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La psicomotricità, un approccio globale alla persona

domenica, Ottobre 16th, 2016

di Cinzia Termi
psicologa, psicoterapeuta

mamma bambino
“La mente è come il vento e il corpo come la sabbia: se vuoi sapere come soffia il vento puoi guardare la sabbia” (Bonnie Bainbridge Cohen)

 

La psicomotricità è nata nei centri di neuro-psichiatria infantile sotto il nome di rieducazione psicomotoria. Molti studiosi misero in evidenza che il trattamento delle malattie dette mentali passava per il corpo e i suoi movimenti. La nosologia psichiatrica arrivò ad isolare turbe e sindromi dette psicomotorie. A partire da Dupré che tra il 1909 ed il 1913 studia quella che definisce debilité motrice, nella quale si raggruppano stati di squilibrio motorio imputabili a sincinesie, paratonie, risposte maldestre, in soggetti giovani,  passando per  Guilmain, che nella prima metà del ‘900 trasferì sul piano educativo le idee di Dupré e Wallon, relativamente alle concordanze che esistono tra motricità e intelligenza e motricità e carattere, continuando con  Henry Wallon e Jean Piaget, che tendono a mettere in risalto e a sottolineare il legame che esiste tra corpo e intelligenza, tra corpo e sviluppo cognitivo, fino ad arrivare ai contributi preziosi di Jean Le Boulch, Aucouturier, Lapierre ed Ajuriaguerra, che proclama già l’unità psicosomatica, prendendo in esame la persona tutta intera, nella sua completezza di psiche e corpo, la storia e l’evoluzione della teoria e della pratica della psicomotricità è andata ampliandosi ed arricchendosi.

 

La scuola francese e quella svizzera influenzeranno il panorama scientifico europeo, attivando un movimento sulla psicomotricità, che arriverà in Italia negli anni ’70. Dal 1970 ad oggi, (periodo breve, ma fondamentale per la psicomotricità, ove  si assiste ad un ampliamento dei riferimenti scientifico – culturali che stanno alla base di questa disciplina) la teoria psicomotoria fa sempre più riferimento alla psicologia, alla psicoanalisi, all’etologia e ai numerosissimi studi sulla comunicazione non verbale. Questo interesse crescente verso altre discipline fa sì che la psicomotricità integri apporti provenienti da quelle stesse discipline.

 

Nel momento in cui il bambino si richiude nella propria vita fantasmatica, la terapia a dimensione psicomotoria opera un’elaborazione simbolica sulla fissità fantasmatica sottostante. In questo caso il terapeuta, a differenza della psicoterapia, in cui la relazione è mediata prevalentemente attraverso il linguaggio, è coinvolto nell’uso di tecniche non verbali fondate sui mediatori corporei come le posture, i gesti, lo sguardo, il corpo significante.

 

Oggi assistiamo al proseguire della ricerca, in questo ambito e all’uso l’uso della psicomotricità in ambito educativo e terapeutico.
Nuovi approcci metodologici si differenziano dai precedenti, per la rilevanza data alla dimensione sensomotoria, ma anche simbolica e di socializzazione, che favoriscono il processo maturativo del bambino. Un nuovo metodo, proposto da Vecchiato nel 2010, denominato “Psicomotricità Relazionale psicodinamica”, presenta, per esempio, un approccio teorico e pratico che, basandosi ancora sul gioco psicomotorio, si propone di promuovere lo sviluppo ontogenetico del bambino anche attraverso il recupero di archetipi del corpo riconducibili allo sviluppo filogenetico, per favorire  il potenziamento di strategie comunicativo-relazionali più idonee ad una crescita armonica.
Passando per molte interpretazioni e i contributi, la psicomotricità è dunque arrivata a noi arricchita, vivificata,  in continua evoluzione e può essere intesa come strumento terapeutico al servizio del benessere dell’individuo.
Al di là delle varie correnti di pensiero sulla psicomotricità, appare utile riflettere sull’idea di fondo che tutte trasmettono e condividono: l’importanza dell’integrazione mente-corpo per garantire all’individuo, bambino o adulto che sia, un equilibrio psicofisico ed una miglior qualità della vita.

 

La psicomotricità, si basa su una visione globale della persona, integrando le interazioni cognitive, emozionali, creative, simboliche e sensomotorie, esprimendo una capacità di essere e di sviluppo armonico della persona. Il pensiero psicomotorio tenta di riunificare l’essere umano in un corpo-mente, corpo-spirito in relazione dialettica ed è stato necessario superare numerose tappe per liberarsi da questo schema dualista di psiche e soma e forse, pur essendo riusciti a scorgere più da vicino l’unità dell’essere, molto resta ancora da scoprire.

 

La psicomotricità si è proposta in ambito educativo e terapeutico richiamando l’attenzione sulla nostra concezione del corpo. Nella società occidentale il corpo è da sempre un “corpo-separato”, dapprima separato dall’anima e dalla psiche e poi dalla mente con le sue facoltà intellettuali. Questa separazione lo ha portato ad essere considerato sia come luogo di bisogni che spesso entrano in conflitto con le regole sociali e per questo necessita di un’adeguata azione “educativa” e di opportuni “addestramenti”, sia come insieme di organi e apparati, regolati da leggi chimiche e meccaniche, sia, infine, come oggetto sottomesso alla volontà dell’intelletto, che ha sostanzialmente compiti esecutivi.

 

Ora, la psicomotricità si è sviluppata e consolidata partendo da un punto di vista diametralmente opposto che ha cercato di sdoganare il corpo dai confini dell’emarginazione per recuperare il suo ruolo fondamentale nella strutturazione della personalità: non più “corpo-separato”, ma corpo inscindibilmente unito alla mente e alla psiche; non più corpo sottomesso, ma corpo come luogo che contiene tutte le potenzialità e le esperienze motorie, affettive e cognitive, consce e inconsce dell’individuo; corpo come mediatore fra sé e il mondo. Da che cosa è motivato questo approccio al corpo, che avrà una serie di ricadute importanti su tutto il metodo della psicomotricità? Dall’osservazione e dalla pratica con i bambini, suffragata anche dalla ricerca psicologica e psicanalitica che in questo ambito hanno registrato significative convergenze, che ha messo in evidenza l’incidenza di alcuni aspetti che, nella loro interazione, concorrono ad armonizzare lo sviluppo del bambino: a)l’unitarietà del processo di crescita che si manifesta nel corpo come “crocevia” tra le funzioni motorie, affettive e cognitive; b)il ruolo della relazione (ed in particolare della relazione corporea con la figura materna) nello sviluppo psicologico; c)la funzione della comunicazione nella relazione che nella prima fase passa attraverso i codici della comunicazione corporea-non-verbale ; d)la funzione del gioco nel processo di costruzione dell’identità.

 

L’approccio psicomotorio e, in modo specifico la Psicomotricità Relazionale, si basa quindi sulla coniugazione di tre parole-chiave: 1) il corpo, come strumento di espressione e di comunicazione, 2) la relazione, come terreno fertile per la crescita e lo sviluppo delle emozioni e degli affetti e quindi come condizione per la nascita psicologica e la conseguente apertura al mondo, 3) il gioco, ed in particolare il gioco simbolico che accompagna l’agire del bambino proprio nella fascia da 2 a 7 anni, come attività naturale per conoscere, per esprimere le emozioni profonde e, come dice Winnicott, per “separarsi” e procedere verso l’autonomia. Tre parole che derivano dal percorso di “crescita naturale” del bambino. Tre parole che, però, partono dal bambino, ma si estendono anche all’adulto che con questi entra in relazione; come dice Lapierre: ”Non si tratta solo di assumere il rapporto del bambino con la nostra persona, ma anche di assumere la nostra relazione in rapporto alla persona e al corpo del bambino” (1982). Questo implica che lo psicomotricista comprenda, nel suo bagaglio professionale, l’attitudine all’ascolto anche del corpo dell’altro, così come l’attenzione all’altro e la disponibilità all’accoglienza e al contenimento. In questo modo potrà “scendere” nel gioco col bambino e stabilire con lui una relazione nella quale ci sia spazio, anche e soprattutto, per i contenuti della vita affettiva che si esprimono proprio attraverso il corpo e la comunicazione corporea non verbale. Ma quanto è necessaria un’attività che assecondi il processo di crescita del bambino? La necessità, o se si preferisce l’utilità, deriva dal fatto che la “crescita naturale” è costellata di ostacoli: pulsioni, paure, bisogni, frustrazioni, conflitti che condizionano la formazione della sua struttura psichica e che possono, se non sufficientemente risolti ed elaborati, interferire sulle sue capacità relazionali (inibizione, aggressività, agitazione, chiusura…) così come sulla sua “apertura al mondo” (desiderio di conoscere, desiderio di affermarsi…). L’esperienza di psicomotricità può essere allora un’efficace opportunità, in quanto attività che, partendo dal mondo reale, prende in considerazione anche le tematiche del mondo interno, consentendo così al bambino di sperimentare le sue possibilità in relazioni simboliche con un adulto diverso dai genitori o da altre figure educative. E questo adulto, forse perché svincolato da preoccupazioni di ordine pedagogico o educativo, e più centrato sulla dimensione affettiva della relazione, può permettergli di esprimere i suoi bisogni profondi, sia affettivi che aggressivi per cercare insieme a lui possibili risposte e modelli di cambiamento. Vale la pena porre l’accento sull’importanza di un’azione del genere: non si tratta, ovviamente, di eliminare i conflitti inconsci e gli ostacoli dal percorso di crescita, ma di accompagnare il bambino e di sostenerlo in queste difficoltà perché possa trovare le soluzioni per muoversi verso una personalità sempre più integrata. Un intervento che contiene una doppia valenza: da un lato, una funzione di prevenzione, nel senso che si crea una condizione di “attenzione” e di “promozione” che può prevenire la formazione di risposte di adattamento patologiche e, dall’altro, la possibilità di individuare precocemente le situazioni di particolare gravità che necessitano di un’azione terapeutica più mirata.

 

L’immagine del corpo rappresenta una forma di equilibrio verso cui tendono le funzioni psicomotorie che evolvono verso la loro maturità. Questa immagine non è precostituita: essa è una “struttura strutturata”. E’ mediante i mutui rapporti dell’organismo con l’ambiente che si organizza l’immagine del corpo, come nucleo centrale della personalità e l’attività motoria e sensomotoria, grazie alla quale l’individuo esplora e manipola l’ambiente, ha un ruolo fondamentale nella sua genesi. E’ un concetto che racchiude quella possibilità, del nostro corpo, di costruire in ogni istante un modello posturale, che ha un ruolo essenziale nel mantenimento della regolazione posturale (posizione del corpo). Tale modello non è un dato statico, ma sostiene attivamente tutti i gesti che vengono compiuti dal nostro corpo su se stesso e sugli oggetti. Nel lavoro di organizzazione del modello posturale, la vita affettiva gioca un ruolo essenziale poiché, sotto l’influenza delle emozioni, il valore relativo delle diverse posture del corpo tra loro e la loro differenziazione evolverà verso le tendenze libidiche.

 

L’intervento psicomotorio rappresenta, pur non essendo l’assoluta panacea, un ottimo approccio allo sviluppo del bambino, proprio perché utilizza la mediazione del corpo e del movimento. Il bambino in terapia psicomotoria scopre un corpo che si muove, che agisce, che esprime ansie e desideri. Egli può manifestare l’ansia e l’insicurezza  anche con il rifiuto, l’aggressività, la passività. La terapia psicomotoria non è l’imposizione di una successione di esercizi, ma la capacità di mettere il bambino in situazioni di fare esperienze dirette, di esplorare, di verificare, di conoscere le proprie capacità e di superare, secondo i propri limiti, le difficoltà. Durante le sedute deve emergere, non soltanto l’aspetto ludico, ma anche una situazione di apprendimento e di verifica. Un progetto terapeutico deve essere preparato in funzione dei problemi, dei bisogni del bambino e tener presente anche le difficoltà che il bambino deve superare. Ajuriaguerra afferma che il sintomo indica che c’è la malattia, ma esso è una manifestazione che nasconde una disorganizzazione globale spesso molto vasta. La fattibilità del progetto dipende, allora, non soltanto dalle conoscenze del bambino, ma dalla capacità del terapeuta di rapportarsi con lui, di adeguarsi al suo ritmo ed interagire tra momenti educativi e didattici, che sono comunque e sempre terapeutici. Ciò che emerge in terapia psicomotoria è il “vissuto” del bambino che “vive”, in maniera diretta, le proprie esperienze e non  è lì per apprendere delle nozioni.
A lungo oggetto di discussione, in ambito pedagogico, terapeutico,didattico, la pratica psicomotoria trova ora, fra l’altro, nuova trattazione negli  Orientamenti per la scuola dell’infanzia e primaria, ove è possibile rileggerne una nuova valorizzazione. In tali indicazioni legislative emerge la necessità di “rivalutare la corporeità”, che include l’azione, il movimento, la relazione con sé e gli altri, ma anche gli aspetti psicologici, cognitivi, affettivi, emozionali del soggetto, che è parte di una cultura di riferimento e di appartenenza.

