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Un altro comunicare, la via dello shiatsu: essenziale ed impossible

martedì, maggio 26th, 2015

con tatto

di Cinzia Termi
Psicologa Psicoterapeuta

“La mente intuitiva è un dono sacro e la mente
razionale è un fedele servo. Noi abbiamo creato
una società che onora il servo e ha dimenticato
il dono” (Albert Einstein)

Avvicinare lo shiatsu può equivalere ad intraprendere un breve viaggio alla scoperta di parti inesplorate  di sé.
Per l’operatore, l’esperienza può significare sorprendersi  capace di lasciare spazio all’azione del preconscio. Ogni praticante vive l’esperienza attraverso il prisma della propria storia e personalità, in esse esistono differenze e non gerarchie.
La comunicazione silenziosa che passa attraverso la pressione dello shiatsu è incontro ed esplorazione.  Incontro dell’altro, della propria modalità di affidarsi e di sostenere, delle proprie tensioni e paure, del permesso che ognuno da a se stesso di “lasciare la presa”. Esplorazione di un nuovo modo di raccontarsi e raccontare.

Il tema dell’ascolto e della percezione è un buon punto di partenza per avvicinarsi allo Shiatsu Do, la via dello shiatsu. Lo studio della tecnica è importante, ma, da soli, il copiare e il ripetere non aprono la via all’ascolto e questo, sembra superfluo aggiungerlo, vale anche per tutte le “pratiche” della nostra vita. Costruite le fondamenta tecniche, inizia la ricerca che è percezione e aspirazione all’unità, ricerca di noi e dell’altro, nel gesto.
In un trattamento shiatsu, se nell’operatore è stata coltivata la cura alla sensibilità,  le mani sono in continuo ascolto del corpo,  ma anche di sé e  della relazione. Ascoltare significa, in un certo qual modo, saper accettare e rimanere aperti a ciò che l’altro ha da “dire”, significa, osservare e nulla più, al di là del “fare”. Si può  quindi affermare che lo shiatsu necessita non solo di capacità tecniche  di chi lo pratica (equilibrio posturale, mentale, respiratorio), ma anche della sensibilità interiore che gli permette  di accostarsi al ricevente con un atteggiamento di dedizione e ascolto, con la consapevolezza  che si sta varcando una soglia intima e che da questo incontro usciranno, entrambi, diversi.

In un interessante articolo dal titolo “Bello e impossibile”,  Francesco Contino,  insegnante  e fondatore della sede Genovese dell’Accademia Italiana Shiatsu–Do, qualche anno fa  scriveva:
“Se riesaminiamo le condizioni fondanti la relazione shiatsu, ossia non giudizio, empatia, vuoto mentale, l’essere qui e ora, non possiamo che riconoscere la definizione dello stato di illuminazione e concludere che lo shiatsu è impossibile.
Ma dopotutto lo shiatsu è così semplice: sedersi vicino ad una persona, poggiare la mano, portare la pressione… basta ricordare le sensazioni provate guardando qualcuno che fa shiatsu: una tranquilla danza sul filo dell’immobilità, un “non-fare” alla portata di tutti… potremmo definirlo il koan dello shiatsu: perché è impossibile? perché è semplice. Perché è semplice? perché è impossibile e la mente va in tilt.
Ma se è impossibile, di che cosa mi preoccupo?
Se è semplice, di che cosa mi preoccupo? Poco a poco un senso di beatitudine pari ad un profondo stato meditativo si fa strada, ma non eravamo partiti proprio dall’impossibilità di ottenere tutto ciò?
Forse il sorriso del Buddha era anche la consapevolezza di come la realtà si prenda gioco di noi”.

