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Bambini: capire e gestire i comportamenti provocatori nel rapporto con gli adulti e i coetanei

venerdì, Settembre 19th, 2014

a cura di Chiara Giudici
psicologa

Capriccio

 

Il lupacchiotto che faceva sempre i dispetti
Capire e gestire i comportamenti provocatori nel rapporto con gli adulti e i coetanei

da “Riflessioni intorno a comportamenti provocatori, sviluppo dell’autonomia e importanza dell’errore”: relazione conclusiva del primo ciclo di incontri (2013) rivolti ai genitori del Progetto A Modo Loro. Educare al comprendere.
Gli incontri sono stati sviluppati intorno alla lettura di tre fiabe di Alba Marcoli e alla discussione con i genitori degli spunti emersi dalle stesse. L’articolo è i frutto del lavoro del gruppo e racchiude i contenuti principali emersi in questa discussione.

 

Proviamo a cercare di capire cosa sia un comportamento provocatorio, partendo dalle definizioni di tre parole.
•    Provocare. Pre: fuori e Vocare: chiamare, sfidare, eccitare, stimolare.
•    Educare. E: fuori e Ducare: condurre, dunque condurre fuori le potenzialità interne che già ci sono.
•    Istruire. In: su e Struere: comporre, apparecchiare, dunque porre sopra.

Per istruire serve, dunque, una base su cui poter apparecchiare. Scopriamo così che per condurre fuori le potenzialità che un bambino ha il provocare può essere fonte di stimolo, mentre per poter arrivare ad istruire ci vuole una base di partenza (l’educare) su cui “apparecchiare”.

Facciamo un altro passo: qual è la differenza tra provocare e ciò che comunemente chiamiamo “fare i capricci”? I capricci sembrerebbero legati a momenti stressanti, ad esempio quando un bambino è stanco, malato o annoiato. Il provocare in senso stretto sembrerebbe più legato ad una lotta di potere nella relazione con l’adulto.

Ci sono almeno due modalità di provocare: una saltuaria, come reazione ad eventi o relazioni stressanti  ed una continua che è connessa ad una sofferenza pregressa, ad una difficoltà emotiva di base. In tutte queste sfumature del comportamento provocatorio c’è una realtà che sembra essere comune: la ricerca di una reazione dell’adulto, un richiamare in modo forte la sua attenzione, aspetto collegato ad una modalità in cui il bambino cerca la regolazione del suo comportamento e delle sue emozioni tramite l’intervento dell’adulto. L’obiettivo del comportamento negativo del bambino è creare un contatto con il genitore: “essere visto”, esperienza che nella prima infanzia corrisponde ad “esistere” (un bambino senza genitori muore).

Le modalità principali  utilizzate dagli adulti rispetto ai comportamenti dei bambini sono: approvare o disapprovare. Ma queste due azioni relazionali definiscono entrambe l’identità del bambino dall’esterno: “sei un bravo bambino”, “sei un cattivo bambino”. Per cui quando lodiamo troppo i nostri figli non li sosteniamo a sviluppare un’identità autonoma e li avviamo alla dipendenza dall’approvazione altrui tanto quanto li sgridiamo continuamente, come nel caso delle situazioni in cui agiscono comportamenti provocatori.

Ma allora come fare?

Ogni comportamento si struttura all’interno di una relazione (non nasce da solo) e anche una piccola modificazione quotidiana del comportamento dell’adulto può quindi portare potenziali cambiamenti nella gestione del comportamento provocatorio. Se il bambino si sente visto non ha più esigenza di provocare.

Ci sono poi alcuni aspetti contestuali: alcuni bambini sono angioletti a casa e monelli all’asilo e altri mostrano il comportamento polare, a dimostrare come il comportamento si strutturi all’interno della relazione e si modifichi in base all’interlocutore.

In realtà anche i comportamenti “troppo positivi” segnalano un disagio: i bambini “troppo bravi” e i “genietti”, rinforzati in queste modalità sia dai genitori che dalla scuola, mostrano in realtà un aspetto compiacente verso le aspettative dell’adulto, come dicevo poco sopra, che potrà condizionarli notevolmente nella ricerca della propria identità, con conseguenze sulla formazione dell’autostima e della padronanza di Sé in età adulta. Sia chi compiace che chi si oppone esprime una difficoltà nel processo di differenziazione dall’adulto.

