze. Ed. Macro Edizioni

Lowen, A. (1975) Bioenergetica. Ed. Feltrinelli

Lowen, A. (1985) Il linguaggio del corpo. Ed. Feltrinelli

Lowen, A. (2001) La voce del corpo. Ed. Astrolabio

Plutchik, R. (1994) Psicologia e biologia delle emozioni. Ed. Bollati Boringhieri

Sapolsky, R. M. (2004) Perché alle zebre non viene l’ulcera? Ed. Castelvecchi

 

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Chiara Giudici psicologa Savona

 

Chiara Giudici
Psicologa, psicoterapeuta,
conduttrice di Classi di Esercizio Bioenergetico
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