Essere assertivi

di Marco Schiavetta
psicologo

assertività

Fin dalla sua prima definizione a carico di Salter, il comportamento assertivo è risultato essere un’abilità sociale, in quanto tale (abilità), un aspetto umano appreso attraverso esperienze sociali e relazionali positive fin dalla nascita, ma comunque sviluppabile e rinforzate anche in età adulta (Lifelong learning ).

Una persona assertiva, dimostra di aver acquisito la capacità di elaborare risposte in grado d’inibire lo sviluppo di stati d’ansia e, poiché il nucleo centrale si trova nelle sollecitazioni appartenenti alla sfera di vita di relazione, tali risposte dovranno essere socialmente adeguate e quindi in grado di favorire o permettere l’inserimento positivo e gratificante della persona, nella collettività.

La comunicazione interpersonale, come competenza sociale, si riferisce a qualsiasi comportamento che esprime sensazioni diverse da quelle prodotte dall’ansia, il possesso di tale abilità (competenza), dovrà essere tale da soddisfare la necessità della persona di manifestare e soddisfare i propri bisogni sia emotivi, sia sociali.
Il comportamento assertivo si può quindi definisce come: l’abilità sociale che ci permette di riconoscere ed affermare le proprie doti personali, mantenendo buone e costruttive (positive) relazione con gli altri e l’ambiente.

Quindi, l’assertività è la caratteristica di chi realizza se stesso, manifestando le proprie doti e le proprie esigenze nel contesto sociale. Il fine dell’assertività e dei comportamenti conseguenti è, dunque, quello di:

  • inibire gli stati d’ansia della persona;
  • favorire la scelta del comportamento adeguato alla situazione;
  • permettere l’inserimento positivo e gratificante nella collettività.

Il comportamento assertivo, messo in atto da chi ha raggiunto un sufficiente grado d’affermazione personale, si precisa, o meglio si configura come il “miglior punto d’equilibrio”, in relazione a due comportamenti estremi che, in opposizione, vengono definiti anassertivi, di tipo passivo e di tipo aggressivo.
Una medesima reazione assumerà dunque caratteristiche di assertività o anassertività, spostandosi lungo un continuum, i cui confini sono definiti di volta in volta dalla situazione specifica, ma soprattutto dal vissuto personale e proprio della persona, dal suo tempo di reazione a reagire e da quello di persistenza nel comportamento perpetuato.
Quindi, in alcuni casi una risposta di rabbia potrà essere aggressiva e si manifesterà in termini di attacchi sistematici, anche con fini difensivi, ma sempre lesivi rispetto all’altro; in altri si tratterà delle difesa di un diritto e quindi potenzialmente lecita nella relazione. Il focus dell’opposizione che caratterizza il rapporto anassertivo/assertivo, consiste nel senso di valore personale, ovvero, la considerazione ed il rispetto di se stessi, che è:

  • molto basso per entrambi i tipi anassertivi: il passivo reprime i propri desideri arrendendosi a quelli altrui, l’aggressivo impone i propri desideri minimizzando e disconoscendo il valore altrui;
  • adeguato nell’assertivo che rispetta se stesso e gli altri nel perseguire i propri scopi.
  • Questo valore si basa sul riconoscimento di alcuni diritti fondamentali della persona, come necessari alla propria sopravvivenza sociale e la cui considerazione non pregiudica i rapporti interpersonali.

Per concludere, questo breve excursus sull’“Essere assertivi”, è importante sottolineare che l’individuo non assertivo usa modalità comunicative passive o aggressive, così messe in campo:

il passivo rinuncia all’espressione di pensieri ed emozioni e si sottomette al volere dell’altro,
l’aggressivo, all’opposto, li esprime tenendo in considerazione solo il proprio punto di vista e, in una logica di lotta per il potere, attacca direttamente e indirettamente l’interlocutore.
L’individuo che comunica assertivamente esprime invece i propri pensieri ed emozioni, nel rispetto dell’interlocutore ed è disposto a raggiungere con quest’ultimo un accordo che permetta ad entrambi di sentirsi emotivamente congrui, ossia, senza sensazioni non piacevoli (ansia, impotenza, rabbia, delusione, o altro …).

“Un -No- pronunciato con il più profondo convincimento è il migliore e più grande di un -Si- detto per compiacere o, peggio, per evitare guai.” (Mahatma Gandhi).

 

 

Marco Schiavetta - psicologo GenovaMarco Schiavetta
psicologo, counsellor, esperto in processi formativi
Laureato in Psicologia presso l’Università degli Studi di Torino, con tesi dal titolo:
Il counseling come processo di comunicazione.
Psicologia dello sviluppo organizzativo (dall’analisi della domanda all’intervento, alla valutazione).
Laureato in Metodologie Filosofiche presso l’Università degli Studi di Genova.
Laureato in Esperto in Processi Formativi presso l’Università degli studi di Genova.
Iscritto all’Albo degli Psicologi della Liguria, n. 2052
Ha frequentato l’Accademia Socratica di Rapallo (GE), Scuola di Counseling ad Indirizzo di Scienze Sociali, Accreditata dalla FAIP (Federazione Associazioni Italiane Psicoterapia).
Esperto di processi formativi ha svolto attività di formazione e consulenza presso diversi enti di formazione, lavorando soprattutto con adolescenti.
Dal 2009 è docente sui laboratori, con incarico esterno, presso l’Università degli studi di Genova – Facoltà di Scienze della Formazione.
Specializzando in Psicoterapia presso la SIPGI (Scuola Italiana di Psicoterapia Gestaltica Integrata) sede di Genova.

contatto:
Marco Schiavetta
e-mail: svetta@tiscali.it
tel. 333 5354569

 

 


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