Un altro comunicare, la via dello shiatsu: essenziale ed impossible

con tatto

di Cinzia Termi
Psicologa Psicoterapeuta

“La mente intuitiva è un dono sacro e la mente
razionale è un fedele servo. Noi abbiamo creato
una società che onora il servo e ha dimenticato
il dono” (Albert Einstein)

Avvicinare lo shiatsu può equivalere ad intraprendere un breve viaggio alla scoperta di parti inesplorate  di sé.
Per l’operatore, l’esperienza può significare sorprendersi  capace di lasciare spazio all’azione del preconscio. Ogni praticante vive l’esperienza attraverso il prisma della propria storia e personalità, in esse esistono differenze e non gerarchie.
La comunicazione silenziosa che passa attraverso la pressione dello shiatsu è incontro ed esplorazione.  Incontro dell’altro, della propria modalità di affidarsi e di sostenere, delle proprie tensioni e paure, del permesso che ognuno da a se stesso di “lasciare la presa”. Esplorazione di un nuovo modo di raccontarsi e raccontare.

Il tema dell’ascolto e della percezione è un buon punto di partenza per avvicinarsi allo Shiatsu Do, la via dello shiatsu. Lo studio della tecnica è importante, ma, da soli, il copiare e il ripetere non aprono la via all’ascolto e questo, sembra superfluo aggiungerlo, vale anche per tutte le “pratiche” della nostra vita. Costruite le fondamenta tecniche, inizia la ricerca che è percezione e aspirazione all’unità, ricerca di noi e dell’altro, nel gesto.
In un trattamento shiatsu, se nell’operatore è stata coltivata la cura alla sensibilità,  le mani sono in continuo ascolto del corpo,  ma anche di sé e  della relazione. Ascoltare significa, in un certo qual modo, saper accettare e rimanere aperti a ciò che l’altro ha da “dire”, significa, osservare e nulla più, al di là del “fare”. Si può  quindi affermare che lo shiatsu necessita non solo di capacità tecniche  di chi lo pratica (equilibrio posturale, mentale, respiratorio), ma anche della sensibilità interiore che gli permette  di accostarsi al ricevente con un atteggiamento di dedizione e ascolto, con la consapevolezza  che si sta varcando una soglia intima e che da questo incontro usciranno, entrambi, diversi.

In un interessante articolo dal titolo “Bello e impossibile”,  Francesco Contino,  insegnante  e fondatore della sede Genovese dell’Accademia Italiana Shiatsu–Do, qualche anno fa  scriveva:
“Se riesaminiamo le condizioni fondanti la relazione shiatsu, ossia non giudizio, empatia, vuoto mentale, l’essere qui e ora, non possiamo che riconoscere la definizione dello stato di illuminazione e concludere che lo shiatsu è impossibile.
Ma dopotutto lo shiatsu è così semplice: sedersi vicino ad una persona, poggiare la mano, portare la pressione… basta ricordare le sensazioni provate guardando qualcuno che fa shiatsu: una tranquilla danza sul filo dell’immobilità, un “non-fare” alla portata di tutti… potremmo definirlo il koan dello shiatsu: perché è impossibile? perché è semplice. Perché è semplice? perché è impossibile e la mente va in tilt.
Ma se è impossibile, di che cosa mi preoccupo?
Se è semplice, di che cosa mi preoccupo? Poco a poco un senso di beatitudine pari ad un profondo stato meditativo si fa strada, ma non eravamo partiti proprio dall’impossibilità di ottenere tutto ciò?
Forse il sorriso del Buddha era anche la consapevolezza di come la realtà si prenda gioco di noi”.