Bisogna considerare quanto sia complesso per i genitori muoversi in una direzione intermedia dal momento che vivamo tutti in un contesto sociale che rinforza questa tendenza: anche nei processi educativi ad esso legati manca spesso uno spazio di ascolto delle parti cattive dei bambini (e degli adulti).

Vorrei accennare brevemente anche alla questione del dare limiti e del dire “no”. Se i “paletti” sono troppi  possono limitare l’autonomia, ma se sono troppo pochi possono portare a problematiche di gestione dei confini e a disturbi ansiosi. I limiti che il genitore pone al figlio, per essere costruttivi necessitano di essere legati alla sostanza delle cose e non alla forma (ad esempio “non saltare giù dal muretto” (perché ti fai male –sostanza-); “non piangere” (perché ci guardano tutti –forma-).

Il limite consente al bambino di incontrare la frustrazione, questa ha un valore strutturante sul piano mentale e relazionale. Se il genitore previene spesso i desideri del figlio non gli consente di sviluppare due funzioni basilari per la solidità emotiva:
•    la mentalizzazione di un bisogno insoddisfatto: “sono triste o arrabbiato perché mi manca questa cosa e me lo dico e lo esprimo agli altri” e
•    la spinta, il movimento che lo porterà a sviluppare le risorse per uscire da questa frustrazione: in altre parole se non sento la mancanza di qualcosa non mi industrio per cercarla e non imparo come cavarmi fuori dalle situazioni difficili.

Chiara Giudici psicologa SavonaChiara Giudici
Psicologa, iscritta all’Ordine degli Psicologi della Liguria (n.1279).
Da sempre tesa a cercare di portare nel sociale le sue competenze.
Ha un orientamento psicodinamico, specializzanda presso la SIAB, in Analisi Bioenergetica. Lavora come libera professionista a Savona presso il suo studio e collabora con la ludoteca Synkronia come formatrice e coautrice del progetto A Modo Loro, rivolto alla prima infanzia, basato sulle intelligenze multiple e sulla partecipazione dei genitori.
Contatto
Chiara Giudici
e-mail: chiara_giudici@fastwebnet.it
tel. 347 7716567
Savona

 

Bibliografia

Psicologica
Bollea, G. (1995) Le madri non sbagliano mai. Ed. Feltrinelli
Camaioni, Psicologia dello sviluppo del linguaggio
Cinotti, N. L’espressione di un antico bisogno di compagnia: Infant research e analisi bioenergetica. in Grounding n°2-2012 ed. Franco Angeli
Lowen, A. (1975) Bioenergetica. Ed. Feltrinelli
Lowen, A. (1983) Il narcisismo. L’identità rinnegata. Ed. Feltrinelli
Lowen, A. (1980) Paura di vivere. Ed. Astrolabio
Marcoli, A. (2007) Il Bambino lasciato solo. Favole per momenti difficili. Ed. Mondadori
Marcoli, A. (1993) Il Bambino nascosto. Favole per capire la psicologia nostra e dei nostri figli. Ed. Mondadori
Philllips, A. (1999) I no che aiutano a crescere. Ed. Feltrinelli
Reich, W. (1983) Bambini del Futuro ed. Sugarco
Stern, D.; Bruschweiler Stern, N.; Freeland, A. (1998) Nascita di una madre ed. Oscar Mondadori
Stern, D. (1975) Diario di un bambino ed. Oscar Mondadori

Narrativa adulti-ragazzi
Nothomb, A. (2000) Metafisica dei tubi ed. Le Fenici
Pennac, D. (2012) Storia di un corpo. ed. Feltrinelli
Pullman, P. (1995)  Queste oscure materie.  ed. Salani

Narrativa bambini
Davies, N. La cacca. Ed. Scienza
Donaldson, J. Guarda un po’ che Gruffalò. ed. Emme
Donnio,S. Mangerei volentieri un bambino. ed. Babalibri
Le Saux, A. Come educare il tuo papà. ed. Il Castoro
Lionni, L. Piccolo blu e piccolo giallo ed. Babalibri
Lionni, L. Federico ed. Babalibri
Lionni, L. Un pesce è un pesce. ed. Babalibri
Lionni, L. La casa più grande del mondo. ed.Babalibri
Munari, B. Nella notte buia ed. Corraini
Munari, B. Il venditore di animali ed. Corraini
Sendak, M. Nel paese dei mostri selvaggi. ed. Babalibri
Weitze, M. e Battut, E. Come il piccolo elefante rosa divenne molto triste e poi tornò molto felice. Ed. Arka

 

 


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