 

Occorre comunque aggiungere che, talvolta, affiancare  un percorso psicoterapico individuale all’intervento psicomotorio può essere necessario al fine di offrire al bambino un’ulteriore ed imprescindibile occasione di elaborazione simbolica della propria vita fantasmatica, collocandosi in un progetto complessivo di presa in carico che tenda a massimizzare le opportunità di conoscenza di sé ed armonizzazione delle competenze propriocettive ed emotive.

 

Bibliografia

AA. VV., (1997), Le Corps, in  Journal de la psychanalyse de l’enfant, 20, Bayard Editions, Paris
Anzieu D., (1996), Gli involucri psichici, Masson, Milano,it. 1997
Anzieu D., (1985), Io Pelle, Borla, Roma, it. 1994
Aucouturier B., Darrault I., Empinet J., (1983), La Pratica Psicomotoria. Rieducazione e terapia, Armando, Roma, it. 1986
Aucouturier B., Lapierre A., (1980), Il corpo e l’inconscio in educazione e terapia, Armando, Roma, it. 1982
Aucouturier B., Lapierre A., (1978), Simbologia del movimento, Armando, Roma, 1980
De Ajuriaguerra J., (1981), Manuale di psichiatria del bambino, Masson, it. 1983
Dolto F., (1984), L’immagine inconscia del corpo, Red, Come, it. 1996
Lapierre A., (1982), Dalla psicomotricità relazionale all’analisi corporea della relazione, Armando, Milano, it. 2001
Le Boulch J., (1977), Educare con il movimento, Armando, Roma, it. 1979
Lowen A., (1980), Paura di vivere, Astrolabio, Roma, it. 1982
Vecchiato M., (2007), Il gioco psicomotorio. Psicomotricità psicodinamica, Armando, Roma
Tannini L., (a cura di ), (2004), Il corpo–paziente. Da oggetto delle cure a soggetto della relazione terapeutica, Franco Angeli, Milano

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Individuo e social network: verso la dissociazione 2.0?

venerdì, Maggio 27th, 2016

di Cristina Radif
psicologa, psicoterapeuta

dissociazione

Cosa pensano le persone di Facebook? E quanto lo usano, ma soprattutto in che modo? E a quale scopo? Queste sono soltanto alcune delle domande che gravitano attorno ai social network dai tempi in cui Mark Zuckeberg ha iniziato a conquistarne l’universo raggiungendo con Facebook oltre l’1,4 miliardi di utenti, di ogni età, razza, genere, estrazione sociale e orientamento sessuale.

Tuttavia, cercare risposte esaurienti a queste domande significa addentrarsi in una disputa che ha tutta l’aria di assumere le sembianze di quella politica. Non per i contenuti, sia chiaro, ma per il tenore emotivo che questo argomento può suscitare: dall’indifferenza di chi ne ignora l’esistenza, al coinvolgimento smisurato di che nel social intravede più che una risorsa. E ancora, dalla quiete di chi osserva e non si esprime, alla rabbia di chi espone il suo dissenso.

Ad una fazione infatti non interessano i profili su Facebook, tanto meno una riflessione psico-sociologica su questo argomento. Non si animano, né si preoccupano. Non si scaldano né si appassionano. Sono quelli per cui la discussione come nasce, così muore. Li osservi vivere in una realtà dove i social non esistono e per loro è irrilevante. Oppure dove impazzano. E rimangono comunque indifferenti.

Altri, invece, sono tutt’altro che distaccati. Per un verso o per l’altro. C’è quello che s’indigna, e fa del suo sgomento una rigida scuola di vita. È un anti Facebook, un “antipatizzante” del web, di Spotify, dei social network, dei telefoni con le app, della musica digitale e degli ebooks. Ama l’odore del libro appena sfogliato e conserva gelosamente vinili e cd in una scatola in soffitta al riparo da polvere, ipod e pesticidi digitali.

Ma c’è anche il suo contrario, così social che sposerà la fidanzata incontrata su Meetic, alla quale comprerà l’anello su Amazon, con la quale deciderà il viaggio di nozze con un clic, e che, degli amici con cui gioca a poker on line, conosce soltanto i nickname, ma non i volti, né la voce.

E, infine, c’è la stragrande maggioranza che attribuisce a Facebook la funzione di uno strumento che, come tale, è importante saper usare. È utile per il lavoro, interessante per le informazioni, o meglio la libera informazione, è uno stimolo culturale, ricco di spunti, idee e riflessioni. Mi convince quasi questa visione, ma non del tutto.

“Usi spesso Facebook?”, chiedo incuriosita, “ogni tanto”, risponde chiunque, e mentre noto lo sguardo che appassisce, vedo il disagio fiorire con l’imbarazzo.

La verità è che il signor “chiunque” ci passa molto più tempo di quello che dichiara e non lo usa soltanto con “criterio” o per le cose che sente “utili” per sé stesso. Però non lo dice. Ed è questo che più m’incuriosisce.

E la realtà è che i nostri tempi “morti” sono fatti di un vagabondaggio senza meta, di controllo

della posta, Facebook, Whatsapp, Twitter e via dicendo. E fino a qui, nessuna scoperta.

Ma perché un’omissione? Se domandiamo a una persona che soffre di disturbo di dipendenza da alcol quanti bicchieri beve al giorno, tenderà a diminuire, per vergogna appunto, o per apparire migliore o ancora per raccontare a se stesso una verità più tollerabile.

Allo stesso modo tante persone trascurano e negano la difficoltà che hanno a staccarsi da Facebook, per dirne una, ma più in generale da tutto ciò che li “riempie” all’interno del web.

Una paziente un giorno mi disse: “Io non ho il desiderio di guardare Facebook perché non mi interessa, eppure lo faccio. Cinque, dieci o venti volte al giorno. E così per altri siti. Ma io realmente, non sto cercando niente”.

Non è il desiderio che muove, bensì l’automatismo. E soprattutto il nostro caro e famigerato bisogno di riempire. Siamo incollati all’oggetto, che questa volta e in questi tempi è un “oggetto virtuale”.

Arriviamo a fine giornata sempre più “grassi” e sempre più saturi. Ed ecco perché diventa difficile far spazio al desiderio.

C’è uno spazio a cui l’uomo non da spazio. È quello vuoto, del silenzio, del nulla, del sentire e dell’ascolto. Da qui normalmente germogliano i desideri.

C’è un fenomeno che si osserva di continuo, sugli autobus, in treno, per strada e ovunque ci giriamo. Lo osservo in me stessa come in chiunque io mi imbatta. Non ha a che fare con il vuoto ma con il pieno. Riguarda il soggetto e gli innumerevoli gadget con cui si fonde inconsciamente in un tempo fatto di schermi in cui perdere se stessi, il corpo e più di tutti la presenza. Una sorta di dissociazione appunto, che questa volta non avviene nel nome del trauma.

Il signor “chiunque” legge il giornale e lo fa per davvero, con presenza e concentrazione, al mattino mentre fa colazione. Poi esce di casa, ma non dopo aver controllato la sua casella di posta. Cosa che farà nuovamente a metà della mattina e ancora a distanza di mezz’ora e poi aprendo quella e quell’altra applicazione, aggiornando la pagina delle notizie, pur avendolo fatto poco prima, e così via, fino ad arrivare a Facebook, per sfogliare le foto dell’amico, che ha trascorso il weekend sugli sci, o guardare il profilo aggiornato della fidanzata, alla quale lascerà un commento o un cuoricino, che a sua volta risponderà al commento, aprendone degli altri. O il vicino di casa che mostra il sorriso del figlio al primo giorno di scuola. O l’altro amico che è in macchina e posta un’emoticon rossa di rabbia ai suoi 489 amici, per comunicare che, alle 13.45 di giovedi 10 Febbraio, è in coda in autostrada.

Perché, diciamolo, Facebook in fondo è questo. Non solo, ma soprattutto. Una grande vetrina che abbonda d’immagini e pettegolezzi e che insieme alle altre miriadi di app genera un’apnea che in maniera sottile e inconsapevole non fa altro che allontanarci dai noi stessi.

E allora, probabilmente, chi ha letto il giornale alla mattina avrà fatto l’unico gesto conscio fra sé e il web di tutta la giornata. In tutto il resto, pur essendo sempre connesso, è spesso sconnesso. Al suo posto lascia un corpo addormentato, ogni tanto qualche smorfia ed uno sguardo imbambolato.

Come esseri umani siamo liberi di utilizzare e valutare come vogliamo questi strumenti ai quali non nego una reale utilità. E non è mia intenzione occuparmi di analizzarne il livello qualitativo, come clinica però sono chiamata a non sottovalutare la relazione fra il paziente e i suoi oggetti, in questo caso “virtuali”.

L’assetto culturale in cui viviamo ­– e che ormai consideriamo “normale”­­– è sempre più caratterizzato da una loro predominanza. Che questo sia il nostro panorama è evidente, ma che passi inosservato il suo impatto sui soggetti invece è un rischio. E’ facile infatti che questo contesto costituisca un terreno fertile per la nascita di nuove dipendenze, più lievi o sottili ma altrettanto dannose.

Dentro ad una gamma di atteggiamenti routinari, specie nelle strutture caratteriali maggiormente inclini a sviluppare disturbi di dipendenza, si nascondono aspetti sintomatologici più o meno gravi che siamo chiamati ad identificare.

E se la funzione dell’analista è anche quella di far sì che il paziente, attraverso la relazione terapeutica, incontri se stesso, a maggior ragione dobbiamo aiutarlo a conoscere il suo vuoto, e quello spazio che non va più di moda mostrare, agli altri, agli amici virtuali e talvolta neanche a sé stessi.

Aiutarlo a portare l’attenzione al corpo e al respiro significa, oltre che “staccarlo” dall’oggetto virtuale, assolvere a una delle tre funzioni portanti dell’analisi bioenergetica: la consapevolezza di sé, intesa come coscienza di sé e come atto di ritorno al corpo, alle sensazioni e alle emozioni.

 

” L’idea della resa è impopolare per l’individuo moderno” Alexander Lowen

 

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Pensavo fosse amore, invece era un calesse!

martedì, Febbraio 2nd, 2016

Come sopravvivere alle difficoltà coniugali.

pensavo fosse amore

a cura di Chiara Giudici
psicologa psicoterapeuta

La scelta di questo titolo prende spunto dal film di Massimo Troisi, una delicata, divertente e amara lettura dell’amore e della relazione di coppia. Tutto il film è una ricerca della definizione del concetto di amore, che mostra la difficoltà che uomo e donna incontrano nel rapporto l’uno con l’altra, che spesso viene trascinato “come un calesse”. Perché ci trasciniamo in un rapporto che ci fa soffrire, invece di dedicare uno spazio e un tempo per capire cosa non funziona, investendo così nella direzione dello star bene individuale come della coppia? Perché, per dirlo con le parole del regista, intervistato:

Quando non è più amore ma ‘calesse’, bisogna avere il coraggio della fine, piano piano, con dolcezza, senza fare male…ci vuole lo stesso impegno e la stessa intensità dell’inizio.

Rimaniamo impantanati in una dinamica che si ripete sempre uguale a se stessa, in seguito al contrasto che si crea tra il partner ideale, quello che noi abbiamo in testa e quello reale, fino a quando la nostra illusione non cade e con questa il rapporto.

 

Fasi evolutive della coppia

Cresciamo passando per tappe evolutive, identificandoci e differenziandoci con gli altri. Cosa vuol dire? Che la coppia, proprio come il neonato, cresce lentamente nell’interazione tra i partners attraversando una serie di fasi che sono tipiche per tutte le coppie e che utilizzano due meccanismi di base:

L’identificazione -rivedo nell’altro aspetti miei- ci consente di stabilire un contatto con l’esterno, ci rassicura e ci consente di sentirci parte di un tutto.