Ma facciamo un passo indietro: shiatsu è una parola giapponese che significa “pressione con le dita”, le  caratteristiche fondamentali di questa pressione sono la  costanza e perpendicolarità che permettono, fra l’altro, a chi riceve il trattamento di sentire, attraverso la progressione e la qualità del tocco, un sostegno non invadente, a chi tratta, esse offrono un rallentamento e una centratura al servizio della propria “presenza” mentale oltre che fisica.
Shiatsu è dunque una tecnica di trattamento del corpo nata in Giappone, affonda le proprie radici nelle antiche arti manipolatorie della Medicina Tradizionale Cinese; ma esso è anche molto altro.
Occorre ricordare che nella filosofia della Medicina Tradizionale Cinese la vita è letta come un processo di continuo cambiamento che ci trasforma per permettere un’evoluzione in qualcosa di diverso. La resistenza al cambiamento provoca dolore  e disagio sia al corpo che alla mente. Si potrebbe dire che lo shiatsu, in quanto via di consapevolezza, può indicare la via del cambiamento, ma, se inteso  solo in questa veste, esso appare tradito nel suo intimo messaggio, avvicinandolo, ancora una volta alla dialettica sano/malato, ove ogni gesto ed ogni pensiero della nostra vita sono giusti o sbagliati, consigliabili o meno solo se  ci avvicinano ad un concetto di “salute” asettico e codificato che poco ha a che  fare con una interpretazione evoluta e personale di “benessere”.
Lo shiatsu è, fra l’altro, contatto. Contatto con il corpo, qui ed ora. Durante il contatto, all’interno della relazione, è possibile vivere la (ri)scoperta, rivoluzionaria e sorprendente, del momento presente  e la non identificazione con il passato o con il futuro: è  soprattutto questo a  permettere una possibile apertura alla trasformazione individuale e ai  cambiamenti che la vita  presenta. Può, inoltre, essere utile riflettere sul fatto che lo shiatsu si fa a terra: la terra è il nostro sostegno, è il luogo dove affondano le radici che ci permettono di crescere e ci nutrono. Il trattamento shiatsu è sostegno, reciproco, tra l’operatore ed il ricevente: permette di nutrire e dare  stabilità, offrire una solida base dalla quale partire per  esprimere tutte le proprie potenzialità.
La relazione è quindi al centro: nessuna delle caratteristiche tecniche della pressione può essere isolata da questa  peculiarità superiore del trattamento, pena il cadere in un approccio tecnicistico che priverebbe “l’incontro” della sua ricchezza di sfumature e della sua unicità.
Uno degli effetti vincenti del trattamento shiatsu è quello di far raggiungere alla persona un riconoscimento propriocettivo della propria sensibilità nelle varie parti del corpo.
La pressione shiatsu è vissuta come un dialogo non verbale al servizio della sensibilità della persona, come  comunicazione profonda, confronto paritario, scambio reciproco di informazioni: il lato più affascinante della disciplina è forse proprio questo.
Durante il trattamento non occorre parlare, né dare o ricevere spiegazioni: l’esperienza è talmente particolare che non si parla non per una formalità dogmatica, ma perché si sente che è inutile e disturbante farlo. Dalla continua azione naturale dello shiatsu scaturisce un tale flusso di informazioni tra ricevente e operatore che l’attenzione di entrambi è impegnata a seguire tutto ciò e non c’è spazio per permettersi di coinvolgersi anche nella conversazione.
La comunicazione tra un ricevente che si affida e un operatore sensibile è ricca e fertile, unica e irripetibile. Il dialogo costante e profondo che si instaura tra i due, e da cui entrambi imparano, coinvolge una comunicazione che tocca tutti i piani della consapevolezza. E quanto più grande sarà lo squilibrio e la richiesta di aiuto che il corpo stesso in questo dialogo avrà segnalato, tanto più attento e particolareggiato e “sensibile” arriverà il soccorso.

Risulta evidente, alla luce di queste riflessioni, come la pelle, luogo dell’incontro fra operatore e ricevente, assuma, all’interno della relazione pressoria veicolata dalla tecnica e dalla sensibilità dello shiatsu, un ruolo importantissimo. Questo non solo perchè la pelle è organo del senso del tatto che svolge un ruolo prioritario fra i sensi umani, ma perché, per la relazione  che esiste fra questo  e il sistema nervoso, essa rappresenta una chiave d’accesso importante al vissuto psichico.
Con lo shiatsu, passando per le sollecitazioni proposte al corpo e alle sue memorie, si può arrivare allora ad aumentare la consapevolezza di blocchi e tensioni anche psicologici,  stratificati e radicati anche nelle strutture fisiche, aprendo quindi  la strada ad un loro possibile superamento: la pressione Shiatsu, con la sua perpendicolarità e paziente e  prolungata staticità, li sollecita intensamente  e li costringe ad emergere.
Ecco allora che un lavoro di armonizzazione della vita psichica dell’individuo attraverso l’utilizzo di tecniche  psicologiche a mediazione corporea può essere, talvolta, iniziato o  affiancato dallo shiatsu,  un possibile approccio di tipo non intellettuale, non razionale e nemmeno verbale, che riattiva nella persona la consapevolezza di nodi e tensioni tracciate prima di tutto nel corpo.
A  proposito di un’armoniosa e unitaria percezione e sensibilità del vissuto psicofisico, possiamo anche ricordare il prezioso effetto della pressione shiatsu: richiamare l’attenzione sulle parti del corpo che vengono di volta in volta stimolate. Fatto questo particolarmente significativo per quelle zone meno vive e presenti, quelle in qualche modo “dimenticate”e che risultano perciò meno integrate nella totalità della persona. La percezione e l’acquisizione del “senso” di globalità del corpo, come un tutto unico e indifferenziato, è tipica del bambino piccolo. Le esperienze di vita, la socializzazione, l’educazione portano la persona, gradualmente, spesso senza averne coscienza, a privilegiare alcune parti del corpo, rispetto ad altre. Il corpo risulta così percepito come “diviso”: questa divisione avviene tra parti meno avvertite e in genere meno sensibili e altre più tese e contratte, percepite invece con maggiore intensità e spesso con dolore, in una situazione di scompenso a livello fisico, ma anche e soprattutto psichico.
Lo shiatsu rappresenta, dunque, uno strumento prezioso per ripristinare la centralità e l’unità della persona, corpo e mente, in una ritrovata sensibilizzazione globale dell’essere umano, al servizio di un benessere completo.

BIBLIOGRAFIA
Alioli A., Impressioni sulla percezione, rivista DBN, n° 8 Giugno 2013
Contino F., Tradurre il Tao, tradire il Tao, rivista Shiatsu Do, n° 12 Gennaio 1998
Contino F., Bello e impossile, rivista Shiatsu Do, n° 10 Giugno  1998
Gattini D., La sensibilità interiore, rivista DBN, n° 10 Dicembre 2013
Hirsch D., Sensibilità e percezione, rivista DBN, n° 9 Settembre 2013

 

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