Scritto fondativo del Gruppo

Quello che segue è lo scritto di Maura Rossi che non era stato pubblicato sull’ultimo numero dell’anno 2000 della Newsletter del nostro Ordine professionale. Da questo impedimento si era interrotta la collaborazione di Massimo Rebagliati con la Redazione della Newsletter.

Lo scritto era stato comunque condiviso come messaggio telematico fra gli iscritti alla mailing list.

Lo scritto ha valore storico e fondativo per questo Gruppo.

 

Tempo di bilanci. Bilanci sulle attività svolte, sulle varie iniziative presentate, sulle voci dei colleghi che hanno cercato di “farsi strada” anche da queste pagine per dare parola a un pensiero, un dubbio, un disagio. Ma qualcosa è mancato: un’attenzione, una cura, una condivisione. Il quadro generale non sembra quello di una “comunità” di psicologi che accoglie i più giovani, che condivide esperienze, che sa, con coraggio, parlare di sé, affrontare il disagio di essere psicologi oggi, in questo sociale. Eppure ci sono segnali che dovrebbero farci riflettere. A vent’anni dalla territorializzazione dei servizi, assistiamo ancora all’impiego massiccio del lavoro precario e sottopagato: intere funzioni o aspetti particolarmente delicati del servizio (nel privato come nel pubblico) si reggono sul lavoro, la buona volontà, la “fantasia” di persone sottopagate e precarie. Il tutto, è triste dirlo, nell’indifferenza dei sindacati e delle forze politiche che hanno fondato la loro ragion d’essere sulla difesa dei più deboli.

Le cose non sembrano andare granché bene neanche per coloro che hanno scelto la libera professione. I pazienti scarseggiano, il singolo ben poco può rispetto alle strutture organizzate, che possono mostrarsi al pubblico. In questo quadro i colleghi non appaiono come “possibili collaboratori”, ma come “concorrenti”. E nessuno sembra chiedersi come mai la nostra professione si trovi anch’essa coinvolta nel far west della “new economy”. Che non lo facciano i giovani è comprensibile: tanta è la paura di apparire deboli e impreparati e di essere esclusi!

Ma i meno giovani?… I “vecchi”?…

Abbiamo già chiesto di “alzare il sipario”. Alla prova dei fatti comprendiamo che il pudore è grande, che il sentimento forse sarebbe ferito in un contesto troppo “pubblico”, fra l’annuncio dei lavori di una commissione e il resoconto di un convegno. Per questo daremo vita a uno spazio di riflessione più raccolto e dalla particolare prospettiva della sofferenza che lo psicologo sperimenta non tanto nel lavorare con la persona che soffre (campo che gode già di molta attenzione in libri, convegni, supervisioni e anche nei percorsi individuali), quanto nel lavorarvi “in quelle particolari condizioni”, immerso in un clima sociale fatto di precarietà, disagi taciuti, piccoli e grandi sfruttamenti, mancanza di protezione.

Maura Rossi

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