Ma facciamo un passo indietro: shiatsu è una parola giapponese che significa “pressione con le dita”, le  caratteristiche fondamentali di questa pressione sono la  costanza e perpendicolarità che permettono, fra l’altro, a chi riceve il trattamento di sentire, attraverso la progressione e la qualità del tocco, un sostegno non invadente, a chi tratta, esse offrono un rallentamento e una centratura al servizio della propria “presenza” mentale oltre che fisica.
Shiatsu è dunque una tecnica di trattamento del corpo nata in Giappone, affonda le proprie radici nelle antiche arti manipolatorie della Medicina Tradizionale Cinese; ma esso è anche molto altro.
Occorre ricordare che nella filosofia della Medicina Tradizionale Cinese la vita è letta come un processo di continuo cambiamento che ci trasforma per permettere un’evoluzione in qualcosa di diverso. La resistenza al cambiamento provoca dolore  e disagio sia al corpo che alla mente. Si potrebbe dire che lo shiatsu, in quanto via di consapevolezza, può indicare la via del cambiamento, ma, se inteso  solo in questa veste, esso appare tradito nel suo intimo messaggio, avvicinandolo, ancora una volta alla dialettica sano/malato, ove ogni gesto ed ogni pensiero della nostra vita sono giusti o sbagliati, consigliabili o meno solo se  ci avvicinano ad un concetto di “salute” asettico e codificato che poco ha a che  fare con una interpretazione evoluta e personale di “benessere”.
Lo shiatsu è, fra l’altro, contatto. Contatto con il corpo, qui ed ora. Durante il contatto, all’interno della relazione, è possibile vivere la (ri)scoperta, rivoluzionaria e sorprendente, del momento presente  e la non identificazione con il passato o con il futuro: è  soprattutto questo a  permettere una possibile apertura alla trasformazione individuale e ai  cambiamenti che la vita  presenta. Può, inoltre, essere utile riflettere sul fatto che lo shiatsu si fa a terra: la terra è il nostro sostegno, è il luogo dove affondano le radici che ci permettono di crescere e ci nutrono. Il trattamento shiatsu è sostegno, reciproco, tra l’operatore ed il ricevente: permette di nutrire e dare  stabilità, offrire una solida base dalla quale partire per  esprimere tutte le proprie potenzialità.
La relazione è quindi al centro: nessuna delle caratteristiche tecniche della pressione può essere isolata da questa  peculiarità superiore del trattamento, pena il cadere in un approccio tecnicistico che priverebbe “l’incontro” della sua ricchezza di sfumature e della sua unicità.
Uno degli effetti vincenti del trattamento shiatsu è quello di far raggiungere alla persona un riconoscimento propriocettivo della propria sensibilità nelle varie parti del corpo.
La pressione shiatsu è vissuta come un dialogo non verbale al servizio della sensibilità della persona, come  comunicazione profonda, confronto paritario, scambio reciproco di informazioni: il lato più affascinante della disciplina è forse proprio questo.
Durante il trattamento non occorre parlare, né dare o ricevere spiegazioni: l’esperienza è talmente particolare che non si parla non per una formalità dogmatica, ma perché si sente che è inutile e disturbante farlo. Dalla continua azione naturale dello shiatsu scaturisce un tale flusso di informazioni tra ricevente e operatore che l’attenzione di entrambi è impegnata a seguire tutto ciò e non c’è spazio per permettersi di coinvolgersi anche nella conversazione.
La comunicazione tra un ricevente che si affida e un operatore sensibile è ricca e fertile, unica e irripetibile. Il dialogo costante e profondo che si instaura tra i due, e da cui entrambi imparano, coinvolge una comunicazione che tocca tutti i piani della consapevolezza. E quanto più grande sarà lo squilibrio e la richiesta di aiuto che il corpo stesso in questo dialogo avrà segnalato, tanto più attento e particolareggiato e “sensibile” arriverà il soccorso.

