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	<title>Comments on: Su me stesso (di Roberto Vincenzi)</title>
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	<description>diventare il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo</description>
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		<title>By: Roberto Vincenzi</title>
		<link>http://www.psicologiainliguria.it/index.php/su-me-stesso-di-roberto-vincenzi/comment-page-1/#comment-11</link>
		<dc:creator>Roberto Vincenzi</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Mar 2009 16:29:16 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.psicologiainliguria.it/?p=370#comment-11</guid>
		<description>Cara Julia,

mi scuso anche con te per il ritardo nel rispondere, ma non immaginavo di poter avere dei commenti a quanto ho scritto.

Quello che dici è molto vero, però, correggimi se sbaglio, forse la difficoltà che tu evidenzi, si verifica di più nel percorso formativo, e di meno una volta che hai avuto tutti i &quot;pezzi di carta&quot; necessari.

Nei tempi passati (i miei), in assenza di una rigida regolamentazione della materia, c&#039;era maggiore libertà per chi aveva la vocazione dello psicologo.

Libertà di campo, scelta,  responsabilità,  rischio.
Personalmente ho lavorato per anni senza nessuna &quot;autorizzazione ufficiale&quot;  e, per consolarmi della paura che qualcosa andasse storto, mi ripetevo &quot;che mi arrestino&quot;.

La mentalità dei giovani di allora era diversa, molti credevano in ideali politici e molti volevano fare la rivoluzione.
La società era molto più compatta e solida, noi cercavamo di  &quot;riprenderci la vita&quot;, e c&#039;era chi diceva di non fidarsi di chi ha più di 30 anni.

Oggi, per i giovani,  come la vedo io, è molto più difficile  combattere; 
sono meno duri perché il rapporto coi genitori è stato molto più morbido di quello che noi vivevamo allora; tutto è attentamente regolamentato e sembra che non ci siano spazi liberi; gli ideali che vengono proposti sono quelli del consumo, e molti ci cascano.
La società è globalizzata e lo stato sempre più lontano dalla gente.
Però io credo che ci siano ancora delle possibilità, ci sia qualche modo di entrare, qualche strada da percorrere non troppo affollata, qualche rischio da correre.

Gli incontri, anche interessanti, che ho fatto nella mia vita professionale, me li sono andati a cercare, oppure mi sono capitati perrché ero incamminato su un certo percorso.

Certo la partenza non è facile, per tre motivi, credo:
- attualmente siamo in grave crisi economica, 
- ci sono molti più psicologi di 20 anni fa, 
- la psicanalisi non è più così &quot;di tendenza&quot;, come era un tempo.
E queste sono difficoltà reali.

Ma forse uno spiraglio, lo si riesce a vedere, se si assume la mentalità del creativo, colui che, per osservare la realtà, si mette da un punto di vista diverso da quello degli altri.

&quot;Non è l&#039;uomo che sceglie la porta, è la porta che sceglie l&#039;uomo&quot; , diceva Borgès, e con questa frase un po&#039; misteriosa ti saluto.

