Individuo e social network: verso la dissociazione 2.0?

di Cristina Radif
psicologa, psicoterapeuta

dissociazione

Cosa pensano le persone di Facebook? E quanto lo usano, ma soprattutto in che modo? E a quale scopo? Queste sono soltanto alcune delle domande che gravitano attorno ai social network dai tempi in cui Mark Zuckeberg ha iniziato a conquistarne l’universo raggiungendo con Facebook oltre l’1,4 miliardi di utenti, di ogni età, razza, genere, estrazione sociale e orientamento sessuale.

Tuttavia, cercare risposte esaurienti a queste domande significa addentrarsi in una disputa che ha tutta l’aria di assumere le sembianze di quella politica. Non per i contenuti, sia chiaro, ma per il tenore emotivo che questo argomento può suscitare: dall’indifferenza di chi ne ignora l’esistenza, al coinvolgimento smisurato di che nel social intravede più che una risorsa. E ancora, dalla quiete di chi osserva e non si esprime, alla rabbia di chi espone il suo dissenso.

Ad una fazione infatti non interessano i profili su Facebook, tanto meno una riflessione psico-sociologica su questo argomento. Non si animano, né si preoccupano. Non si scaldano né si appassionano. Sono quelli per cui la discussione come nasce, così muore. Li osservi vivere in una realtà dove i social non esistono e per loro è irrilevante. Oppure dove impazzano. E rimangono comunque indifferenti.

Altri, invece, sono tutt’altro che distaccati. Per un verso o per l’altro. C’è quello che s’indigna, e fa del suo sgomento una rigida scuola di vita. È un anti Facebook, un “antipatizzante” del web, di Spotify, dei social network, dei telefoni con le app, della musica digitale e degli ebooks. Ama l’odore del libro appena sfogliato e conserva gelosamente vinili e cd in una scatola in soffitta al riparo da polvere, ipod e pesticidi digitali.

Ma c’è anche il suo contrario, così social che sposerà la fidanzata incontrata su Meetic, alla quale comprerà l’anello su Amazon, con la quale deciderà il viaggio di nozze con un clic, e che, degli amici con cui gioca a poker on line, conosce soltanto i nickname, ma non i volti, né la voce.

E, infine, c’è la stragrande maggioranza che attribuisce a Facebook la funzione di uno strumento che, come tale, è importante saper usare. È utile per il lavoro, interessante per le informazioni, o meglio la libera informazione, è uno stimolo culturale, ricco di spunti, idee e riflessioni. Mi convince quasi questa visione, ma non del tutto.

“Usi spesso Facebook?”, chiedo incuriosita, “ogni tanto”, risponde chiunque, e mentre noto lo sguardo che appassisce, vedo il disagio fiorire con l’imbarazzo.

La verità è che il signor “chiunque” ci passa molto più tempo di quello che dichiara e non lo usa soltanto con “criterio” o per le cose che sente “utili” per sé stesso. Però non lo dice. Ed è questo che più m’incuriosisce.

E la realtà è che i nostri tempi “morti” sono fatti di un vagabondaggio senza meta, di controllo

della posta, Facebook, Whatsapp, Twitter e via dicendo. E fino a qui, nessuna scoperta.

Ma perché un’omissione? Se domandiamo a una persona che soffre di disturbo di dipendenza da alcol quanti bicchieri beve al giorno, tenderà a diminuire, per vergogna appunto, o per apparire migliore o ancora per raccontare a se stesso una verità più tollerabile.

Allo stesso modo tante persone trascurano e negano la difficoltà che hanno a staccarsi da Facebook, per dirne una, ma più in generale da tutto ciò che li “riempie” all’interno del web.

Una paziente un giorno mi disse: “Io non ho il desiderio di guardare Facebook perché non mi interessa, eppure lo faccio. Cinque, dieci o venti volte al giorno. E così per altri siti. Ma io realmente, non sto cercando niente”.

Non è il desiderio che muove, bensì l’automatismo. E soprattutto il nostro caro e famigerato bisogno di riempire. Siamo incollati all’oggetto, che questa volta e in questi tempi è un “oggetto virtuale”.