Risulta evidente, alla luce di queste riflessioni, come la pelle, luogo dell’incontro fra operatore e ricevente, assuma, all’interno della relazione pressoria veicolata dalla tecnica e dalla sensibilità dello shiatsu, un ruolo importantissimo. Questo non solo perchè la pelle è organo del senso del tatto che svolge un ruolo prioritario fra i sensi umani, ma perché, per la relazione  che esiste fra questo  e il sistema nervoso, essa rappresenta una chiave d’accesso importante al vissuto psichico.
Con lo shiatsu, passando per le sollecitazioni proposte al corpo e alle sue memorie, si può arrivare allora ad aumentare la consapevolezza di blocchi e tensioni anche psicologici,  stratificati e radicati anche nelle strutture fisiche, aprendo quindi  la strada ad un loro possibile superamento: la pressione Shiatsu, con la sua perpendicolarità e paziente e  prolungata staticità, li sollecita intensamente  e li costringe ad emergere.
Ecco allora che un lavoro di armonizzazione della vita psichica dell’individuo attraverso l’utilizzo di tecniche  psicologiche a mediazione corporea può essere, talvolta, iniziato o  affiancato dallo shiatsu,  un possibile approccio di tipo non intellettuale, non razionale e nemmeno verbale, che riattiva nella persona la consapevolezza di nodi e tensioni tracciate prima di tutto nel corpo.
A  proposito di un’armoniosa e unitaria percezione e sensibilità del vissuto psicofisico, possiamo anche ricordare il prezioso effetto della pressione shiatsu: richiamare l’attenzione sulle parti del corpo che vengono di volta in volta stimolate. Fatto questo particolarmente significativo per quelle zone meno vive e presenti, quelle in qualche modo “dimenticate”e che risultano perciò meno integrate nella totalità della persona. La percezione e l’acquisizione del “senso” di globalità del corpo, come un tutto unico e indifferenziato, è tipica del bambino piccolo. Le esperienze di vita, la socializzazione, l’educazione portano la persona, gradualmente, spesso senza averne coscienza, a privilegiare alcune parti del corpo, rispetto ad altre. Il corpo risulta così percepito come “diviso”: questa divisione avviene tra parti meno avvertite e in genere meno sensibili e altre più tese e contratte, percepite invece con maggiore intensità e spesso con dolore, in una situazione di scompenso a livello fisico, ma anche e soprattutto psichico.
Lo shiatsu rappresenta, dunque, uno strumento prezioso per ripristinare la centralità e l’unità della persona, corpo e mente, in una ritrovata sensibilizzazione globale dell’essere umano, al servizio di un benessere completo.

BIBLIOGRAFIA
Alioli A., Impressioni sulla percezione, rivista DBN, n° 8 Giugno 2013
Contino F., Tradurre il Tao, tradire il Tao, rivista Shiatsu Do, n° 12 Gennaio 1998
Contino F., Bello e impossile, rivista Shiatsu Do, n° 10 Giugno  1998
Gattini D., La sensibilità interiore, rivista DBN, n° 10 Dicembre 2013
Hirsch D., Sensibilità e percezione, rivista DBN, n° 9 Settembre 2013

 

Contatto
Cinzia Termi
psicologa, psicoterapeuta
tel. 339 4187700
e-mail: cinziantares@yahoo.it
Genova

Psicologia del benessere: riflessioni sul nascere e sul dare alla luce

sabato, marzo 28th, 2015

di Cinzia Termi
psicologa psicoterapueta  

nascita

Avere un figlio significa manifestare un assoluto accordo con l’uomo. Se ho un bambino, è come se dicessi: sono nato, ho assaggiato la vita e ho constatato che essa è così buona che merita di essere moltiplicata
(Milan Kundera)

La nascita, fatto biologico e culturale ricco di implicazioni psicologiche, sociali, economiche, è analizzabile da molte prospettive ed è evento che riguarda insieme individui e sistema sociale.
Molti sono i soggetti coinvolti: il bambino, che viene al mondo, i genitori, le loro famiglie, la società in cui sono inseriti, la specie umana. Ognuno di questi elementi può essere preso come punto di osservazione per considerare la nascita, evento semplice e complesso attraverso il quale la specie si assicura la sopravvivenza, l’individuo si proietta nel futuro.
Occorre  sottolineare che la procreazione è  solo in apparenza una questione di pertinenza esclusiva delle singole persone: la società elabora infatti una serie di norme volte a porre controllo a questo fenomeno. Talvolta, le decisioni individuali relative alla decisione di avere o meno dei figli vengono modellate dalle prescrizioni sociali e alcune scelte, come quella di avere un figlio al di fuori di un’unione stabile o la scelta di partorire in casa, vengono ad assumere un maggior costo per l’individuo in termini di energia psichica richiesta.