Ciao e ancora grazie per quello che hai scritto

Roberto</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Cara Julia,</p>
<p>mi scuso anche con te per il ritardo nel rispondere, ma non immaginavo di poter avere dei commenti a quanto ho scritto.</p>
<p>Quello che dici è molto vero, però, correggimi se sbaglio, forse la difficoltà che tu evidenzi, si verifica di più nel percorso formativo, e di meno una volta che hai avuto tutti i &#8220;pezzi di carta&#8221; necessari.</p>
<p>Nei tempi passati (i miei), in assenza di una rigida regolamentazione della materia, c&#8217;era maggiore libertà per chi aveva la vocazione dello psicologo.</p>
<p>Libertà di campo, scelta,  responsabilità,  rischio.<br />
Personalmente ho lavorato per anni senza nessuna &#8220;autorizzazione ufficiale&#8221;  e, per consolarmi della paura che qualcosa andasse storto, mi ripetevo &#8220;che mi arrestino&#8221;.</p>
<p>La mentalità dei giovani di allora era diversa, molti credevano in ideali politici e molti volevano fare la rivoluzione.<br />
La società era molto più compatta e solida, noi cercavamo di  &#8220;riprenderci la vita&#8221;, e c&#8217;era chi diceva di non fidarsi di chi ha più di 30 anni.</p>
<p>Oggi, per i giovani,  come la vedo io, è molto più difficile  combattere;<br />
sono meno duri perché il rapporto coi genitori è stato molto più morbido di quello che noi vivevamo allora; tutto è attentamente regolamentato e sembra che non ci siano spazi liberi; gli ideali che vengono proposti sono quelli del consumo, e molti ci cascano.<br />
La società è globalizzata e lo stato sempre più lontano dalla gente.<br />
Però io credo che ci siano ancora delle possibilità, ci sia qualche modo di entrare, qualche strada da percorrere non troppo affollata, qualche rischio da correre.</p>
<p>Gli incontri, anche interessanti, che ho fatto nella mia vita professionale, me li sono andati a cercare, oppure mi sono capitati perrché ero incamminato su un certo percorso.</p>
<p>Certo la partenza non è facile, per tre motivi, credo:<br />
- attualmente siamo in grave crisi economica,<br />
- ci sono molti più psicologi di 20 anni fa,<br />
- la psicanalisi non è più così &#8220;di tendenza&#8221;, come era un tempo.<br />
E queste sono difficoltà reali.</p>
<p>Ma forse uno spiraglio, lo si riesce a vedere, se si assume la mentalità del creativo, colui che, per osservare la realtà, si mette da un punto di vista diverso da quello degli altri.</p>
<p>&#8220;Non è l&#8217;uomo che sceglie la porta, è la porta che sceglie l&#8217;uomo&#8221; , diceva Borgès, e con questa frase un po&#8217; misteriosa ti saluto.</p>
<p>Ciao e ancora grazie per quello che hai scritto</p>
<p>Roberto</p>
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	<item>
		<title>By: Roberto Vincenzi</title>
		<link>http://www.psicologiainliguria.it/index.php/su-me-stesso-di-roberto-vincenzi/comment-page-1/#comment-10</link>
		<dc:creator>Roberto Vincenzi</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Mar 2009 11:29:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.psicologiainliguria.it/?p=370#comment-10</guid>
		<description>Cara Maura,

scusami per il ritardo, ma non avevo più controllato il sito di psicologiainliguria.

Jung diceva che lo psicanalista usa come strumento di lavoro la sua anima, ed è un altro modo di dire quello che hai detto tu nella tua lettera.

Quanto alla mania per la scienza, siamo fuori campo, la psicanalisi, come diceva Carotenuto &quot;è un&#039;arte&quot; e il valore dell&#039;arte è misurato sull&#039;artista e non solo sulle sue tecniche.

Adesso con le neuroscienze vorrebbero far rientrare tutto in canoni che non sono adatti a valutare l&#039;inconscio.

Negli anni &#039;50 i medici cercavano le &quot;schizotossine&quot; causa presunta della schizofrenia, e finora non le hanno trovate .....

Ciao, ti ringrazio
Roberto</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Cara Maura,</p>
<p>scusami per il ritardo, ma non avevo più controllato il sito di psicologiainliguria.</p>
<p>Jung diceva che lo psicanalista usa come strumento di lavoro la sua anima, ed è un altro modo di dire quello che hai detto tu nella tua lettera.</p>
<p>Quanto alla mania per la scienza, siamo fuori campo, la psicanalisi, come diceva Carotenuto &#8220;è un&#8217;arte&#8221; e il valore dell&#8217;arte è misurato sull&#8217;artista e non solo sulle sue tecniche.</p>
<p>Adesso con le neuroscienze vorrebbero far rientrare tutto in canoni che non sono adatti a valutare l&#8217;inconscio.</p>
<p>Negli anni &#8216;50 i medici cercavano le &#8220;schizotossine&#8221; causa presunta della schizofrenia, e finora non le hanno trovate &#8230;..</p>
<p>Ciao, ti ringrazio<br />
Roberto</p>
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	</item>
	<item>
		<title>By: Maura</title>
		<link>http://www.psicologiainliguria.it/index.php/su-me-stesso-di-roberto-vincenzi/comment-page-1/#comment-9</link>
		<dc:creator>Maura</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Feb 2009 15:17:02 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.psicologiainliguria.it/?p=370#comment-9</guid>
		<description>Il vissuto raccontato da Roberto Vincenzi, nelle sue note introduttive al proprio percorso formativo e professionale, mi ha fatto ripensare a una cosa che mi capita spesso di notare in ambito psicologico: la diffusa tendenza ad ergersi, con maggiore o minore autorevolezza, a &quot;controllore&quot; dell&#039;attendibilità scientifica e professionale dei colleghi e l&#039;altrettanto diffuso sentimento di essere sottoposti a giudizio.

Penso che questa tendenza possa fondarsi sull&#039;illusione che sia possibile conoscere, senza farne esperienza diretta, quello che può accadere in una relazione, che sia formativa o terapeutica o entrambe.
Vincenzi associava l&#039;atteggiamento dei giovani colleghi di quel gruppo alla loro mancanza di esperienza diretta col paziente.

