A cento anni dalla nascita di Wilhelm Reich viene spontaneo chiedersi quali aspetti del suo imponente lavoro, che ha spaziato per oltre 40 anni nei campi più diversi, dalla Psicoanalisi alla biologia, dalla sociologia alla fisica, dalla medicina alla metereologia, siano effettivamente stati integrati nelle varie discipline, e come.
Quale effetto ha avuto la sua innovativa opera di scienziato naturalista sui rapporti tra i vari ambiti scientifici e come la società in generale ha metabolizzato le sue scoperte?
Dalla sua morte nel ‘57 e poi soprattutto negli anni ‘60 e ‘70 il movimento reichiano ha avuto un’espansione notevole con la nascita di numerosi istituti, scuole, associazioni, centri che a partire soprattutto dagli Stati Uniti hanno diffuso, rielaborato, arricchito e in alcuni casi impoverito l’approccio reichiano. Alcuni esempi tra i più conosciuti sono: il Collegio degli Orgonomisti, l’Istituto di Bioenergetica e l’Istituto Radix.
Altri illustri indirizzi psicoterapeutici e non, hanno attinto in modo cospicuo dalle tematiche e dalla impostazione terapeutica di Reich come ad esempio la Terapia della Gestalt (Pearls fu analizzato da Reich) ed il Rolfing, ma questi sono solo i più conosciuti. Anche in Europa ed in Italia abbiamo avuto una diffusione notevole dell’opera e dell’impostazione reichiana attraverso scuole, istituti, associazioni e pubblicazioni,che in alcuni casi in modo ortodosso, ed in altri in modo più innovativo o mediato, hanno contribuito ad una diffusione dei contenuti e dell’utilizzazione di tecniche psicocorporee.
Da più di un decennio esiste un’Associazione Europea di Psicoterapia Corporea che si riunisce ogni due anni a congresso.
Sulla base di questi dati è più che evidente quanto il movimento reichiano sia stato attivo, produttivo e creativo di nuove impostazioni, revisioni delle vecchie, fusioni di impostazioni diverse all’interno dello stesso approccio psicocorporeo nel corso di pochi lustri. Ma non solo, oggi l’utilizzazione del corpo in ambito psicoterapeutico, analitico, diagnostico, nel lavoro con i gruppi, e addirittura nel campo della psicologia del lavoro (selezione del personale, orientamento e consulenza aziendale, ecc.) è una realtà sempre più radicata.
Psicoterapeuti di orientamento analitico o junghiano introducono sempre più nel proprio bagaglio professionale tecniche e “visioni” provenienti dall’orientamento psicocorporeo; nel lavoro coi gruppi, poi, è ormai la prassi utilizzare tecniche di movimento, suono, rilassamento, espressione emotiva mutuate spesso da tecniche neoreichiane.
E’ indubbio che il movimento reichiano abbia contribuito grandemente (assieme alle discipline orientali) all’introduzione nella cultura moderna dell’utilizzazione del corpo in tutto ciò che si considera lavoro “sulla” e “per” la persona.
Ma quanto le cose stanno veramente così?
E cioè, quanto dell’originale opera di Wilhelm Reich possiamo ancora ritrovare in queste impostazioni, e, soprattutto a “quale Reich” si rifanno i vari approcci?
Si rifanno al Reich della prim’ora, per il quale il lavoro sul corpo era utilizzato come una tecnica tra le altre, all’interno di una impalcatura psicoanalitica? O al Reich successivo, creatore dell’orgonoterapia, per il quale l’attenzione era soprattutto rivolta alle tensioni muscolari e alla scarica emotiva/terapeutica? O ancora all’ultimo Reich, attento ormai esclusivamente a processi energetici fondamentali e universali come i movimenti espressivi e la pulsazione organismica profonda?
In questo articolo intendo illustrare come i concetti energetici del Reich più recente siano stati spesso ampiamente sorvolati, male interpretati o completamente rimossi, non solo da chi ha introdotto il lavoro sul corpo all’interno degli ambiti più vari, ma anche da molti approcci all’interno del movimento reichiano stesso.
E come, invece, partendo da una prospettiva più puramente energetica l’integrazione tra tecniche ed impostazioni diverse risulta estremamente semplificata.
Nel suo scritto “Superimposizione cosmica”, lo scritto più tardo, Wilhelm Reich illustra in modo dettagliato il concetto di pulsazione, e cioè un movimento continuo e alternato di espansione e contrazione caratteristico di tutti gli esseri viventi.