La differenziazione ci consente  di sviluppare la nostra indipendenza, la libertà di agire e pensare autonomamente, pur facendo parte di una collettività.

I processi di identificazione e di differenziazione sono ciclici nel corso della nostra vita. Così un rapporto di coppia sano, è formato da due persone che continuano a crescere, e che, come coppia, passano attraverso diverse fasi.

Le fasi evolutive della coppia sono le stesse attraverso le quali passa anche il bambino, nel rapporto con i genitori, la prima coppia è in fatti quella madre-figlio e il modo in cui viviamo questo primo rapporto pone una base sulla quale andremo a sviluppare i successivi. Quindi, nel caso in cui ci siano stati problemi in una di queste fasi evolutive, la persona li ripresenterà anche nel rapporto di coppia.

Il neonato è caratterizzato dal desiderio di contatto, soprattutto con la madre. Vuole essere tenuto, accarezzato, accolto con gioia e accettato. L’amore (…) può essere definito come desiderio di vicinanza e di intimità. Quando il desiderio di contatto è soddisfatto il bambino si trova in uno stato di piacere. La deprivazione della vicinanza, di cui ha bisogno, genera uno stato di sofferenza.

Ogni sentimento di amore dell’adulto ha origine in questo strato della personalità. Benché possa variare la forma in cui si esprime, la natura del sentimento d’amore, nell’adulto e nel bambino, non è diversa. Alla base di tutti i sentimenti amorosi vi è il desiderio di contatto e di intimità. L’individuo che è ancora in contatto con il bambino che è stato – e che fa ancora parte di lui- conosce il sentimento dell’amore. È in contatto anche con il proprio cuore. Quanto più una persona è staccata dal proprio cuore o dalla propria infanzia, tanto più è bloccata la sua capacità di provare la pienezza dell’amore. (Lowen, 1975)

Partiamo tutti da un rapporto simbiotico con la madre nei primi mesi di vita, così come partiamo tutti da quello che chiamiamo innamoramento, nella coppia. Il partner è idealizzato e ci si sente molto vicini e simili a lui. Le coppie che riescono a vivere questa fase sviluppano un legame di base, che fa da terreno fertile per il successivo sviluppo della relazione.

Il bambino gradualmente passa a differenziarsi dalla madre e, così, avviene anche nella coppia: i  partner iniziano a scoprire le loro differenze e i loro difetti. Il partner perde l’alone di fascino assoluto, torna ad essere umano e imperfetto e questo comporta una certa sofferenza e un poco di delusione nello scoprire gli aspetti negativi e i punti deboli dell’altro.

Segue una fase di sperimentazione. Il bambino, più o meno dall’anno, comincia ad allontanarsi dalla mamma, è incuriosito da tutto e si lancia, seppur cautamente, ad esplorare il mondo e questo gli consente di imparare molto sia rispetto al mondo che rispetto ai propri limiti. Così andando a esplorare e tornando dalla madre ogni volta che ne ha bisogno, fa le esperienze che gli consentono di crescere e di acquisire sicurezza. Anche la coppia si separa, in questa fase, i partners ricercano spazi individuali nuovi o tornano ai vecchi. Potranno concentrarsi sul lavoro, cercare nuovi rapporti o ambiti in cui investire energie. I conflitti sorti nella fase precedente si acuiscono e diventa necessario trovare modalità nuove di stare insieme senza incatenare l’altro o incatenarsi, lasciando uno spazio di autonomia a ciascuno ed imparando l’arte del compromesso. Ad esempio, se uno desidera andare a camminare in montagna e l’altro detesta l’attività fisica e ama il teatro, si cercherà di lasciare ad entrambi uno spazio per soddisfare indipendentemente questi desideri; o si rinuncerà a turno, al proprio desiderio a vantaggio di quello dell’altro. È fondamentale, infatti, che non sia sempre lo stesso partner a retrocedere, perché in questo caso si innescherebbe una dinamica che porterebbe a inasprire il conflitto, esplicitamente o meno.

Se questa fase di differenziazione ha successo, ne segue una in cui i partners tornano a cercarsi, proprio come il bambino torna a riavvicinarsi alla madre. Si riesce a fare a meno dell’altro, ma c’è un bisogno forte di rassicurazione circa la sua presenza. È questo il periodo in cui costruisce la reale accettazione dell’altro, così com’è e non come lo si vorrebbe. Questa è una fase fertile in cui nascono progetti condivisi, che possono essere un figlio o un’attività comune.

Questo sviluppo dalla simbiosi, all’autonomia, all’unione differenziata è vitale per la qualità di vita personale, come della coppia, perché consente ai partner di sentirsi realizzati, permette loro di acquisire un’identità ben precisa, un senso di autonomia, che diventano la base per potersi ritrovare con l’altro, accettandolo per com’è (cosa che non si riesce a fare mai quando siamo poco sicuri di noi stessi!).  In questo modo la coppia è l’unione di due persone consapevoli e presenti che stanno insieme per scelta, non per necessità.

I partners presentano, ovviamente, ognuno le sue difficoltà, legate, come abbiamo visto, a come sono andate le cose nella loro prima coppia, quella con la loro madre, e riferite alla fase evolutiva in cui ci sono state le difficoltà. Può quindi accadere che uno dei due membri della coppia si trovi più avanti dell’altro nella crescita, a seconda di quelle che sono state le fasi “calde”. In questo caso, uno dei due comincia a differenziarsi o a sperimentarsi all’esterno, mentre l’altro resta, per esempio, alla fase simbiotica. Quando la differenza tra i partner è maggiore di due stati evolutivi la coppia, generalmente, finisce per rompersi.

 

Sintonia Emotiva vs. Dissintonia

Come per la relazione madre-figlio, così anche nel rapporto di coppia, c’è un continuo passare da situazioni di sintonia emotiva a momenti di dissintonia. Questo è normale ed è vitale, poiché è proprio dalla riparazione dei momenti in cui la sintonia manca, che la coppia apprende e cresce. Poter superare la difficoltà insieme consente di sentirsi più solidi e rende la relazione più stabile (che non vuol dire morta o noiosa, perché si tratta di una stabilità dinamica!), questo lo si riesce a fare alleandosi l’un l’altro, rapportandosi al compagno/a paritariamente. Ma questa condizione si verifica quando ognuno dei due partners ha, in primo luogo, stima e contatto con sé.

Quando la buona regolazione della coppia si interrompe, quando cade la sintonia, lo spazio riflessivo si contrae molto: proliferano i pensieri, che vanno a formare vere e proprie catene di teorie su ciò che l’uno e l’altro pensano e sentono, ma così facendo, in realtà, si perde il contatto con la realtà, con lo stimolo corporeo di base e con le emozioni ad esso legate, sia per quanto riguarda se stessi, che per l’altro. Cosa voglio dire? Che andando a costruire teorie su ciò che sta succedendo nel diverbio con l’altro, spostiamo la nostra attenzione da ciò che proviamo a ciò che pensiamo. Così facendo perdiamo l’unica àncora che abbiamo con la realtà! Perché il nostro corpo sarebbe un’àncora? Perché non può mentirci, perché quando è a disagio, non è in grado di non esprimerlo, perché ognuna delle nostre emozioni ha una base fisica, si esprime attraverso una reazione fisica.

Facciamo un esempio: pensate a quali sensazioni fisiche provate quando siete arrabbiati? E quando siete tristi? Potete aiutarvi pensando a una situazione che vi ha fatto arrabbiare e ad una che vi fatto intristire.

Se siete in difficoltà a riconoscere le sensazioni fisiche, proviamo in un altro modo. Descriverò una serie di sensazioni fisiche legate a rabbia e tristezza e vi darò alcune indicazioni operative, provate a seguirle e cercate di osservare se mentre leggete c’è un cambiamento del vostro stato d’animo.

Nella rabbia alcune delle reazioni fisiche comuni sono: l’aumento della temperatura corporea, della sudorazione, del battito cardiaco e della pressione sanguigna. Rispetto a queste non potete fare nulla volontariamente. Ma provate a contrarre la parte posteriore del corpo (schiena, collo), tendendo la gola e la fronte; serrate la mascella (i denti possono arrivare a digrignare) e le labbra, fate convergere verso il basso le sopracciglia e spalancate gli occhi. State un po’ così e provate e percepire che stato d’animo arriva.

Nella tristezza alcune delle reazioni fisiche comuni sono: il diaframma si chiude, sensazione di un peso sul cuore, groppo in gola e palpebre pesanti. Provate a tendere il collo, fino ad avere voglia di gridare, e tendente la fronte tra le sopracciglia, cercando di farle convergere in alto all’interno, splancate la bocca e fate scendere verso il basso gli angoli, fate salire le guance verso gli occhi e abbassate lo sguardo. State un po’ così e provate e percepire che stato d’animo arriva.

È molto importante essere consapevoli delle nostre sensazioni fisiche perché sono quelle che ci consentono di identificare sia come ci sentiamo noi, che qual è lo stato emotivo del partner. Quante volte, andando dietro ai pensieri e alle teorie “montiamo” noi stessi arrivando ad arrabbiarci, ma per effetto dei nostri ragionamenti, quando alla base c’è magari l’emozione della tristezza? O quante volte succede proprio l’opposto: non consapevoli della rabbia, seguiamo una catena di pensieri che ci porta a sentire tristezza! Funzioniamo proprio così e copriamo lo stato d’animo di partenza, siamo spesso poco consapevoli di come stiamo e seguendo le catene di pensieri diventiamo estremamente confusi a riguardo. Questa modalità che porta in primo piano i contenuti del diverbio, distoglie l’attenzione di entrambi i partners dalla loro realtà corporea rendendoli assai poco consapevoli delle emozioni presenti in se stessi, come nell’altro, nonostante una forte presunzione di conoscerle, legata alle teorie sviluppate in merito!

Quindi la prima regola d’oro per far funzionare la coppia è quella di lavorare per essere consapevoli delle proprie sensazioni fisiche ed emotive. Questo ci consentirà di avere chiaro come stiamo e cosa proviamo e ci predisporrà all’osservazione dell’altro con meno preconcetti.

Consideriamo un altro aspetto. Generalmente quando qualcosa non funziona nella coppia, si strutturano dinamiche che tendono a ripetersi e che, alla lunga, sfiaccano il rapporto (in realtà possono ripetersi anche nei vari rapporti di coppia costruiti nel tempo). Queste dinamiche non sono normalmente consapevoli, la persona le agisce, cioè, senza rendersene conto. Facciamo qualche esempio:

. un partner reagisce in modo attivo alla depressione, facendo molti tentativi per far muovere l’altro: LO CORREGGE (cercando così di tornare alla situazione di sintonia), in realtà l’intervento di questa persona ha lo scopo di calmare se stessa. Anzi, lo stare talmente addosso al partner gli manda una comunicazione che è proprio l’opposto di ciò che la persona si propone: “non sei all’altezza, non vali nulla, hai bisogno di me” e lo allontana sempre di più dal rapporto reciproco, così come dalla possibilità di acquisire una maggiore coscienza di se stesso.

. un partner reagisce al disagio EVITANDO il problema, il confronto, verbalizzando anche di non avere nessun problema con l’altro. Proprio nello stesso modo in cui se mi sono rotto una gamba, poi eviterò di appoggiare tutto il mio peso, anche una volta che la gamba sarà tornata a posto: per la paura di sentire male. Così facendo, in realtà rimango in uno stato di sofferenza, al quale aggiungo una fatica notevole, che non mi consente mai di verificare se effettivamente affrontare quel timore mi porti il dolore pensato.

Quali sono le regole d’oro per stare bene in coppia?

  1. Riportarsi, prima di tutto, alla sintonia con se stessi, perché questa è l’unica base da cui partire per poter ritrovare l’altro. Come abbiamo visto nel primo esempio se io tento di riparare quando sono in ansia non riesco, perché cerco di lenire la mia ansia e non mi sto occupando veramente dell’altro! La sintonia con se stessi ha una base corporea. Se non sono cosciente di cosa provo, e spesso è così, sappiamo cosa pensiamo, ma non cosa sentiamo, il disagio deve arrivare ad assumere forme molto rumorose perché ci consentiamo di sentirlo (pensate ai disturbi d’ansia)!
  2. Questo consente di riacquistare consapevolezza rispetto all’identificazione con l’altro, cioè a quando nell’altro vediamo aspetti che sono nostri, ma che non riconosciamo come tali.
  3. Questo consente di predisporsi a poter “ascoltare” il corpo dell’altro, che è quello che ci invia i segnali rispetto alla distanza giusta e al tempismo adeguato per quel momento.