Arriviamo a fine giornata sempre più “grassi” e sempre più saturi. Ed ecco perché diventa difficile far spazio al desiderio.

C’è uno spazio a cui l’uomo non da spazio. È quello vuoto, del silenzio, del nulla, del sentire e dell’ascolto. Da qui normalmente germogliano i desideri.

C’è un fenomeno che si osserva di continuo, sugli autobus, in treno, per strada e ovunque ci giriamo. Lo osservo in me stessa come in chiunque io mi imbatta. Non ha a che fare con il vuoto ma con il pieno. Riguarda il soggetto e gli innumerevoli gadget con cui si fonde inconsciamente in un tempo fatto di schermi in cui perdere se stessi, il corpo e più di tutti la presenza. Una sorta di dissociazione appunto, che questa volta non avviene nel nome del trauma.

Il signor “chiunque” legge il giornale e lo fa per davvero, con presenza e concentrazione, al mattino mentre fa colazione. Poi esce di casa, ma non dopo aver controllato la sua casella di posta. Cosa che farà nuovamente a metà della mattina e ancora a distanza di mezz’ora e poi aprendo quella e quell’altra applicazione, aggiornando la pagina delle notizie, pur avendolo fatto poco prima, e così via, fino ad arrivare a Facebook, per sfogliare le foto dell’amico, che ha trascorso il weekend sugli sci, o guardare il profilo aggiornato della fidanzata, alla quale lascerà un commento o un cuoricino, che a sua volta risponderà al commento, aprendone degli altri. O il vicino di casa che mostra il sorriso del figlio al primo giorno di scuola. O l’altro amico che è in macchina e posta un’emoticon rossa di rabbia ai suoi 489 amici, per comunicare che, alle 13.45 di giovedi 10 Febbraio, è in coda in autostrada.

Perché, diciamolo, Facebook in fondo è questo. Non solo, ma soprattutto. Una grande vetrina che abbonda d’immagini e pettegolezzi e che insieme alle altre miriadi di app genera un’apnea che in maniera sottile e inconsapevole non fa altro che allontanarci dai noi stessi.

E allora, probabilmente, chi ha letto il giornale alla mattina avrà fatto l’unico gesto conscio fra sé e il web di tutta la giornata. In tutto il resto, pur essendo sempre connesso, è spesso sconnesso. Al suo posto lascia un corpo addormentato, ogni tanto qualche smorfia ed uno sguardo imbambolato.

Come esseri umani siamo liberi di utilizzare e valutare come vogliamo questi strumenti ai quali non nego una reale utilità. E non è mia intenzione occuparmi di analizzarne il livello qualitativo, come clinica però sono chiamata a non sottovalutare la relazione fra il paziente e i suoi oggetti, in questo caso “virtuali”.

L’assetto culturale in cui viviamo ­– e che ormai consideriamo “normale”­­– è sempre più caratterizzato da una loro predominanza. Che questo sia il nostro panorama è evidente, ma che passi inosservato il suo impatto sui soggetti invece è un rischio. E’ facile infatti che questo contesto costituisca un terreno fertile per la nascita di nuove dipendenze, più lievi o sottili ma altrettanto dannose.

Dentro ad una gamma di atteggiamenti routinari, specie nelle strutture caratteriali maggiormente inclini a sviluppare disturbi di dipendenza, si nascondono aspetti sintomatologici più o meno gravi che siamo chiamati ad identificare.

E se la funzione dell’analista è anche quella di far sì che il paziente, attraverso la relazione terapeutica, incontri se stesso, a maggior ragione dobbiamo aiutarlo a conoscere il suo vuoto, e quello spazio che non va più di moda mostrare, agli altri, agli amici virtuali e talvolta neanche a sé stessi.

Aiutarlo a portare l’attenzione al corpo e al respiro significa, oltre che “staccarlo” dall’oggetto virtuale, assolvere a una delle tre funzioni portanti dell’analisi bioenergetica: la consapevolezza di sé, intesa come coscienza di sé e come atto di ritorno al corpo, alle sensazioni e alle emozioni.

 

” L’idea della resa è impopolare per l’individuo moderno” Alexander Lowen

 

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