Posso anche aver appreso, in formazione, a fare quella data cosa, ma nel lavoro col paziente non ho certezza del momento in cui e se mai mi verrà di farla, semplicemente perché nella relazione terapeutica si confrontano le possibilità di due esseri umani.

Il fatto che il nostro modo di lavorare sia così fortemente intrecciato non solo con gli strumenti appresi nell&#039;approccio adottato, ma con il nostro grado di benessere, quello cui noi stessi siamo giunti proprio grazie a quegli stessi strumenti, rende il problema della valutazione estremamente delicato e richiederebbe di sviluppare forme di comunicazione fra colleghi diverse dalla critica, più o meno disinteressata.
</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Il vissuto raccontato da Roberto Vincenzi, nelle sue note introduttive al proprio percorso formativo e professionale, mi ha fatto ripensare a una cosa che mi capita spesso di notare in ambito psicologico: la diffusa tendenza ad ergersi, con maggiore o minore autorevolezza, a &#8220;controllore&#8221; dell&#8217;attendibilità scientifica e professionale dei colleghi e l&#8217;altrettanto diffuso sentimento di essere sottoposti a giudizio.</p>
<p>Penso che questa tendenza possa fondarsi sull&#8217;illusione che sia possibile conoscere, senza farne esperienza diretta, quello che può accadere in una relazione, che sia formativa o terapeutica o entrambe.<br />
Vincenzi associava l&#8217;atteggiamento dei giovani colleghi di quel gruppo alla loro mancanza di esperienza diretta col paziente.</p>
<p>Posso anche aver appreso, in formazione, a fare quella data cosa, ma nel lavoro col paziente non ho certezza del momento in cui e se mai mi verrà di farla, semplicemente perché nella relazione terapeutica si confrontano le possibilità di due esseri umani.</p>
<p>Il fatto che il nostro modo di lavorare sia così fortemente intrecciato non solo con gli strumenti appresi nell&#8217;approccio adottato, ma con il nostro grado di benessere, quello cui noi stessi siamo giunti proprio grazie a quegli stessi strumenti, rende il problema della valutazione estremamente delicato e richiederebbe di sviluppare forme di comunicazione fra colleghi diverse dalla critica, più o meno disinteressata.</p>
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	<item>
		<title>By: Julia Menichetti</title>
		<link>http://www.psicologiainliguria.it/index.php/su-me-stesso-di-roberto-vincenzi/comment-page-1/#comment-8</link>
		<dc:creator>Julia Menichetti</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Feb 2009 10:26:35 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.psicologiainliguria.it/?p=370#comment-8</guid>
		<description>Caro Roberto,
io non ti conosco, tu non mi conosci. Pur non avendo tu un volto, lo immagino. E le parole lette che creano il tuo volto immaginato, mi toccano. Mi toccano, forse perché mi considero parte di quel gruppo di giovani con cui ti sei sfortunatamente incontrato –seppure non sia ancora “collega”- e sento la difficoltà (ma anche forza) dei tempi diversi, che si intensifica quando questi tempi si trovano faccia a faccia. Questa difficoltà nasce nel vedere nei più grandi quelle libertà e vastità di spazi possibili e scelte che ora un giovane psicologo sente non avere più luogo. Vi sono tappe già disposte che bisogna percorrere per arrivare. Dove, lo si scopre camminando. Ma ci si sente costretti in un labirinto, parte del percorso è vissuto come prestabilito, ci si può perdere, si può provare vergogna (la vergogna nasce dal fatto che i pezzi di carta collezionati poco valgono rispetto all’esperienza). Nelle parole che provengono dai tempi passati immagino una forza e una volontà, un fermento e una comunicazione, che ora possono mancare. Immagino la sensazione di poter scegliere tra infiniti percorsi possibili e tra infiniti modi di percorrerli, la percezione di stare su un percorso che solo dal viaggiatore è scelto e, allo stesso tempo, che è costruito insieme ad altre persone. La possibilità di costruire i propri sogni, assieme, senza muri. Ora, non dico non sia così. Ma il viaggiatore è costretto a fare sosta e conquistare certe vette, per lui superflue o inutili, per camminare verso i suoi sogni. Sogni che possono acquistare, a volte, forme sempre più vaghe e lontane. Le vette obbligate raramente ospitano pazienti o esperienze nude e crude, rapporti completi e veri in cui esprimere e scoprire gli altri e se stessi; in esse albergano parole, concetti, idee di altri, da assorbire come autorità incontestabili. Ci si rapporta per lo più con fogli, in solitudine, non con persone. Si scende con un pezzo di carta. Ecco cos’è quel sentimento che io, e forse quel gruppo di giovani, ci portiamo dentro. La nostalgia e l’invidia per