Ricordiamoci che quando le dinamiche si ripetono e non riusciamo ad uscirne, l’unica soluzione consta nell’aprire il sistema: chiedere aiuto!

Vorrei spendere un’ultima considerazione sul ruolo del contatto come regolatore del sistema della coppia, come strumento nella relazione con l’altro che consente di passare molto più efficacemente ciò che sentiamo, rispetto ad un discorso, superando alcune delle barriere inconsce dell’altro. Vorrei ricordarvi che il contatto può esserci anche nella distanza (pensiamo allo sguardo e al suo potere comunicativo). A questo riguardo vi lascio con un esempio molto efficace tratto dalla relazione madre-figlio: conoscete tutti quale potere ha il sorriso e lo sguardo birbone di un bambino, subito dopo aver fatto una marachella ed essere stato sgridato, nel suscitare nel genitore comprensione e simpatia? Anche nella coppia le cose funzionano proprio in questo modo!

 

Chiara Giudici
Psicologa, conduttrice di Classi di Esercizio Bioenergetico
E-mail: chiara_giudici@fastwebnet.it
Tel. 347 7716567
Savona

 

 

Bibliografia

Bonanni, L. Fasi evolutive del rapporto di coppia. www.psicoterapie.org/169.htm

Cinotti, N. ; Zazzagnini, C. (2010) Analisi bionergetica in dialogo. Ed. FrancoAngeli

Ekman, P. (2003) Te lo leggo in faccia. Riconoscere le emozioni anche quando sono nascoste. Ed. Amrita

Lowen, A. (1975) Bioenergetica. Ed. Feltrinelli

Lowen, A. (1985) Il linguaggio del corpo. Ed. Feltrinelli

Satir, V. (1988) In famiglia come va? Ed. Impressioni Grafiche

 

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Prevenzione e trattamento del mal di testa: il contributo della psicologia

sabato, Maggio 2nd, 2015

di Maria Cristina Zunino
psicologa

mal di testa

 

Il “mal di testa”, o cefalea, è uno dei disturbi più comuni e può assumere forme diverse: l’International Headache Society, nella sua “Classificazione Internazionale delle Cefalee” pubblicata nel 2004, ne ha identificato 13 tipologie principali, suddivise in due macro-gruppi:

  • le cefalee “primarie”, oggetto del presente articolo, in cui il mal di testa è un disturbo autonomo, non legato ad altre patologie. Si tratta quindi di “malattie” vere e proprie, per le quali spesso non viene rinvenuta una causa organica e considerate benigne perché non causano danni neurologici permanenti né conducono a morte. Tuttavia esse possono essere così invalidanti da compromettere, in modo anche grave, la qualità di vita del soggetto in ambito famigliare, lavorativo e sociale. Le forme più frequenti sono l’emicrania, la cefalea di tipo tensivo e la cefalea a grappolo.
  • le cefalee “secondarie” (“sintomatiche”) in cui il mal di testa è un “sintomo” cioè la conseguenza di una ben definita e precisa malattia primitiva (ipertensione arteriosa, sinusite, trauma cranico, artrosi cervicale, malattie della bocca, allergie, lesioni cerebrali, etc.).

Si calcola che tra il 60 e il 90% degli individui manifesti un attacco di cefalea primaria almeno una volta all’anno. Il mal di testa colpisce prevalentemente gli adulti tra i 25 e i 55 anni (quindi la popolazione economicamente più produttiva), ma non risparmia neppure bambini, adolescenti e anziani. E’ presente con maggiore frequenza tra le donne (si stima tra il 15% e il 18%) rispetto agli uomini (circa il 6%, con una maggiore incidenza, rispetto alle donne, della cefalea a grappolo).

L’emicrania e la cefalea di tipo tensivo sono le forme più frequenti. Secondo studi europei ed americani, la sola emicrania colpisce il 10-15% degli adulti. Sulla base di queste evidenze l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha inserito l’emicrania severa al 19° posto come causa di disabilità (al 12° posto se si considera la sola popolazione femminile).

Anche i risvolti economici di queste patologie sono rilevanti. I costi diretti sono legati all’impiego di risorse per la prevenzione, la diagnosi e la cura (visite mediche, indagini diagnostiche, ricoveri, farmaci, terapie non farmacologiche, ecc.). I costi indiretti riguardano la ridotta capacità lavorativa ed i giorni di lavoro persi a causa della malattia. Vi sono infine costi non quantificabili, legati alla sfera psichica e sociale, per l’impatto emotivo che la malattia causa al paziente e ai suoi familiari.

Secondo i dati dell’Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, il costo stimato (diretto e indiretto) di questa patologia in Italia è di circa 6 miliardi di euro l’anno. Per quanto riguarda il costo dovuto alla perdita di giorni di lavoro a causa delle cefalee, questo è stato stimato, a livello europeo, in 27 miliardi di euro all’anno.

Questi dati, davvero allarmanti, hanno fatto sì che negli ultimi vent’anni si siano riscontrate una maggiore attenzione nei confronti delle cefalee e una crescente consapevolezza, da parte di chi ne soffre, della necessità di considerarla una vera e propria patologia e come tale da non trascurare.

La psicologia si è confrontata con questo problema fin dai suoi esordi: già nel 1919 infatti lo psicoanalista Sandor Ferenczi aveva osservato e studiato quello che oggi definiamo il “mal di testa del week end”.

Un primo contributo decisivo venne negli anni ’30 da Harold G. Wolff, che approfondì le relazioni tra emicrania e caratteristiche di personalità, avviando un filone di ricerca tuttora molto vivace. Oggi si ritiene che il fatto di possedere determinati tratti di personalità non sia all’origine del mal di testa (secondo una relazione diretta di causa-effetto), quanto piuttosto costituisca un fattore di predisposizione alla patologia. Dal punto di vista psicologico, sono stati individuati alcuni fattori, correlati con lo stress, ritenuti predisponenti il mal di testa: problemi emotivi, lavorativi, affettivi, relazionali, ecc.

Gli studi scientifici più recenti dimostrano infatti che, sia per l’emicrania sia per la cefalea tensiva, lo stress può avere una forte incidenza sulla frequenza degli attacchi e sull’intensità del dolore. Queste evidenze hanno spostato il fuoco delle ricerche verso l’analisi delle strategie adottate dal soggetto cefalgico per gestire lo stress ed esprimere le proprie emozioni o, al contrario, la tendenza a reprimerle e affrontarle in modo inadeguato. Sotto questo profilo, tra le emozioni la rabbia è risultata di particolare rilevanza per l’insorgenza della cefalea.

Sono state raccolte evidenze relative a collegamenti tra cefalee e depressione (per una gestione non funzionale della propria aggressività) e tra ansia e cefalee (soprattutto cefalee tensive) dovute alla contrazione dei muscoli del collo, del cranio e delle spalle.

E’ stato inoltre dimostrato che intervenire sulle reazioni fisiologiche associate alle cefalee (come appunto la tensione muscolare o la vasocostrizione periferica, che provoca la sensazione di freddo, soprattutto agli arti) produce un significativo miglioramento della sintomatologia.

Nel corso degli ultimi anni sono state messe a punto in ambito psicologico, in una prospettiva che valorizza la relazione mente-corpo, diverse tipologie di intervento nel campo delle cefalee, a livello di prevenzione e di trattamento, sia nel paziente adulto sia nel bambino.

Obiettivi di questi interventi sono la regolazione di eventuali reazioni affettivo-emotive disfunzionali, il miglioramento della gestione dello stress e della qualità delle relazioni, il controllo e la modificazione delle risposte fisiologiche, la riduzione/eliminazione, quando possibile, del consumo di farmaci (soprattutto in soggetti quali bambini, donne in gravidanza, ecc.), l’acquisizione ed il mantenimento di stili di vita funzionali per la prevenzione della patologia.

Tra gli strumenti che sono risultati maggiormente efficaci per un approccio psicologico alle cefalee vanno segnalati la rilevazione del profilo psicofisiologico di stress associato al biofeedback training, il supporto psicologico, la psicoterapia, le tecniche di rilassamento, di assertività e di gestione dello stress.

contatto
Maria Cristina Zunino
tel. 335 5627912
e-mail: mczunino@libero.it
Via Caffaro 1/13
16124 Genova

Psicologia del benessere: riflessioni sul nascere e sul dare alla luce

sabato, Marzo 28th, 2015

di Cinzia Termi
psicologa psicoterapueta  

nascita

Avere un figlio significa manifestare un assoluto accordo con l’uomo. Se ho un bambino, è come se dicessi: sono nato, ho assaggiato la vita e ho constatato che essa è così buona che merita di essere moltiplicata
(Milan Kundera)

La nascita, fatto biologico e culturale ricco di implicazioni psicologiche, sociali, economiche, è analizzabile da molte prospettive ed è evento che riguarda insieme individui e sistema sociale.
Molti sono i soggetti coinvolti: il bambino, che viene al mondo, i genitori, le loro famiglie, la società in cui sono inseriti, la specie umana. Ognuno di questi elementi può essere preso come punto di osservazione per considerare la nascita, evento semplice e complesso attraverso il quale la specie si assicura la sopravvivenza, l’individuo si proietta nel futuro.
Occorre  sottolineare che la procreazione è  solo in apparenza una questione di pertinenza esclusiva delle singole persone: la società elabora infatti una serie di norme volte a porre controllo a questo fenomeno. Talvolta, le decisioni individuali relative alla decisione di avere o meno dei figli vengono modellate dalle prescrizioni sociali e alcune scelte, come quella di avere un figlio al di fuori di un’unione stabile o la scelta di partorire in casa, vengono ad assumere un maggior costo per l’individuo in termini di energia psichica richiesta.

Sembra importante riflettere  su come, in tutte le società, la nascita venga affrontata con rituali ricchi di implicazioni simboliche, che hanno la funzione di diminuire l’ansia collegata a questo evento,  ma  anche di trasmettere i valori dominanti in quella determinata cultura. Le pratiche della nascita si configurano come “riti di passaggio”, finalizzate ad accompagnare la donna verso la maternità.
Nel corso dei secoli, il parto si è progressivamente allontanato dall’essere evento esclusivamente femminile, per divenire sempre più processo tecnico, controllato e “gestito” dai medici. In parte la medicalizzazione della nascita ha portato con sé un aumento di garanzie per la salute della donna e del neonato. Si può intravedere la funzione simbolica di questa serie di procedure di routine che accompagna la gravidanza, simile a quella dei riti di passaggio nelle culture tradizionali. D’altro canto, però, questo pervasivo controllo medico che accompagna ogni attimo della gravidanza, può talvolta intervenire a creare un vissuto di estraneità e distanza rispetto al proprio corpo, sentito talora come altro da sé, occupato, durante i nove mesi, in un’impresa che altri guidano e supervisionano.

Dobbiamo a Davis-Floyd (1994 e 1997) una sintesi efficace del sistema di valori implicati nei diversi modelli di nascita: mettendo a confronto le caratteristiche dell’approccio umanizzato e olistico con quelle del modello tecnocratico, è possibile intravedere differenti paradigmi relativi alla nascita che ci aiutano a  riflettere su come il benessere di madre e bambino possa essere frutto di esperienze anche molto diverse, ma risulta fondamentale come, laddove esse siano guidate esclusivamente dall’ideologia e da dettami teorici rigidi, non possano incontrare in modo flessibile le caratteristiche e i bisogni della donna.
Al modello “tecnocratico” dove il corpo  appare imperfetto, separato  dal sé, contenitore per un feto che può essere vissuto come separato, lo sviluppo fetale processo meccanico in cui la madre non è attivamente coinvolta, i desideri della madre e i bisogni del bambino come conflittuali durante travaglio e parto, il dolore considerato in assoluto come categoria negativa a cui consegue il (dovere) diritto per la donna moderna  di non provarne in travaglio, il sapere medico come autorevole e spesso indiscutibile, la gravidanza come fuori del controllo personale e quindi spiacevole, si oppone un modello “olistico”.  Quest’ultimo vede il sé e il corpo come un unicum, la vita e il corpo come talvolta non controllabili, ma non perciò necessariamente tendenti al disordine e alla catastrofe, madre e bambino essenzialmente sistema integrato, che può essere danneggiato dalla scomposizione in due parti separate, la madre parte attiva nello sviluppo del bambino, la sicurezza del bambino e i bisogni emotivi della madre come un unicum, la mente e il corpo come unità organica interconnessa, il parto inteso come esperienza complessiva di mente e corpo, il dolore come parte integrante del processo, l’intuizione e la conoscenza personali autorevoli compagni a fianco e non inferiori al sapere medico, la forza come conseguenza del permesso di lasciare andare il controllo. Dalla presa in esame di questi due modelli a confronto, possono emergere, tra l’altro, approfondimenti capaci di guidare verso un più completo concetto di benessere e di salute in gravidanza.