La fondamentale pulsazione energetica consiste in un flusso che dal centro si muove verso la periferia
per poi invertire la direzione per rifluire in profondità nuovamente verso l’interno e il nucleo vitale del sistema. Questo, molto semplicemente e in sintesi è la formulazione reichiana più recente della pulsazione energetica. In realtà un concetto apparentemente molto simile era gia stato sviluppato da Reich molti anni prima, all’inizio del suo lavoro, con riferimento alle emozioni fondamentali in esseri unicellulari come l’ameba. Infatti, in una delle sue prime pubblicazioni, “Sessualità e angoscia” descriveva l’espansione degli organismi viventi come il movimento espressivo del piacere, e la contrazione come un ritiro dal mondo determinato da condizioni sfavorevoli nell’ambiente esterno e quindi dall’angoscia. Dall’ameba all’uomo, e in tutte le forme viventi intermedie nella scala evolutiva, espansione (o periferizzazione dell’energia) e contrazione (riflusso dell’energia all’interno dell’organismo) esprimono rispettivamente piacere e angoscia.
La schematizzazione piacere = espansione, angoscia = contrazione, ancora oggi valida e indiscutibile, tracciava, però, un quadro limitato rispetto all’idea più ampia di pulsazione del Reich successivo.
L’incompletezza del quadro così delineato ha determinato nella storia della terapia reichiana una eccessiva enfatizzazione della fase espansiva della pulsazione, e quindi della scarica emotiva energetica come evento di per sé terapeutico.
Ciò che voglio dire è che, nonostante Reich abbia, nei suoi scritti più recenti presentato una concezione più ampia e bilanciata della pulsazione, sia le tecniche elaborate che la comprensione diagnostica e gli approfondimenti teorici, in molti approcci reichiani, ancora oggi rimangono legati ad uno schema che privilegia l’espressione emotiva e la scarica energetica, piuttosto che la fase di riflusso/contrazione dell’energia attribuendole una connotazione solo negativa, come se il rifluire dell’energia all’interno dell’organismo fosse sempre e solo accompagnato da una contrazione o da una chiusura della persona e quindi di per sé non auspicabile.
In realtà, dall’originale descrizione della pulsazione energetica fatta in “Sessualità e angoscia”, alla successiva riproposizione della pulsazione in “Superimposizione cosmica” (a qualche decennio di distanza), c’è una bella differenza!
Infatti nella sua riformulazione del funzionamento energetico, “espansione” e “contrazione”, “flusso” e “riflusso” non sono solo sinonimi di”piacere” e “angoscia”, ma assumono una rilevanza uguale e non esclusivamente positiva o negativa. Il riflusso energetico, in particolare viene messo in luce come una fase naturale, quindi fondamentale e necessaria nel metabolismo energetico dell’organismo e non necessariamente “spiacevole”. Senza considerare questi sviluppi più recenti del funzionalismo energetico, resterebbe ben poco spazio all’interno della terapia per esperienze di contatto profondo
con se stessi, mobilizzazione interna, profondo rilassamento, e per tutti quegli stati di tipo meditativo nei quali la persona può sperimentarsi nella dimensione di calma interiore, contatto risonante col proprio interno, rigenerazione e riorganizzazione. Alcuni sviluppi recenti in campo reichiano ad esempio, propongono un’impostazione nella quale viene certamente data un’importanza alla scarica energetica e alla fase di espansione, ma altrettanta ne assumono il riflusso, la capacità di contenimento e tolleranza della carica, l’integrazione dell’esperienza nella consapevolezza.
Questo modo di lavorare è tipicamente energetico. Qui gli aspetti emotivi, strutturali o psicologici della terapia non sono considerati centrali, ma sono compresi come manifestazioni del sottostante funzionamento energetico.
Agendo a questo livello più profondo si ottengono indirettamente modificazioni nella sfera delle emozioni, nella struttura fisica e a livello della consapevolezza. Un approccio puramente funzionale/energetico, si ispira alla comprensione delle funzioni energetiche nell’uomo, necessariamente quindi include le emozioni, la struttura fisica e la struttura psichica, ma non interviene in modo diretto e specifico su queste. Qui non è tanto interessante lavorare sulla relazione tra psiche e soma, per esempio, ma piuttosto con la loro relazione col funzionamento energetico più profondo. Indurre effetti energetici profondi significa determinare effetti indiretti su tutte le manifestazioni superficiali del funzionamento energetico come movimenti, emozioni, pensieri, sensazioni, contrazioni muscolari, fenomeni vegetativi, consapevolezza, memoria, ecc.
