Il lutto: conoscerlo per affrontarlo

di Laura Barbasio
psicologa
Quando si parla di lutto, di solito, ci si limita a pensare alla morte di una persona cara. In realtà, il lavoro del lutto è un concetto molto più ampio e fa riferimento al processo di separazione che occorre compiere nelle più svariate circostanze della propria vita. Riguarda, per esempio, anche la separazione dal coniuge, il lavoro, un animale domestico, un ideale, la gioventù, la bellezza.
E’ un percorso molto delicato, prevalentemente inconscio, che consiste nel disinvestire le energie prima investite sull’oggetto perduto per liberarle e renderle suscettibili di nuovi investimenti. Studiato soprattutto da Freud, da Abraham, dalla Klein, da Racamier e da altri psicoanalisti – che si sono occupati in particolare delle sue manifestazioni patologiche – richiede un tempo di elaborazione che varia da persona a persona, anche in funzione dei suoi vissuti nella sua storia di vita. Se non adeguatamente elaborato, può portare a diversi tipi di patologie la più comune delle quali è la depressione.
Le fasi del lutto
John Bowlby, l’autore della teoria dell’attaccamento, nei sui tre volumi su La perdita della madre, ne descrive le fasi, vere e proprie tappe con caratteristiche ben precise. Sono:
•    lo stordimento;
•    la ricerca e lo struggimento per la persona perduta;
•    la disorganizzazione e la disperazione;
•    la riorganizzazione.

Lo stordimento. Che si tratti di una morte annunciata da una grave malattia o improvvisa, la reazione immediata alla notizia della perdita di un oggetto d’amore lascia sempre attoniti, inebetiti e con la convinzione della propria incapacità di accettare l’accaduto. La prima fase del lutto può durare da alcune ore a una settimana e può essere caratterizzata da intense emozioni di rabbia, dolore e sconforto. Si alternano al continuare a svolgere la propria vita ‘in modo automatico’ o alla sensazione di essere in compagnia della persona amata, come se nulla fosse accaduto. Non sono rari attacchi di panico che inducono a ricercare la compagnia di amici, né stati di tensione e di apprensione.

La ricerca e lo struggimento per la figura perduta. E’ la fase nella quale chi subisce il lutto inizia a rendersi conto, anche se a tratti, di quanto è accaduto. Il dolore provato si manifesta con la sensazione di essere trafitti, con angoscia e singhiozzi disperati. Questi ultimi possono fare riferimento al pianto di un bambino che, separato dalla madre, tenta proprio con il pianto di attrarre la sua attenzione, sperando di richiamarla sé, anche per il tramite di un’altra persona. Tradiscono quindi quanto il soggetto non abbia ancora fatto propria la verità e tenda a negarla. La speranza che la persona perduta ritorni si rende manifesta anche nell’interpretare rumori ‘abituali’ come il segno di una possibile presenza del defunto e nella sua ricerca in maniera più o meno consapevole. La fase di ricerca e struggimento per la figura perduta è caratterizzata da una sorta di irrequietudine motoria e dalla tendenza a spingersi nei luoghi dell’abitazione o nelle situazioni in cui si stava in compagnia del defunto.
In questa fase, compaiono anche l’insonnia e un generale stato di irrequietudine, indici dello stravolgimento di un equilibrio e dell’irrompere di una realtà che non si riesce a cogliere nella sua interezza. La manifestazione emotiva prevalente in questa fase del lutto è tuttavia la rabbia. Si può esprimere: contro la persona deceduta perché la si ritiene responsabile della sua morte; con i medici che non l’hanno curata a dovere; con chi ha comunicato inadeguatamente la notizia; con chi cerca di offrire il suo aiuto e riporta, in questo modo, alla realtà dell’accaduto; con i ricordi dei momenti di vita passati insieme al defunto per liberarsene ed evitare così il dolore; e, infine, contro se stessi. Per Bowlby, la rabbia è assolutamente normale. Come scrive nei volumi sopra citati, ‘il fatto di esprimere rimproveri verso chiunque appaia responsabile della separazione riduce la probabilità che questa si ripeta’ (…). ‘Sembra che nel corso dell’evoluzione il nostro apparato pulsionale abbia assunto un assetto tale da far supporre che tutte le perdite siano riparabili, così che vi si reagisce in modo conseguente’. La rabbia, in questa fase, rappresenta quindi un tentativo per riallacciare un legame spezzato e perdura fino a quando rimane la speranza di ricongiungersi a chi non è più.

La disorganizzazione e la disperazione. E’ la fase in cui si vive il ‘tormento emotivo’ che il lutto comporta, quella in cui si smette di chiedersi perché è accaduto e di essere arrabbiati, per arrivare ad ammettere che la perdita si è verificata e che la propria vita deve essere ristrutturata e riorganizzata di conseguenza.
I modelli di comportamento adottati in precedenza vanno rivisitati e si ha spesso la sensazione di non essere in grado di farlo, con il risultato che si può cadere nella disperazione, nel timore di non farcela, di non riuscire a salvare nulla del passato e di cadere nella depressione o nell’apatia. Non si possono ideare piani né progetti futuri, fino a quando la consapevolezza dell’accaduto procede a tratti.

La riorganizzazione. Quando la consapevolezza dell’accaduto è definitiva, la persona tenta di comportarsi in maniera diversa. Prova ad acquisire capacità e competenze nuove, a rivestire nuovi ruoli in alternativa a quelli perduti. Più questo avviene più la persona acquisisce fiducia in se stessa e nelle sue capacità, benché rimanga viva una profonda sensazione di solitudine che si manifesta soprattutto la notte. Molto spesso, anche un anno dopo la perdita della persona amata, si continua a pensarla e, a volte, a credere che ci sia ancora.
A questo riguardo, Bowlby ritiene normali anche i sogni del defunto o le illusioni sensoriali, cioè la percezione di sentire o di vedere, in alcuni momenti, la persona scomparsa e di trarne conforto. Questo tuttavia, non impedisce al superstite di essere in contatto con il cambiamento ineluttabile che è avvenuto nella sua vita: accetta la realtà. E’ quindi possibile riacquisire il proprio ruolo, rispettare gli obblighi familiari, sociali e professionali, con l’opportunità di nuovi attaccamenti affettivi e la ricerca di nuove dimensioni nella propria esistenza che si arricchisce di nuove motivazioni.
Può anche accadere di rendersi conto che si stanno facendo delle cose nello stesso modo in cui le avrebbe fatte chi non è più oppure di iniziare attività che erano peculiari della persona morta. ‘Siffatte esperienze – scrive sempre Bowlby – se di breve durata, sono compatibili con un decorso favorevole del lutto’.

 

Laura Barbasio psicologa Genova

 

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