In questi mesi, in occasione degli incontri di sportello dedicati alla gravidanza, ho avuto occasione di  incontrare  mamme in attesa e le riflessioni che seguono prendono spunto perciò, soprattutto dalla prospettiva materna: il tentativo è quello di fare emergere alcuni dei  fattori che influenzano il benessere della donna e perciò, potenzialmente, influiscono nella formazione di un sano rapporto fra il neonato e la madre.
Il  periodo perinatale, l’arco di tempo dal concepimento fino al primo anno di vita dopo il parto, rappresenta, occorre ricordarlo, una fase di aumentato rischio per la salute psichica genitoriale: la ricerca degli ultimi decenni ha evidenziato come i disturbi d’ansia e i disturbi dell’umore siano presenti già nelle fasi della gravidanza.

Parlando in termini generali e ponendo attenzione in particolare ad una parte delle situazioni maggiormente problematiche, le madri che ho incontrate erano spesso confuse e sfiduciate e anche laddove non sembravano essere presenti elementi correlati ad un disagio sociale o psicologico individuale specifico: esse riferivano di vivere l’esperienza dell’attesa come molto diversa da come se l’erano immaginata e lamentavano un pervasivo senso di sfiducia, ansia,  paura, disforia.
Alcune sentivano di non riuscire a partecipare all’esperienza che stavano vivendo, con l’ entusiasmo e  la serenità che avrebbero desiderato: questo vissuto era accompagnato sempre da una notevole colpevolizzazione che andava ad alimentare un evidente malessere psicologico e fisico.
Al di là delle situazioni specifiche e delle problematiche personali, un tratto che sembra accomunare le storie di queste donne è che quello di ritrovarsi a vivere la gravidanza e il vicino passaggio dalla condizione di donna a quella di madre, come  un periodo nel quale si fa i conti con un’immagine di sé in trasformazione profonda: laddove questa esperienza si svolga all’interno di una realtà personale o familiare che tende a soverchiare o ad annullare l’ascolto dei bisogni profondi della donna, le sue fragilità ma anche le sue richieste di aiuto, tacciate talvolta come secondarie, invece che congruenti, rispetto al benessere del bambino, la realtà che ne consegue è spesso quello di una solitudine interiore foriera di vissuti depressivi e ansia che, se non elaborati, non potranno che intervenire negativamente nella relazione madre-bambino.

Dal punto di vista intrapsichico i processi di transizione alla genitorialità richiedono di rielaborare le proprie esperienze  infantili e riconducono al confronto con i modelli genitoriali interiorizzati: questi passaggi sono fondamentali per la costruzione o la rimodulazione dell’identità della madre e del padre ma, al tempo stesso, possono far riemergere traumi o conflitti non risolti.
Diventare genitori è un processo di sviluppo dell’identità adulta che ridiscute gli assetti esistenti, portando con sé le potenzialità di una crescita psicologica ma anche, in particolari condizioni, il rischio di vivere un disagio emotivo più o meno grave.
La nascita di un figlio è dunque un evento complesso che può comportare gioia ma anche nuove responsabilità, difficoltà e imprevisti, fra cui l’insorgere di un disagio emozionale, che se non individuato per tempo può minare il benessere della diade e della famiglia.

L’individuazione tempestiva di una sofferenza emotiva in queste fasi è allora importantissima dal punto di vista preventivo, dal momento che le conseguenze del disagio psichico, per esempio  della depressione perinatale,  sullo sviluppo infantile, sono certe e documentate da molte evidenze scientifiche.
La depressione materna, impoverisce e disturba la qualità dei processi interattivi che sono a fondamento dello sviluppo psichico infantile. La presenza di un disagio psichico materno ha effetti sul benessere del feto e sullo sviluppo cognitivo ed affettivo e può associarsi ad un aumentato rischio psicopatologico in adolescenza. Occorre d’altronde sottolineare come sia la presenza concomitante di vari fattori di rischio, come l’isolamento sociale, l’età adolescenziale materna, l’assenza del partner, lutti e traumi, la violenza domestica e non la semplice esposizione al disagio psichico materno, a favorire il realizzarsi di condizioni non favorevoli allo sviluppo del bambino.
E’ però certo che un’esperienza caratterizzata da errori interattivi non riparati e da difficile comprensione nella relazione madre e bambino, può costituire un fattore di rischio evolutivo e ripercuotersi sullo sviluppo con esiti a vari livelli (cognitivo, affettivo, comportamentale, neurofisiologico).
Tutto questo suggerisce l’utilità dell’individuazione precoce di un eventuale disagio emotivo materno sia durante la gravidanza che nel post-partum. Centrale è, da questo punto di vista, la formazione degli operatori e la possibilità di integrazione delle differenti figure di cura che ruotano intorno al benessere della madre e del bambino.

In un ottica di psicologia del benessere, gli interventi di supporto e di sostegno proposti in gravidanza potrebbero avere  effetti ben oltre il puerperio e i primi anni della relazione con il neonato. Concentrarsi sulla possibilità di offrire sostegno per una buona gravidanza può allora significare iniziare ad ampliare il focus dell’intervento  ed integrare i contributi di scienze diverse, con una visione multifattoriale che permetta alla donna di vivere l’esperienza della gravidanza, fra l’altro, come occasione per arricchire e talvolta modificare la propria immagine di sé, al servizio del proprio benessere e della positiva e serena relazione con il figlio.

Occorre dire che il periodo perinatale offre una opportunità di prevenzione non presente in altri momenti della vita familiare: nei mesi della gravidanza le donne hanno un accesso costante ai servizi sanitari. In gravidanza e nei primi mesi di vita del bambino, le donne incontrano ginecologo, ostetriche, assistenti sanitari, puericultrici, neonatologi,  talvolta psicologi, neuropsichiatri infantili, oltre a pediatri e medici di base. In una visione integrata dell’assistenza al periodo perinatale, sarebbe auspicabile che tutte le figure che ruotano intorno al nuovo nucleo familiare potessero condividere una formazione che sia trasversale e non settoriale, tale cioè da essere basata su conoscenze teoriche, linee guida e modelli applicativi che permettano di mettere in atto strategie di prevenzione primaria e secondaria. Questo modello di assistenza dovrebbe allora prevedere un’integrazione fra discipline diverse e la definizione di percorsi di invio per le situazioni, ove si ravvisi la necessità di approfondimenti diagnostici e di trattamento. Una “cultura della perinatalità” allora, da intendersi come un approccio che riesca a tenere conto della complessità dei processi psicologici insiti nel passaggio alla genitorialità e di un’assistenza che vada oltre il monitoraggio del decorso degli eventi somatici e includa assolutamente gli aspetti psicologici e relazionali in un’ottica di promozione della salute,  da intendersi come benessere globale della persona.
Appare ineludibile, in termini di prevenzione, un’ottica interdisciplinare, in cui gli operatori che ruotano intorno alla salute della diade madre bambino, condividano specifiche competenze  che permettano di supportare la transizione alla genitorialità e, ove necessario,  di individuare il disagio emotivo perinatale, offrendo un trattamento adeguato e tempestivo.
Occorre aggiungere e avere chiaro che, d’altro canto,  spesso, le donne con maggiori problematiche psichiche tendono a frequentare meno delle altre i servizi loro offerti e accedono invece, con più frequenza, al servizio ospedaliero per ricoveri d’urgenza dei loro bambini. Ecco allora che talvolta gli operatori dell’assistenza di base, come il medico di base, così come alcune figure di assistenza specialistica del bambino, come il pediatra e il neuropsichiatria infantile, possono essere le  prime e uniche figure che entrano in contatto con la sofferenza familiare e la loro capacità di comprensione del segnale di malessere può permettere di intervenire precocemente, portando sollievo in una visione complessiva e  non limitata al sintomo.

bibliografia
A Della Vedova, C. Cristini, Salute psichica e prevenzione nella perinatalità, da Link, volume 1/2015, Roma
A. Scopesi, P. Viterbori, Psicologia della maternità, Carocci editore, Roma, 2003
R.Davis-Floyd, Birth as an American rite of passage, Berkeley, 1992
R.Davis-Floyd, Childbirth and authoritative knowledge, Berkeley, 1997

Autrice dell’articolo:

Cinzia Termi - psicologa psicoterapeuta Genova
   Cinzia Termi
psicologa, psicoterapeuta
tel. 339 4187700
e-mail: cinziantares@yahoo.it
Genova

 

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Mamma come nascono i bambini?

sabato, Gennaio 24th, 2015

Come gestire lo sviluppo della sessualità infantile: la nudità del genitore e del bambino, le differenze sessuali e le domande imbarazzanti.

dialoghi mamma e figlio

di Chiara Giudici
psicologa

Quando inizia ad avere importanza la sua sessualità per il bambino? C’è eccitazione sessuale nei bambini?
Eccome! Il bambino tra i 3 e i 4 anni è all’apice della sua energia, ha uno stato di carica che è il più elevato di tutta la sua vita e andrà scemando con la crescita. Questa eccitazione è anche sessuale. Sfatiamo il mito del bambino asessuato e riconosciamo come fin dai primi mesi ci sia l’attivazione della zona erogena della bocca, che poi intorno ai 3 anni lascia il primato all’attivazione erogena della zona genitale. Come si manifesta questa eccitazione? Nei primi due anni il succhiare è l’elemento principe del provare piacere, il bambino conosce con la bocca e ripropone questa modalità di conoscenza e di sperimentazione del piacere succhiando e assaggiando qualunque cosa: mani, ciuccio, giochi. All’inizio l’istinto del piacere è diretto verso il proprio corpo, viene definito autoerotico, verso i tre anni comincia a muoversi  verso l’esterno, in questa fase la zona genitale comincia a farsi sentire maggiormente e i bambini cominciano a toccarsi e a esplorare i propri genitali e gli altrui, possono manifestare comportamenti di “proprietà” verso la cacca e la pipì, che sono legati anche alla dimensione di piacere connessa nel lasciare uscire urine e feci.
Durante questo periodo la curiosità dei bambini è molto vivace, ci sono molte domande sulla vita e sulla morte, sulle differenze di genere e i piccoli iniziano  a formulare le proprie teorie sessuali che cercano di verificare chiedendo direttamente agli adulti o osservandoli. Anche i loro tentativi di esplorazione del proprio corpo, o di seduzione del genitore amato si fanno più intensi. Cicogne e cavoli hanno evitato per decenni che i bambini ponessero domande del tipo “posso mettere il pisellino nella tua patatina?” alle mamme o che la bambine chiedessero ai papà “facciamo un bambino insieme?”. Queste curiosità e propositività sono naturali e non hanno nulla di sbagliato, è importante che i genitori rispondano positivamente, spiegando ai bambini che queste cose la mamma e il papà le fanno tra loro e solo tra loro e che lui e lei potranno a loro volta avere un fidanzato/a una volta cresciuti con cui fare un bambino e creare una famiglia. Le domande tipiche di questo periodo sono relative a capire il funzionamento della vita: da dove escono i bambini e, subito dopo, da dove entrano e come fanno ad entrare; per poi interrogarsi sul funzionamento dei genitali dei genitori. A queste domande sarebbe opportuno rispondere in modo semplice e affettuoso. Così anche è importante inquadrare i comportamenti di esplorazione del proprio corpo, con il desiderio di accarezzarsi, come fisiologici, non ridicolizzandoli o punendoli, né esaltandoli. È molto importante non colpevolizzare il “desiderio”, che altrimenti susciterebbe una forte vergogna, perché questo sentimento potrebbe in età adulta compromettere notevolmente il normale funzionamento sessuale.
È però importante limitare il comportamento erotico e autoerotico in un contesto specifico spiegando ai bambini che queste cose si fanno solo in privato.
Il bambino vive l’eccitazione sessuale molto naturalmente se non è castrato dagli adulti, senza vergogna e senza inibizione. Da come abbiamo descritto le cose fin’ora sembra che si tratti solo di un’attività autoerotica, ma in realtà a questa attivazione ed esplorazione del proprio corpo corrisponde un’attivazione relazionale e una ricerca verso il corpo dei genitori e dei coetanei. Il bambino e la bambina cercano il contatto con i genitori, in particolare con quello di sesso opposto, come dicevamo poc’anzi, cercano carezze, possono strusciarsi o posso spingersi a cercare di toccare gli organi sessuali degli adulti, o a chiedere di vederli. Questa ricerca di contatto unisce sia la componente di eccitazione sessuale che quella della tenerezza, i bambini amano sessualmente ed affettivamente, non sono in grado di separare l’amore dalla sessualità, hanno un’esperienza fisica dell’amore, perché sono ancora in contatto col proprio corpo.

