Vi ringrazio, innanzi tutto, per i rimandi che sto ricevendo.
Ieri sera quando ho finito di scrivervi erano le 20.00, quasi, e me ne sono andata a casa. Mi sono portata dietro una strana sensazione, ovvero, si era smosso qualcosa dentro di me. Ho capito, quasi subito, che, in effetti, il raccontarvi, non tanto la mia vita, quanto il “non riconoscimento” nell’elenco degli psicoterapeuti da parte dell’Ordine mi sta ancora suscitando un certo dolore. E’ pur vero che, quando si “sfruguglia” dentro ad una ferita, non si può non sentire dolore.
A parte l’avere avuto questa consapevolezza mi sono accorta che non avevo finito la mia storia e soprattutto, forse, non ho raccontato a voi alcuni passi nel mio percorso formativo e professionale.
Lo faccio ora, sperando di non essere eccessivamente lunga e noiosa. Lo dico perchè, seguendo gli scambi nella mailinglist, vedo con interese che vi fornite informazioni importanti a livello lavorativo e i vostri scambi sono a tutt’altro livello.
Comunque è mio desiderio completare il mio aprirmi a voi.
L’attuale attività lavorativa è arricchita da dieci anni dal mio impegno all’interno del Carcere di Marassi, Centro Clinico, Malati di Aids, dove svolgo due tipi di attività: una nell’area creativa (disegno magliette, stoffe, ecc), l’altra terapeutica (gruppo terapeutico).
Mi danno entrambe non solo molta soddisfazione ma anche mi arricchiscono e rinnovano nel mio modo di essere psicologa. Purtroppo non è stato possibile con i carcerati utilizzare la DMT Gestalt in quanto, essendo grandi e uomini, si sentivano die hanno rifiutato la metodologia. Due mie allieve, invece, una sempre a Marassi, l’altra a Pontedecimo e Chiavari hanno introdotto la DMT all’intero del carcere, ma in situazioni diverse dalla mia.
Quello che volevo aggiungere e che penso possa servire a chi è all’inizio sono i passi nel percorso formativo e lavorativo.
Tornando a quando sono diventata Consulente Familiare e prima di costituitre l’AAIF, i miei maestri di allora mi hanno scelta come C.F. per la zona del Chiavarese. Ero talmente sorpresa che quando mi hanno chiesto cosa provavo ho chiesto io a loro “ma, forse, non avevate nessuno disposto ad andare a Chiavari?”. Naturalmente anche questo è stato materiale di elaborazione psicoterapeutica!!!
Fino dagli inizi ho usufruito subito della supervisione, non avrei potuto fare altrimenti.
Il primo colloquio che, sempre i miei maestri mi hanno affidato, è stata una coppia. Secondo me è stato un vero disastro!!! Non sapevo proprio come contenerli, erano scatenati; ad un certo punto sono uscita dalla stanza e ho chiesto alla mia collega di prendersene uno!!! (sic!!!)
E’ stata una esperienza rinforzativa, in quanto, in supervisione ho compreso cosa poteva essere accaduto e ho provveduto a correggere il tiro.
All’epoca dei famosi Decreti Delegati, quando ero più fuori che dentro la famiglia, mi sono interessata ai tossicodipendenti, agli handicappati e molto alla scuola. Per i tossicodpendenti ho sentito la necessità di formarmi attraverso il “primo” corso per operatori per tossicodipendenti. All’epoca la mia timidezza non mi consentiva di fare il minimo intervento all’interno di un gruppo e, quando il corso è finito e tutti dovevamo esprimerci, l’unica cosa che sono riuscita a dire è stato “avrei voluto parlare ma non ci sono riuscita!!!!” La risposta del conduttore è arrivata come un balsamo a me che stavo sudando sette camicie!!! Era molto empatico, non pietoso, empatico.
All’inizio del mio lavoro credevo di “dover” accogliere tutti in maniera indiscriminata. Piano piano e con dolore, attraverso la supervisione, ho cominciato a definire di più i miei confini e a fare dei distinguo fino a riuscire a dire di no alla richiesta di aiuto, nel momento in cui non mi sentivo di darlo.
Pazienti, allievi, ultimamente, carcerati mi hanno insegnato molto e spero di avere ancora orecchie aperte per riuscire a cogliere questi aiuti spontanei.
Una cosa mi manca ed è l’esperienza nel pubblico, nel rapporto con le istituzioni che, secondo me, è molto ricca e quasi indispensabile nel nostro percorso professionale.
Sono entrata nelle USL, nelle Scuole, nei Centri Diurni e ora nelle carceri, ma non ci ho mai vissuto quotidianamente che è tutt’altra cosa, almeno, secondo me.
I miei maestri che inizialmente erano di orientamento rogersiano sono stati quelli della Psicoterapia della Gestalt. Ho approfondito, anche, la conoscenza dell’Analisi Transazionale, della Bioenergetica.
Se devo ricordare i supervisori sono stati anch’essi di questi orientamenti e l’ultimo supervisore che ho avuto è stata Teddy Grossmann, una psicoterapeuta bioenergetica e direi anche gestaltica. Credo, tuttavia, di non aver concluso i miei bisogni di supervisione, attualmente, infatti, con i colleghi del carcere vado in supervisione da Adriana Antolini da otto anni.
L’ultima metodologia da me esplorata e nella quale mi sono formata, come vi ho già detto, è la Danzamovimentoterapia della quale mi sono innamorata e ne sono diventata anche supervisore.
Quello che spero di aver passato ai miei pazienti per un verso e ai miei allievi per l’altro e non voglio dimenticare i detenuti sono stati il senso di appartenenza, la trasparenza nei rapporti, la dignità, l’eleganza, la lealtà verso i colleghi, l’apertura alla conoscenza, all’altro, al mondo, non ultima, come vi ho già detto, l’umiltà nobile.
Ripeto, ringrazio tutti coloro che piano piano mi stanno inviando il loro feebdack sia in lista sia privatamente e spero, di non essere stata troppo lunga e pesante anche questa volta.
Vi auguro percorsi formativi e lavorativi interessanti, non privi di difficoltà e ricchi di cibo nutriente.