un tempo mai vissuto, in cui poter leggere in ogni tappa anche il proprio nome, e non solo quello del professore di turno, nascosto oltre una cattedra. Si fatica a veder riconosciuto il segno delle proprie impronte, lasciate su terreni da sé scelti, senza pressioni o mura a celarne il senso. Quando ci si trova di fronte a questo tempo passato, si sentono ancora più stretti i limiti di ora, limiti che non provengono da sé, ma da un sistema in cui si è immersi. Forse, superata questa invidia nostalgica che può far attaccare ora ai pezzi di carta conquistati e collezionati per sentirsi più saldi, rimane nel profondo il desiderio di sentire e condividere ciò che si vive come qualcosa di creativo e speciale, come qualcosa che nasce dall’incontro con l’altro ma che proviene anche da sè, un qualcosa che necessita di una condivisione e di un riconoscimento. Riconoscimento un tempo -così sembra- più facilmente soddisfatto dalla relazione, ora dalla carta. 
Questo è il mio sentire verso “i più grandi” e i &quot;tempi passati&quot;, spero possa offrire anche a te, come è stato per me grazie alle tue parole –e di questo ti ringrazio-, un altro punto di vista ancora.
Dal canto mio, spero che mai si perda il contatto con i diversi tempi. Senza, io non troverei senso.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Roberto,<br />
io non ti conosco, tu non mi conosci. Pur non avendo tu un volto, lo immagino. E le parole lette che creano il tuo volto immaginato, mi toccano. Mi toccano, forse perché mi considero parte di quel gruppo di giovani con cui ti sei sfortunatamente incontrato –seppure non sia ancora “collega”- e sento la difficoltà (ma anche forza) dei tempi diversi, che si intensifica quando questi tempi si trovano faccia a faccia. Questa difficoltà nasce nel vedere nei più grandi quelle libertà e vastità di spazi possibili e scelte che ora un giovane psicologo sente non avere più luogo. Vi sono tappe già disposte che bisogna percorrere per arrivare. Dove, lo si scopre camminando. Ma ci si sente costretti in un labirinto, parte del percorso è vissuto come prestabilito, ci si può perdere, si può provare vergogna (la vergogna nasce dal fatto che i pezzi di carta collezionati poco valgono rispetto all’esperienza). Nelle parole che provengono dai tempi passati immagino una forza e una volontà, un fermento e una comunicazione, che ora possono mancare. Immagino la sensazione di poter scegliere tra infiniti percorsi possibili e tra infiniti modi di percorrerli, la percezione di stare su un percorso che solo dal viaggiatore è scelto e, allo stesso tempo, che è costruito insieme ad altre persone. La possibilità di costruire i propri sogni, assieme, senza muri. Ora, non dico non sia così. Ma il viaggiatore è costretto a fare sosta e conquistare certe vette, per lui superflue o inutili, per camminare verso i suoi sogni. Sogni che possono acquistare, a volte, forme sempre più vaghe e lontane. Le vette obbligate raramente ospitano pazienti o esperienze nude e crude, rapporti completi e veri in cui esprimere e scoprire gli altri e se stessi; in esse albergano parole, concetti, idee di altri, da assorbire come autorità incontestabili. Ci si rapporta per lo più con fogli, in solitudine, non con persone. Si scende con un pezzo di carta. Ecco cos’è quel sentimento che io, e forse quel gruppo di giovani, ci portiamo dentro. La nostalgia e l’invidia per un tempo mai vissuto, in cui poter leggere in ogni tappa anche il proprio nome, e non solo quello del professore di turno, nascosto oltre una cattedra. Si fatica a veder riconosciuto il segno delle proprie impronte, lasciate su terreni da sé scelti, senza pressioni o mura a celarne il senso. Quando ci si trova di fronte a questo tempo passato, si sentono ancora più stretti i limiti di ora, limiti che non provengono da sé, ma da un sistema in cui si è immersi. Forse, superata questa invidia nostalgica che può far attaccare ora ai pezzi di carta conquistati e collezionati per sentirsi più saldi, rimane nel profondo il desiderio di sentire e condividere ciò che si vive come qualcosa di creativo e speciale, come qualcosa che nasce dall’incontro con l’altro ma che proviene anche da sè, un qualcosa che necessita di una condivisione e di un riconoscimento. Riconoscimento un tempo -così sembra- più facilmente soddisfatto dalla relazione, ora dalla carta.<br />
Questo è il mio sentire verso “i più grandi” e i &#8220;tempi passati&#8221;, spero possa offrire anche a te, come è stato per me grazie alle tue parole –e di questo ti ringrazio-, un altro punto di vista ancora.<br />
Dal canto mio, spero che mai si perda il contatto con i diversi tempi. Senza, io non troverei senso.</p>
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