Sembra importante riflettere  su come, in tutte le società, la nascita venga affrontata con rituali ricchi di implicazioni simboliche, che hanno la funzione di diminuire l’ansia collegata a questo evento,  ma  anche di trasmettere i valori dominanti in quella determinata cultura. Le pratiche della nascita si configurano come “riti di passaggio”, finalizzate ad accompagnare la donna verso la maternità.
Nel corso dei secoli, il parto si è progressivamente allontanato dall’essere evento esclusivamente femminile, per divenire sempre più processo tecnico, controllato e “gestito” dai medici. In parte la medicalizzazione della nascita ha portato con sé un aumento di garanzie per la salute della donna e del neonato. Si può intravedere la funzione simbolica di questa serie di procedure di routine che accompagna la gravidanza, simile a quella dei riti di passaggio nelle culture tradizionali. D’altro canto, però, questo pervasivo controllo medico che accompagna ogni attimo della gravidanza, può talvolta intervenire a creare un vissuto di estraneità e distanza rispetto al proprio corpo, sentito talora come altro da sé, occupato, durante i nove mesi, in un’impresa che altri guidano e supervisionano.

Dobbiamo a Davis-Floyd (1994 e 1997) una sintesi efficace del sistema di valori implicati nei diversi modelli di nascita: mettendo a confronto le caratteristiche dell’approccio umanizzato e olistico con quelle del modello tecnocratico, è possibile intravedere differenti paradigmi relativi alla nascita che ci aiutano a  riflettere su come il benessere di madre e bambino possa essere frutto di esperienze anche molto diverse, ma risulta fondamentale come, laddove esse siano guidate esclusivamente dall’ideologia e da dettami teorici rigidi, non possano incontrare in modo flessibile le caratteristiche e i bisogni della donna.
Al modello “tecnocratico” dove il corpo  appare imperfetto, separato  dal sé, contenitore per un feto che può essere vissuto come separato, lo sviluppo fetale processo meccanico in cui la madre non è attivamente coinvolta, i desideri della madre e i bisogni del bambino come conflittuali durante travaglio e parto, il dolore considerato in assoluto come categoria negativa a cui consegue il (dovere) diritto per la donna moderna  di non provarne in travaglio, il sapere medico come autorevole e spesso indiscutibile, la gravidanza come fuori del controllo personale e quindi spiacevole, si oppone un modello “olistico”.  Quest’ultimo vede il sé e il corpo come un unicum, la vita e il corpo come talvolta non controllabili, ma non perciò necessariamente tendenti al disordine e alla catastrofe, madre e bambino essenzialmente sistema integrato, che può essere danneggiato dalla scomposizione in due parti separate, la madre parte attiva nello sviluppo del bambino, la sicurezza del bambino e i bisogni emotivi della madre come un unicum, la mente e il corpo come unità organica interconnessa, il parto inteso come esperienza complessiva di mente e corpo, il dolore come parte integrante del processo, l’intuizione e la conoscenza personali autorevoli compagni a fianco e non inferiori al sapere medico, la forza come conseguenza del permesso di lasciare andare il controllo. Dalla presa in esame di questi due modelli a confronto, possono emergere, tra l’altro, approfondimenti capaci di guidare verso un più completo concetto di benessere e di salute in gravidanza.

In questi mesi, in occasione degli incontri di sportello dedicati alla gravidanza, ho avuto occasione di  incontrare  mamme in attesa e le riflessioni che seguono prendono spunto perciò, soprattutto dalla prospettiva materna: il tentativo è quello di fare emergere alcuni dei  fattori che influenzano il benessere della donna e perciò, potenzialmente, influiscono nella formazione di un sano rapporto fra il neonato e la madre.
Il  periodo perinatale, l’arco di tempo dal concepimento fino al primo anno di vita dopo il parto, rappresenta, occorre ricordarlo, una fase di aumentato rischio per la salute psichica genitoriale: la ricerca degli ultimi decenni ha evidenziato come i disturbi d’ansia e i disturbi dell’umore siano presenti già nelle fasi della gravidanza.