Come reagisce il corpo del genitore al contatto col corpo del bambino?
Prima di muoverci per capire quale siano i comportamenti consigliati proviamo a riflettere sulle componenti relative alla responsabilità del genitore in questa dinamica evolutiva, altrimenti da quanto abbiamo detto può sembrare che tutto parta sempre e soltanto dal bambino che si sviluppa.
Proviamo dunque a chiederci quale sia la qualità del contatto che come genitori diamo ai nostri bambini? E ancora, come rispondano i nostri corpi di adulti alle invasioni fisiche dei bambini?
Il contatto fisico di un genitore o la difficoltà nel contatto possono avere implicazioni sessuali non consapevoli e suscitare nel bambino delle sensazioni sessuali. E per contatto intendiamo anche l’effetto dello sguardo: che può comunicare disagio, ammirazione, interesse sessuale. E non è così scontato che l’adulto sia consapevole del suo sessualizzare il contatto, pensiamo a frasi come “che bel pisellino che hai!” o “hai un culetto tutto da mordere”, dette con molto affetto e tenerezza, possono facilmente celare aspetti legati ad un’attivazione sessuale presente ma non riconosciuta. Scopriamo quindi che il corpo dell’adulto risponde a quello del bambino e si attiva nella relazione con lui anche con sensazioni di tipo sessuale, che possono, se non rese consapevoli andare ad accrescerne l’eccitazione.
Proviamo a fare alcuni esempi per capire meglio di cosa stiamo parlando. Nei primi mesi di vita del bambino abbiamo già un esempio interessante di ciò che accade nel corpo della madre. Quando una donna allatta ed ha un buon rapporto con il proprio corpo sarà facile che possa sentire “piacere” quando il figlio succhia dal suo seno. È un’attivazione di una zona erogena per la donna che in quel momento si unisce alla componente delle tenerezza, ma c’è anche un’attivazione genitale che può far sentire la mamma a disagio: in realtà quando il bambino succhia il seno stimola le contrazioni uterine e questo è un processo che serve all’utero ad espellere tutto il sangue e a tornare in una situazione di normalità, smaltendo ciò che rimane del processo del parto. Come vedete c’è un legame fisiologico tra queste due zone, ed è normale e non disdicevole che la donna senta piacere e senta una connessione con l’utero. I problemi sorgono se la donna si allontana dalla sensazione negandola o sentendosi in colpa per questa dimensione di piacere socialmente considerata inammissibile. Così facendo entrerà in una dinamica disfunzionale con il figlio che potrà portarla a castrare la sessualità del bambino sulla base dell’aver sentito la propria o viceversa potrà abbandonarsi troppo alla sensazione di eccitazione non mettendo sufficienti confini nella qualità del contatto. E vi ricordo che stiamo parlando di situazioni normali, consuete e non di adulti pervertiti!!
Così anche quando il bambino e la bambina arrivano ai 3 anni e cominciano a mostrare un attivo interesse per il corpo dei genitori. Al contatto del figlio il corpo del genitore reagisce attivandosi, percependo la sua eccitazione e eccitandosi. La mamma può sentire contrazioni vaginali e il papà può sentire salire un’erezione. Si tratta dell’effetto di un contatto energeticamente carico di eccitazione, che genera eccitazione. Ovviamente queste reazioni fisiche sono alla base dei comportamenti castranti da parte dei genitori verso la nascente sessualità dei figli, perché il genitore si sente in colpa per aver provato eccitazione col proprio figlio. Da questo fatto derivano tutte quelle frasi d’uso comune “non toccarti lì!”, “se ti tocchi lì poi diventi…”, o i loro opposti.
Ma questi tentativi di contatto col corpo del genitore che nascono intorno ai 3 anni per  conquistare l’oggetto d’amore, il padre o la madre non sono connotati solo da una componente erotica, ma anche dalla tenerezza, cioè dalla ricerca di un contatto emotivo e relazionale. In questa fase emergono comportamenti come mettersi in mezzo ai genitori, interrompendoli in momenti intimi ed  esprimendo il proprio amore in modo esplicito o facendo scenate di gelosie. Come possono rispondere i genitori? Sarebbe opportuno non assecondare troppo il comportamento seduttivo dei bambini, anche per non dare loro l’impressione che le fantasie (“sposerò papà”, “la mamma è solo mia”) possano trasformarsi in realtà. Non lasciarsi coinvolgere troppo nel gioco seduttivo del bambino non vuol dire però diventare freddi e distaccati o inibiti a ogni contatto fisico. È giusto manifestare il proprio affetto con baci e carezze, facendo capire al bambino dov’è la linea di confine. Se il bambino insiste eccessivamente con le sue pretese amorose, gli si potrà spiegare apertamente perché non si può andar oltre, aiutando così il bambino a trovare il suo spazio all’interno della famiglia, accanto a entrambi genitori e non solo alla mamma o al papà. Se il bambino rimane prigioniero del legame esclusivo con uno dei genitori, gli sarà più difficile trovare i propri punti di riferimento, al di fuori dalla famiglia e vivere poi la sua vita affettiva e sessuale libero dai condizionamenti del passato. Inoltre la rivalità di questo periodo con il genitore di sesso opposto è un passaggio obbligato per lo sviluppo dell’identità maschile o femminile.

Quale può essere il confine nel contatto fisico e nella gestione della nudità tra genitore e bimbo del sesso opposto?
Vorrei ricordare che l’amore materno, che culturalmente tendiamo a vedere come puro, si origina nella precedente intimità sessuale di cui il bambino è il risultato. Lowen definisce l’amore come la consapevolezza del desiderio di vicinanza e intimità, vediamo come una tale definizione comprenda sia l’amore di una madre per il neonato che quello di un uomo per una donna. L’amore, scrive ancora il padre fondatore della bioenergetica, deriva dalla consapevolezza dell’altro come un oggetto con il quale il contatto fisico e l’intimità porteranno piacere e soddisfazione. E questo di nuovo può valere non solo nel rapporto sessuale tra uomo e donna, ma anche per il piacere che una madre prova nel cullare il figlio, piacere che è reciproco. Sottolineiamo questi aspetti per esplicitare il legame  di base tra la sessualità e la tenerezza, che nel nostro contesto sociale tendiamo a scindere, nonché le conseguenze sulla strutturazione della personalità del bambino e sulla capacità di amare e di ricevere amore che avrà in età adulta.

È importante lasciare che i bambini sperimentino ed esplorino il loro corpo, potendo anche cominciare a fare confronti con gli altri bambini e col corpo dei genitori, ma rispettando quelli che sono i confini personali di ognuno. Vediamo di capire meglio. Se io genitore sento che mi attivo sessualmente quando il bambino mi tocca, invece di reagire umiliandolo posso entrare in una dimensione di gioco per limitarlo ad esempio dicendo “toccati le tue di tette!”, oppure esprimendo esplicitamente “non mi va chi mi tocchi lì, mi da fastidio”. È molto meglio esplicitare il proprio disagio piuttosto che diventare freddi o rigidi ed evitare il contatto, che nella fase precedente c’era ed era gradevole e affettuoso, privando il bambino di una dimensione di contatto fisico affettivo non sessualizzato, che è per lui una fonte importante di nutrimento della capacità di amare.
Parliamo della nudità e di come poterla gestire, visto che manipoliamo il corpo dei bambini e loro cercano di conoscere quello dei genitori. Mostrarsi senza vergona ai propri figli nella propria nudità oppure nasconderla? Gli eccessi sono sempre negativi, da ambo i lati. I bambini imparano dall’esempio per cui se avremo un buon rapporto con i nostri corpi e nel contatto con quelli altrui i bambini sapranno imparare da noi. Teniamo conto però che l’eccessiva castrazione del nudo come della sessualità le fa assumere una dimensione irreale e può passare il messaggio che sia una cosa negativa, si vedano gli effetti su come sono cresciute le generazioni dei nostri nonni; mentre l’eccesso di esibizione aumenta l’eccitazione del bambino che è già in una fase di picco, portandolo a comportamenti iperattivi, che emergono proprio da un eccesso di stimolazione da parte dell’adulto. Come sempre in medio stat virtus, se siamo genitori con un forte senso del pudore dovremo lavorare, sempre partendo dal rispetto per ciò che proviamo, per ammorbidirci; mentre se siamo genitori molto disinibiti avremo bisogno di mettere più confini per tutelare il bambino e la bambina da un’escalescion d’eccitazione che non potrà gestire autonomamente.

L’educazione affettiva e sessuale passa attraverso l’esempio.
Se ci interroghiamo su come ci comportiamo noi genitori nel rapporto che abbiamo l’uno con l’altra avremo un’idea di ciò che stiamo passando ai nostri figli. Ecco alcune utili domande per osservarci: ci sentiamo a nostro agio nel manifestare i nostri sentimenti d’amore? Qual è il nostro ruolo all’interno della famiglia come uomo e donna? Pensiamo che ci siano delle qualità “maschili” o “femminili” alle quali  i figli devono aderire?
In generale è buono che i genitori abbiano una vita sessuale ricca e che non temano di mostrarsi reciprocamente affettuosi, daranno ai figli il messaggio che la sessualità è una cosa naturale e piacevole. È altrettanto importante però che mettano dei confini, dei limiti ai propri spazi di intimità, in modo che il figlio non sia costretto, perché spinto dalla curiosità e dall’eccitazione, a “partecipare” alla vita intima dei genitori… anche l’udito è una fonte sufficiente a far eccitare. Dall’altro non avere mai contatti passa un messaggio negativo sulla sessualità, che porta il bambino a sentirsi “sporco” o “sbagliato” per ciò che prova. Allo stesso tempo anche nell’accudire i bambini sarebbe meglio cominciare a tenere conto delle differenze sessuali, quando cominciamo a vedere nascere in loro l’interesse, magari evitando che papà e bimba o madre e figlio facciano la doccia insieme e lasciando la cura delle parti intime, quando è possibile, al genitore dello stesso sesso.
Vorrei anche ricordare brevemente che queste prime esperienze di contatto nella famiglia strutturano il bambino in un certo modo ed avranno quindi delle conseguenze nella modalità relazionale che metterà in atto all’esterno in futuro. Ad esempio già con l’ingresso nella scuola possiamo osservare il bambino formare nuovi legami con uno o più compagni, che quando il processo è funzionale sono forti, con un sentimento di amore anche molto intenso. Il bambino manterrà comunque un attaccamento forte alla famiglia, che lo sosterrà nel muoversi verso il mondo dei pari. Quando la relazione del bambino con i genitori è eccessivamente sessualizzata e il bambino è considerato speciale questo processo di movimento verso i pari soffre e il bambino tenderà ad entrare in competizione con i pari e a dominarli, privandosi così di gran parte della gioia che potrebbe trovare in una relazione paritaria; quando invece c’è in famiglia l’evitamento del contatto avremo una modalità dipendente ed insicura nel contattare i coetanei, con la medesima privazione. L’amore, dunque, nella relazione tra pari è funzionale allo sviluppo del senso di sé del bambino stesso ed è portatore di gioia e serenità.

Non esistono regole univoche di comportamento, né buoni  cattivi genitori.
Le tappe di crescita dei figli sono soggettive  ed andrebbero ascoltate, decodificate ed amorevolmente comprese anche sulla base dei nostri limiti di genitori. Non esiste un’età consona per iniziare a parlare di sessualità, ma l’età “giusta” è quando iniziano le prime domande. Imparare la sessualità è importante nella crescita di un bambino tanto quanto lo è imparare qualsiasi altro aspetto della vita. Avere un atteggiamento positivo verso il proprio corpo comprese le parti sessuali  trasmetterà al bambino che è una cosa bella essere maschio o femmina. Se i genitori parlano con i figli del loro corpo, dei sentimenti e dei comportamenti che riguardano il sesso, i bambini imparano che il sesso è una cosa bella. Far capire ai propri figli che possono rivolgersi a loro e parlare liberamente è uno dei modi migliori che i genitori hanno per aiutarli a costruire la loro scala di valori.
Ci sono buoni libri che possono fare da tramite, ne elenco alcuni in bibliografia per darvi un’idea, ma sostanzialmente i bambini hanno tutti gli strumenti per capire come funzionano le cose e i problemi che noi adulti ci facciamo sono principalmente legati al nostro imbarazzo nel trattare l’argomento.