Lavorare per ottenere un riflusso dell’energia, e cioè una centralizzazione della carica e una scarica della periferia dell’organismo, significa approfondire i processi intervenendo direttamente al livello del funzionamento energetico e by-passando le sue manifestazioni superficiali.
Personalmente considero l’aspetto più interessante di questo approccio proprio la ridistribuzione della carica energetica dalla periferia al centro del sistema; questo processo ripetuto più volte ha l’effetto di drenare l’energia dalle aree più energeticamente sovraccariche e contratte del corpo, ciò non avviene attraverso una scarica all’esterno, ma privando queste aree della loro carica per ridistribuirla all’interno del sistema. In termini psicodinamici, tale processo energetico corrisponde ad un disinvestimento dell’esterno, ad un depotenziamento delle vecchie identificazioni, dei meccanismi di proiezione, di rimozione, di difesa in generale, e ad un investimento su sé stessi.
La finalità energetica di un processo terapeutico sta proprio nel ripristinare un flusso in profondità e dalla profondità, e cioè ciò che in termini psicologici chiamiamo identificazione con se stessi.
Durante questo processo gli affetti rimossi, i meccanismi di coazione a ripetere, le proiezioni e le identificazioni che ne derivano, vengono privati della loro energia, deenfatizzati.
Ciò che ci interessa in questo lavoro non è tanto la quota di energia che viene espressa all’esterno attraverso le libere associazioni o il transfert nella psicoanalisi, i suoni, i movimenti o le emozioni nella terapia reichiana, ma la parte di energia che, per effetto della mobilizzazione non viene più trattenuta in zone periferiche della personalità (e del corpo), ma può rifluire in profondità nel sistema, radicando la persona a se stessa. Così si crea un campo interno di energia, individuale e intimo che spesso per anni non aveva potuto alimentarsi proprio perché la maggior parte di energia era investita dal sistema nel continuo tentativo di esprimere all’esterno ciò che era rimasto inespresso e, contemporaneamente nella funzione opposta di impedirne l’espressione.
Cessata questa battaglia, il riflusso modifica completamente la distribuzione energetica nell’organismo e di conseguenza l’esperienza di sé e del mondo della persona. Nella mia esperienza il vero cambiamento nella vita delle persone si ha non tanto quando la persona può esprimere ciò che non aveva espresso, ma quando cessa di desiderare di esprimerlo; a quel punto le energie possono essere finalmente reinvestite sulla propria vita attuale, su di sé e sul proprio futuro.
In terapia ciò è talmente evidente da farmi ritenere che anche nelle terapie reichiane orientate alla scarica emotiva, ciò che determina il cambiamento della persona è in realtà il riflusso che si determina successivamente ed in conseguenza di una scarica, e non la scarica stessa, come si è spesso ritenuto. Perché allora affannarsi ad enfatizzare l’espressione di emozioni verso vecchi oggetti (genitori, famigliari,ecc.) fino a quando l’intensità emotiva non si esaurisce, il rapporto con l’oggetto non si risolve, e la persona può reinvestire su di sé, quando possiamo privare della loro energia quelle vecchie emozioni e indurre un investimento sul reale da subito lavorando con un rafforzamento delle risorse interiori della persona già dall’inizio?
Inoltre un simile approccio energetico mette in luce le potenzialità dell’utilizzazione di tecniche diverse (come la diretta manipolazione del corpo del cliente, l’uso del colloquio verbale e tecniche di consapevolezza) al solo fine di modificare il sottostante funzionamento energetico. Infatti la maggior parte degli approcci psicoterapeutici sembrano orientati a lavorare in modo quasi esclusivo sulla consapevolezza o sulla scarica emotiva, o sul carattere o sulla struttura fisica/posturale, sono cioè focalizzati prevalentemente su una sola manifestazione del sottostante processo energetico, con il rischio di riproporre al cliente esattamente la scissione mente/corpo per cui è giunto in terapia.
L’approccio di cui ho trattato, ritengo possa contribuire all’integrazione di tecniche e orientamenti diversi: lavorando sulla sola consapevolezza si perde lo “spessore” della fisicità, la concretezza del corpo e della scarica emotiva; il lavoro esclusivo sulla scarica catartica rischia di non integrarsi a livello della consapevolezza, il lavoro esclusivo sulla struttura fisica/posturale non cambia profondamente la persona. Il funzionamento energetico profondo sembra allora essere per lo meno un sicuro elemento unificante su cui intervenire …
Wilhelm Reich, poco ascoltato, lo disse.
Giovanni Colombo
Giovanni Colombo
Istituto di Analisi Funzionale
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