Parlando in termini generali e ponendo attenzione in particolare ad una parte delle situazioni maggiormente problematiche, le madri che ho incontrate erano spesso confuse e sfiduciate e anche laddove non sembravano essere presenti elementi correlati ad un disagio sociale o psicologico individuale specifico: esse riferivano di vivere l’esperienza dell’attesa come molto diversa da come se l’erano immaginata e lamentavano un pervasivo senso di sfiducia, ansia,  paura, disforia.
Alcune sentivano di non riuscire a partecipare all’esperienza che stavano vivendo, con l’ entusiasmo e  la serenità che avrebbero desiderato: questo vissuto era accompagnato sempre da una notevole colpevolizzazione che andava ad alimentare un evidente malessere psicologico e fisico.
Al di là delle situazioni specifiche e delle problematiche personali, un tratto che sembra accomunare le storie di queste donne è che quello di ritrovarsi a vivere la gravidanza e il vicino passaggio dalla condizione di donna a quella di madre, come  un periodo nel quale si fa i conti con un’immagine di sé in trasformazione profonda: laddove questa esperienza si svolga all’interno di una realtà personale o familiare che tende a soverchiare o ad annullare l’ascolto dei bisogni profondi della donna, le sue fragilità ma anche le sue richieste di aiuto, tacciate talvolta come secondarie, invece che congruenti, rispetto al benessere del bambino, la realtà che ne consegue è spesso quello di una solitudine interiore foriera di vissuti depressivi e ansia che, se non elaborati, non potranno che intervenire negativamente nella relazione madre-bambino.

Dal punto di vista intrapsichico i processi di transizione alla genitorialità richiedono di rielaborare le proprie esperienze  infantili e riconducono al confronto con i modelli genitoriali interiorizzati: questi passaggi sono fondamentali per la costruzione o la rimodulazione dell’identità della madre e del padre ma, al tempo stesso, possono far riemergere traumi o conflitti non risolti.
Diventare genitori è un processo di sviluppo dell’identità adulta che ridiscute gli assetti esistenti, portando con sé le potenzialità di una crescita psicologica ma anche, in particolari condizioni, il rischio di vivere un disagio emotivo più o meno grave.
La nascita di un figlio è dunque un evento complesso che può comportare gioia ma anche nuove responsabilità, difficoltà e imprevisti, fra cui l’insorgere di un disagio emozionale, che se non individuato per tempo può minare il benessere della diade e della famiglia.

L’individuazione tempestiva di una sofferenza emotiva in queste fasi è allora importantissima dal punto di vista preventivo, dal momento che le conseguenze del disagio psichico, per esempio  della depressione perinatale,  sullo sviluppo infantile, sono certe e documentate da molte evidenze scientifiche.
La depressione materna, impoverisce e disturba la qualità dei processi interattivi che sono a fondamento dello sviluppo psichico infantile. La presenza di un disagio psichico materno ha effetti sul benessere del feto e sullo sviluppo cognitivo ed affettivo e può associarsi ad un aumentato rischio psicopatologico in adolescenza. Occorre d’altronde sottolineare come sia la presenza concomitante di vari fattori di rischio, come l’isolamento sociale, l’età adolescenziale materna, l’assenza del partner, lutti e traumi, la violenza domestica e non la semplice esposizione al disagio psichico materno, a favorire il realizzarsi di condizioni non favorevoli allo sviluppo del bambino.
E’ però certo che un’esperienza caratterizzata da errori interattivi non riparati e da difficile comprensione nella relazione madre e bambino, può costituire un fattore di rischio evolutivo e ripercuotersi sullo sviluppo con esiti a vari livelli (cognitivo, affettivo, comportamentale, neurofisiologico).
Tutto questo suggerisce l’utilità dell’individuazione precoce di un eventuale disagio emotivo materno sia durante la gravidanza che nel post-partum. Centrale è, da questo punto di vista, la formazione degli operatori e la possibilità di integrazione delle differenti figure di cura che ruotano intorno al benessere della madre e del bambino.