•    Relazione conclusiva del primo ciclo di incontri (2014) rivolti ai genitori del
Progetto A Modo Loro. Educare al comprendere. Gli incontri sono stati sviluppati a partire da temi richiesti dai genitori. L’articolo è i frutto del lavoro del gruppo e racchiude i contenuti principali emersi in questa discussione.

Autrice:

Chiara Giudici

Chiara Giudici psicologa Savona
Psicologa, conduttrice di Classi di Esercizio Bioenergetico
Savona
e-mail: chiara_giudici@fastwebnet.it
tel. 347 7716567
Bibliografia

Bollea, G. (1995) Le madri non sbagliano mai. Ed. Feltrinelli
Cinotti, N. L’espressione di un antico bisogno di compagnia: Infant research e analisi bioenergetica. in Grounding n°2-2012 ed. Franco Angeli
Gianini- Belotti , E. (2010) Dalla parte delle bambine. Ed Feltrinelli
Lowen, A. (1975) Bioenergetica. Ed. Feltrinelli
Lowen, A. (1983) Il narcisismo. L’identità rinnegata. Ed. Feltrinelli
Lowen, A. (1980) Paura di vivere. Ed. Astrolabio
Lowen, A. (1994) Arrendersi al corpo. Il processo dell’analisi bioenergetica. Ed. Astrolabio.
Philllips, A. (1999) I no che aiutano a crescere. Ed. Feltrinelli
Reich, W. (1983) Bambini del Futuro ed. SugarcoVigetti Finzi, S.; Battistin, A. M. (2009) A piccoli passi. Ed. Oscar Mondadori

Narrativa bambini

Beaumont, E. Il corpo umano. Ed. Nord-Sud
Davies, N. La cacca. Ed. Scienza
Fougèr, I. I bambini non li portano le cicogne: piccola enciclopedia della vita sessuale 4-6 anni. Ed. Emme
Giommi, R. Io sono un bambino/io sono una bambina. Ed. De Agostini
Le Saux, A. Come educare il tuo papà. ed. Il Castoro
Lionni, L. Piccolo blu e piccolo giallo ed. Babalibri
Lionni, L. Un pesce è un pesce. ed. Babalibri
Lionni, L. La casa più grande del mondo. ed.Babalibri
Manning, M.; Granstrom, B. E io dove stavo? Ed. Editoriale Scienza
Pellai, A.; Calaba, B. Col cavolo la cicogna! Raccontare ai bambii tutta la verità su amore e sessualità. Ed. Erikson
Pellai, A Così sei nato tu. (4-7 anni) Una storia in rima per spiegare come nascono i bambini. Ed. Erikson

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Quando comunicare diventa difficile

mercoledì, Settembre 24th, 2014

di Ornella Mastroianni
dott.ssa in Tecniche psicologiche

Comunicazione

Ci sono momenti in cui comunicare appare difficile e faticoso, soprattutto quando non riusciamo a capire perché certe discussioni finiscono sempre allo stesso modo ed abbiamo l’impressione che le nostre parole finiscano al vento. I meccanismi del comunicare ci sfuggono, ci sentiamo frustrati ed impotenti ed un profondo senso di insofferenza ci assale quando iniziamo quelle che finiamo per definire le solite discussioni.

Perché certe parole pare proprio che… non arrivino?

Cerchiamo di rispondere in poche righe.

Che significa comunicare?

Un atto comunicativo consiste in un passaggio di informazione tra un emittente ed un ricevente che ne condivide il codice.

Questa definizione molto generale è condivisa, però, dalle molte discipline che se ne occupano: filosofia, psicologia, sociologia, antropologia… e chiarisce come comunicare presupponga almeno due soggetti che si comprendano (condividere il codice).

Cosa intendiamo per codice?

Il codice è un sistema di segni dai significati condivisi che ci permette di comunicare.

Facciamo qualche esempio:

  • Le formiche utilizzano un codice chimico per comunicare tra loro (ferormoni)
  • I cani comunicano con il corpo (la coda per esempio)
  • I computer comunicano utilizzando bit
  • Gli esseri utilizzano umani il linguaggio

Quali caratteristiche ha il linguaggio umano?

Il linguaggio umano è atto molto complesso, possiamo riconoscere due modalità contemporanee che agiscono insieme ed entrambe vengono riconosciute e condivise dal mondo dei parlanti:

  • la prima è costituita dal segno vero e proprio: parola parlata o scritta, ideogramma, segno utilizzato da non udenti, codice braille;
  • la seconda è costituita dalla modalità con la quale viene emesso il segno: tono, timbro di voce, ma anche la punteggiatura nel caso della scrittura;

esiste un terzo aspetto che riguarda soprattutto il non verbale, il corporeo quindi: postura, movimenti, spazio occupato, ma anche aspetti estetici quali modo di vestire, modo di curare il proprio aspetto. Tutto questo concorre alla comunicazione umana. Complesso vero?

C’è un ulteriore elemento di complessità…

…il nostro mondo interiore. Un mondo fatto di gioie, dolori, famiglia, amori, tradimenti,  cose fatte male e quelle fatte bene, vergogne ed orgogli,  terrori e meschinità ma anche grandezze e trionfi; lì dentro c’è una parte molto potente di noi, la parte oscura quella che rappresenta la psiche, ciò che ci ha portato ad essere:

“qui-ed-ora-quello-che-siamo-in-questo-momento”

che interviene pesantemente nella relazione di comunicazione, regolando e determinando ciò che di noi, quella parte oscura, intende rendere pubblico o proteggere e segretare, ma anche ciò che vuole e non vuole ascoltare.

Definiamo meglio i filtri:

Possiamo riconoscerne almeno due gruppi che intervengono soprattutto nelle comunicazioni più intime:

pre-giudizi, nel senso più letterale del termine, come atteggiamenti che entrano nella comunicazione spesso prima ancora che inizi:

  • So già cosa mi dirai
  • So perfettamente cosa mi vuoi dire
  • Sono sicuro di quello che provi
  • L’ho provato anche io
  • So già come reagirai
  • Intanto sai già tutto
  • Ti conosco benissimo

e cancellazioni, quelle modalità emotive che non ci fanno né dichiarare né ascoltare per cui non parliamo di e neanche ascoltiamo argomenti che:

  • Ci imbarazzano
  • Ci fanno arrabbiare
  • Colpiscono i nostri valori
  • Ci ricordano nostri dolori
  • Ci mettono ansia

Con queste modalità, nelle quali ciascuno di noi spesso si può riconoscere, è evidente come diventa difficile e faticoso comunicare!

Che caratteristiche deve avere la comunicazione perché arrivi dove deve arrivare

Rinunciare a giudizi pre-acquisiti è condizione fondamentale: se “tu sai già tutto” o se “io so già cosa mi dirai” diventa superfluo dirsi le cose: la vera comunicazione non è mai definita in anticipo e dovrebbe essere sempre nuova. Rinunciare a pensare “ti conosco benissimo” chiunque esso sia e per quanto intimo possa essere, ci consente di conoscere davvero il pensiero dell’altro, qualunque esso sia anche se non ci piace. E’ il “ti conosco benissimo” e tutti gli altri altri filtri che comportano le ricorsività delle discussioni, quelle spirali comunicative che terminano sempre alla stessa maniera.

Cosa si può fare per rendere più semplice una comunicazione difficile?

Si può iniziare a riflettere su come stiamo comunicando piuttosto che sulle cose che comunichiamo, cercare quali filtri e/o quali emozioni si attivano durante quelle che abbiamo già definito come le solite discussioni che tanto ci infastidiscono e che impediscono, molto spesso, il realizzarsi di relazioni serene. Si può pensare ad ascoltare l’altro per quello che ci sta dicendo e non per quello che ci fa arrabbiare, imbarazzare, spaventare anche denunciando con chiarezza l’emozione che ci assale e che ci fa chiudere l’ascolto. Si può permettere all’altro di terminare il suo discorso (ma anche pretendere che l’altro ce lo faccia terminare a sua volta) senza aggressioni verbali: il rispetto dei turni di parola è vero e proprio rispetto per l’altro in senso generale. Si può considerare come risorsa disponibile l’aiuto di un esperto che ci aiuti, meglio non come ultima risorsa: anche in questo campo è meglio prevenire.

 

Ornella Mastroianni - Dottore in tecniche psicologicheOrnella Mastroianni
Laureata in Scienze e tecniche psicologiche Università di Genova
Iscritta Albo Psicologi Liguria n.8
Presidente Associazione Nodo Gordiano – Genova  (www.associazionenodogordiano.it)
Collaboratrice Centro Terapia Familiare – Genova  (www.centerfam.it)

 

 

contatto:
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Psicologia del benessere. La meditazione, consapevolezza paziente: divenire uno con l’esperienza

lunedì, Settembre 1st, 2014

di Cinzia Termi
psicologa

spirale

 Meditazione

Prendendo il largo dalla parola e dal suono ci si immerge nel mare del silenzio,in uno spazio senza i rumori del pensiero, dove si è nutriti. Non sappiamo nulla del silenzio, mare senza contrassegni. Non sappiamo quanto profondo sia, ma sappiamo che per imparare a nuotare, in esso dobbiamo immergerci (Vimala Thakar).

Cresce, in questi anni, l’attenzione al corpo e il numero di coloro che, nella loro esperienza e nella loro ricerca, percepiscono nel corpo il riflesso di una dimensione irrinunciabile dell’abitare il mondo. Al tempo stesso, il corpo di cui si parla nei luoghi della formazione, della ricerca, della cura è ancora, spesso, un corpo che rischia di risultare reificato, cosa o, all’opposto astratto, idea: un corpo che poco si ascolta e di cui solo si parla.

Gesto e pensiero, corpo e mente, dunque, inscindibili l’uno dall’altro, elementi di un unico processo conoscitivo a cui la meditazione  può offrirsi come occasione e momento di benefica interazione.

La meditazione buddhista di consapevolezza, che classicamente va sotto il nome di satipatthana o vipassana, potrebbe essere definita come la contemplazione di corpo e di mente. Le  fondamenta su cui poggia  questa forma di meditazione sono, da una parte una corretta posizione del corpo e una certa stabilità fisica, dall’altra una certa stabilità o calma mentale. Entrambe  richiedono  tempo e pazienza.

Il corpo può essere accompagnato, attraverso semplici movimenti di stiramento e di allentamento della tensione., verso una maggiore flessibilità, che fa da sfondo alla verticalità della colonna e la amplifica.

La calma mentale è facilitata dal prestare attenzione ad un’esperienza semplice, che ci accompagna dalla nascita: il respiro.

Si può dire che la  meditazione sia dunque, da questo punto di vista, esperienza di osservazione del divenire, ma utilizzare la parola per descrivere un’esperienza e il processo di comprensione che la accompagna appare  già come un  pericoloso  paradosso; vale  d’altronde la pena tentare.

Quando parliamo di consapevolezza, intendiamo la pura attenzione silenziosa e non giudicante  nel momento presente. Contemplare il corpo e la mente vuol dire osservare con questa qualità di  attenzione le sensazioni fisiche e il fluire di inspiro ed espiro, “stare” con i cambiamenti di tono, temperatura, densità, anche i più piccoli, significa, d’altra parte, farsi testimoni dell’avvicendarsi di attrazione e repulsione nella nostra mente, del succedersi di emozioni e stati d’animo e, ancora,  osservare i pensieri e le immagini che accompagnano gli stati d’animo nel loro mutare e nel loro permanere, sorprendentemente, uguali a se stessi.

La meditazione, afferma Vimala Thakar, non è un’attività cerebrale, mentale. Essa non ha luogo attraverso un’attività di pensiero, di riflessione, di descrizione. La meditazione è espressione di uno stato indiviso (1989, Appunti personali).

Il sapore di questa esperienza, comunque, non  viene  inteso pensando al termine “silenzio”, che associamo alla scomparsa di rumore e di suoni, né  associandolo alla concentrazione, laddove essa sembra coinvolgere  un’attenzione  focalizzata, tesa a sedare il chiacchiericcio della mente e supportata  fortemente dalla volontà e talvolta, quindi, dallo sforzo teso all’obiettivo.

Tantomeno si può tentare di interpretarla etichettandola come una fuga dal mondo: occorre infatti chiarire un malinteso, meditare  non è rinnegare il mondo. Il rallentamento, che la pratica richiede, è al servizio di un esame profondo della mente e dei suoi oggetti, non una spaventata ritirata di fronte ad essi. L’approccio buddista alla mente offre infatti, anche attraverso la proposta della meditazione, una visione totale della psiche umana e lungi dall’essere un ritirarsi dalla vita emotiva e mentale,  richiede che tutto ciò che è contenuto nella psiche si assoggetti alla consapevolezza della meditazione: quando ciò avviene può divenire possibile cogliere un barlume di realtà che ci appare al di là di una percezione distratta e offuscata

Dice Jean Klein “Seguire un pensiero è ciò che lo tiene in essere. Se si rimane presenti senza divenirne complici, l’agitazione rallenta per mancanza di carburante. Nell’assenza dell’agitazione si è presi dalla risonanza della tranquillità”.

Presenza quindi, semplice presenza, priva del coinvolgimento giudicante e del peso delle aspettative a cui siamo abituati.

L’ascolto meditativo conduce talvolta, e con il progredire e l’approfondirsi della pratica sempre più spesso, ad una scoperta rivoluzionaria: partendo dalla consapevolezza del corpo e  dall’ascolto del respiro, non si seda il pensare, si raggiunge una consapevolezza nuova, lontana dallo sforzo, capace, per una volta, di non confinarsi nell’automatismo e nel conosciuto. Meditando ci mettiamo in ascolto e, soprattutto, accettiamo di non sapere.

Semplicemente presenti, senza giudizi, senza aspettative.

Su una base di stabilità fisica, lasciamo fluire l’esperienza insieme ad una attenzione continua, ma rilassata e ricettiva, non invasiva e controllante. Accogliamo allora tutto ciò che sorge nel campo della nostra attenzione: è benvenuta la tensione come lo è il rilassamento, la tranquillità come la sua mancanza, i pensieri, i ricordi, i progetti come la loro assenza.

Mente spaziosa dunque, mente che accoglie, senza separare e scacciare  ciò che non è di nostro gradimento ma, al tempo stesso, senza aggrapparsi, trattenere o perdersi in ciò che ci piace: lasciare la presa e osservare cosa ciò reca con sé.

Nei primi momenti la pratica poggia su un ascolto fugace ed intermittente, condizionato dalla memoria e dai percorsi conoscitivi prevalenti: all’inizio essa è più metodo da applicare che naturale propensione all’apertura di fronte all’esperienza, quando poi cominciamo a sperimentare una certa capacità “di stare” nell’osservazione, ci rendiamo comunque conto che la percezione è ancora pregna della tendenza a discriminare attraverso la legge della dualità e delle sue regole ma dopo, lentamente, la percezione d’essere muta, uscendo dal vortice dell’abitudine, e allora ci accorgiamo che muta anche la produzione dei pensieri e cessiamo di farci dettare il ritmo da loro.

Allora, l’abituale frammentazione svanisce e dimoriamo in uno spazio accogliente, caldo e silenzioso, in una trasparenza unica  in cui è possibile cogliere il dettaglio e l’insieme: un’esperienza continuamente in mutamento ma, al tempo stesso, sempre uguale a se stessa e di cui ora, grazie alla qualità mutata della nostra consapevolezza, percepiamo meglio infinite ed inconsuete  sfumature.

Il cambiamento  che avvertiamo è allora  sperimentabile in termini di una maggiore stabilità mentale, leggerezza, lucidità e , si può osare dire, libertà.

Attraverso la pratica capita di accorgersi che avversione, attaccamento  e confusione, che abitano la mente, producono molta della sofferenza che percepiamo: osservarli alla luce della consapevolezza permette di lasciare che essi diminuiscano la loro forza prorompente, lasciando più spazio, uno spazio capace di accogliere, uno spazio vasto e ricettivo.

La reattività a cui siamo abituati, ancorché presente, lascia la presa e si indebolisce, la consapevolezza diviene allora presenza abituale e sorge una capacità di risposta alle sollecitazioni del quotidiano fondata maggiormente su uno stato di attenzione fertile e non giudicante.

Ecco, allora, che qualunque cosa può divenire occasione per cogliere, nell’intensità di un attimo, un accordo intenso con la realtà, al di là di una percezione superficiale ed automatica: in questi momenti si può diventare consapevoli di una luminosità particolare, di una trasparenza sorprendente rispetto alla nostra esperienza del mondo: è cambiata, si potrebbe dire, la profondità della nostra apertura all’esperienza.

Bibliografia:

AA.VV., (1998-2003), Sati, Rivista dell’associazione per la Meditazione di consapevolezza,  Roma

AA. VV., (2001), Psicoanalisi e Buddismo, Raffaello Cortina, Milano

AA. VV, (2009), La meditazione, in Percorsi yoga- quaderni Yani, Capitani, Milano

Bergonzi M., (2006), in atti del convegno Sull’incontro fra clinica psicoterapica e meditazione, Pomaia

Chondron P,. (1999), Il risveglio del cuore, Mondatori, Milano

Epstein M., (1996), Pensieri senza pensatore, Ubaldini, Roma

Kabat Zinn J., (1999), Dovunque tu vada ci sei già, Ubaldini, Roma

Klein J. (1989), Qui suis- je?, Albin Michel, Parigi, p.159

Klein J. (1992), La conscience et le monde, Ed. Accarias L’Originel, Parigi,

Manuzzi P., a cura di, (2009), I corpi e la cura. Educare alla dimensione corporea della relazione, Ed. Ets, Pisa

Pensa C., (2002), La tranquilla passione, Ubaldini, Roma

Pensa C, (2001), Perché meditare, in Sati, rivista dell’associazione per la Meditazione di consapevolezza,  Roma

Cinzia Termi - psicologa psicoterapeuta GenovaCinzia Termi
psicologa  psicoterapeuta
La sua formazione accademica è di impronta prevalentemente psicodinamica.
Fin dall’adolescenza, la sua storia è legata al desiderio di sperimentare il lavoro corporeo e le mille sfaccettature delle interazioni mente/corpo: questo l’ha portata ad avvicinarsi alle pratiche di yoga e meditazione, che pratica da circa venticinque anni, allo shiatsu  e all’approfondimento delle tecniche a mediazione corporea. Ha conseguito un diploma di insegnante di yoga e uno di operatore shiatsu.
Si occupa di  percorsi di crescita personale, lavorando con gruppi  e singoli, utilizzando rilassamento, visualizzazioni,  tecniche di respirazione, meditazione, shiatsu.
Conduce regolarmente, da circa quindici anni, gruppi di yoga, meditazione e laboratori di consapevolezza corporea.

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Cinzia Termi
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Essere assertivi

mercoledì, Agosto 20th, 2014

di Marco Schiavetta
psicologo

assertività

Fin dalla sua prima definizione a carico di Salter, il comportamento assertivo è risultato essere un’abilità sociale, in quanto tale (abilità), un aspetto umano appreso attraverso esperienze sociali e relazionali positive fin dalla nascita, ma comunque sviluppabile e rinforzate anche in età adulta (Lifelong learning ).

Una persona assertiva, dimostra di aver acquisito la capacità di elaborare risposte in grado d’inibire lo sviluppo di stati d’ansia e, poiché il nucleo centrale si trova nelle sollecitazioni appartenenti alla sfera di vita di relazione, tali risposte dovranno essere socialmente adeguate e quindi in grado di favorire o permettere l’inserimento positivo e gratificante della persona, nella collettività.

La comunicazione interpersonale, come competenza sociale, si riferisce a qualsiasi comportamento che esprime sensazioni diverse da quelle prodotte dall’ansia, il possesso di tale abilità (competenza), dovrà essere tale da soddisfare la necessità della persona di manifestare e soddisfare i propri bisogni sia emotivi, sia sociali.
Il comportamento assertivo si può quindi definisce come: l’abilità sociale che ci permette di riconoscere ed affermare le proprie doti personali, mantenendo buone e costruttive (positive) relazione con gli altri e l’ambiente.

Quindi, l’assertività è la caratteristica di chi realizza se stesso, manifestando le proprie doti e le proprie esigenze nel contesto sociale. Il fine dell’assertività e dei comportamenti conseguenti è, dunque, quello di:

  • inibire gli stati d’ansia della persona;
  • favorire la scelta del comportamento adeguato alla situazione;
  • permettere l’inserimento positivo e gratificante nella collettività.

Il comportamento assertivo, messo in atto da chi ha raggiunto un sufficiente grado d’affermazione personale, si precisa, o meglio si configura come il “miglior punto d’equilibrio”, in relazione a due comportamenti estremi che, in opposizione, vengono definiti anassertivi, di tipo passivo e di tipo aggressivo.
Una medesima reazione assumerà dunque caratteristiche di assertività o anassertività, spostandosi lungo un continuum, i cui confini sono definiti di volta in volta dalla situazione specifica, ma soprattutto dal vissuto personale e proprio della persona, dal suo tempo di reazione a reagire e da quello di persistenza nel comportamento perpetuato.
Quindi, in alcuni casi una risposta di rabbia potrà essere aggressiva e si manifesterà in termini di attacchi sistematici, anche con fini difensivi, ma sempre lesivi rispetto all’altro; in altri si tratterà delle difesa di un diritto e quindi potenzialmente lecita nella relazione. Il focus dell’opposizione che caratterizza il rapporto anassertivo/assertivo, consiste nel senso di valore personale, ovvero, la considerazione ed il rispetto di se stessi, che è:

  • molto basso per entrambi i tipi anassertivi: il passivo reprime i propri desideri arrendendosi a quelli altrui, l’aggressivo impone i propri desideri minimizzando e disconoscendo il valore altrui;
  • adeguato nell’assertivo che rispetta se stesso e gli altri nel perseguire i propri scopi.
  • Questo valore si basa sul riconoscimento di alcuni diritti fondamentali della persona, come necessari alla propria sopravvivenza sociale e la cui considerazione non pregiudica i rapporti interpersonali.

Per concludere, questo breve excursus sull’“Essere assertivi”, è importante sottolineare che l’individuo non assertivo usa modalità comunicative passive o aggressive, così messe in campo:

il passivo rinuncia all’espressione di pensieri ed emozioni e si sottomette al volere dell’altro,
l’aggressivo, all’opposto, li esprime tenendo in considerazione solo il proprio punto di vista e, in una logica di lotta per il potere, attacca direttamente e indirettamente l’interlocutore.
L’individuo che comunica assertivamente esprime invece i propri pensieri ed emozioni, nel rispetto dell’interlocutore ed è disposto a raggiungere con quest’ultimo un accordo che permetta ad entrambi di sentirsi emotivamente congrui, ossia, senza sensazioni non piacevoli (ansia, impotenza, rabbia, delusione, o altro …).

“Un -No- pronunciato con il più profondo convincimento è il migliore e più grande di un -Si- detto per compiacere o, peggio, per evitare guai.” (Mahatma Gandhi).

 

 

Marco Schiavetta - psicologo GenovaMarco Schiavetta
psicologo, counsellor, esperto in processi formativi
Laureato in Psicologia presso l’Università degli Studi di Torino, con tesi dal titolo:
Il counseling come processo di comunicazione.
Psicologia dello sviluppo organizzativo (dall’analisi della domanda all’intervento, alla valutazione).
Laureato in Metodologie Filosofiche presso l’Università degli Studi di Genova.
Laureato in Esperto in Processi Formativi presso l’Università degli studi di Genova.
Iscritto all’Albo degli Psicologi della Liguria, n. 2052
Ha frequentato l’Accademia Socratica di Rapallo (GE), Scuola di Counseling ad Indirizzo di Scienze Sociali, Accreditata dalla FAIP (Federazione Associazioni Italiane Psicoterapia).
Esperto di processi formativi ha svolto attività di formazione e consulenza presso diversi enti di formazione, lavorando soprattutto con adolescenti.
Dal 2009 è docente sui laboratori, con incarico esterno, presso l’Università degli studi di Genova – Facoltà di Scienze della Formazione.
Specializzando in Psicoterapia presso la SIPGI (Scuola Italiana di Psicoterapia Gestaltica Integrata) sede di Genova.

contatto:
Marco Schiavetta
e-mail: svetta@tiscali.it
tel. 333 5354569

 

 


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