In un ottica di psicologia del benessere, gli interventi di supporto e di sostegno proposti in gravidanza potrebbero avere  effetti ben oltre il puerperio e i primi anni della relazione con il neonato. Concentrarsi sulla possibilità di offrire sostegno per una buona gravidanza può allora significare iniziare ad ampliare il focus dell’intervento  ed integrare i contributi di scienze diverse, con una visione multifattoriale che permetta alla donna di vivere l’esperienza della gravidanza, fra l’altro, come occasione per arricchire e talvolta modificare la propria immagine di sé, al servizio del proprio benessere e della positiva e serena relazione con il figlio.

Occorre dire che il periodo perinatale offre una opportunità di prevenzione non presente in altri momenti della vita familiare: nei mesi della gravidanza le donne hanno un accesso costante ai servizi sanitari. In gravidanza e nei primi mesi di vita del bambino, le donne incontrano ginecologo, ostetriche, assistenti sanitari, puericultrici, neonatologi,  talvolta psicologi, neuropsichiatri infantili, oltre a pediatri e medici di base. In una visione integrata dell’assistenza al periodo perinatale, sarebbe auspicabile che tutte le figure che ruotano intorno al nuovo nucleo familiare potessero condividere una formazione che sia trasversale e non settoriale, tale cioè da essere basata su conoscenze teoriche, linee guida e modelli applicativi che permettano di mettere in atto strategie di prevenzione primaria e secondaria. Questo modello di assistenza dovrebbe allora prevedere un’integrazione fra discipline diverse e la definizione di percorsi di invio per le situazioni, ove si ravvisi la necessità di approfondimenti diagnostici e di trattamento. Una “cultura della perinatalità” allora, da intendersi come un approccio che riesca a tenere conto della complessità dei processi psicologici insiti nel passaggio alla genitorialità e di un’assistenza che vada oltre il monitoraggio del decorso degli eventi somatici e includa assolutamente gli aspetti psicologici e relazionali in un’ottica di promozione della salute,  da intendersi come benessere globale della persona.
Appare ineludibile, in termini di prevenzione, un’ottica interdisciplinare, in cui gli operatori che ruotano intorno alla salute della diade madre bambino, condividano specifiche competenze  che permettano di supportare la transizione alla genitorialità e, ove necessario,  di individuare il disagio emotivo perinatale, offrendo un trattamento adeguato e tempestivo.
Occorre aggiungere e avere chiaro che, d’altro canto,  spesso, le donne con maggiori problematiche psichiche tendono a frequentare meno delle altre i servizi loro offerti e accedono invece, con più frequenza, al servizio ospedaliero per ricoveri d’urgenza dei loro bambini. Ecco allora che talvolta gli operatori dell’assistenza di base, come il medico di base, così come alcune figure di assistenza specialistica del bambino, come il pediatra e il neuropsichiatria infantile, possono essere le  prime e uniche figure che entrano in contatto con la sofferenza familiare e la loro capacità di comprensione del segnale di malessere può permettere di intervenire precocemente, portando sollievo in una visione complessiva e  non limitata al sintomo.

bibliografia
A Della Vedova, C. Cristini, Salute psichica e prevenzione nella perinatalità, da Link, volume 1/2015, Roma
A. Scopesi, P. Viterbori, Psicologia della maternità, Carocci editore, Roma, 2003
R.Davis-Floyd, Birth as an American rite of passage, Berkeley, 1992
R.Davis-Floyd, Childbirth and authoritative knowledge, Berkeley, 1997

Autrice dell’articolo:

Cinzia Termi - psicologa psicoterapeuta Genova
   Cinzia Termi
psicologa, psicoterapeuta
tel. 339 4187700
e-mail: cinziantares@yahoo.it
Genova

 

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