“Così l’imperatore marciò alla testa del corteo, sotto il grande baldacchino, e la gente per la strada e alle finestre non faceva che dire: “Dio mio, quanto sono belli gli abiti nuovi dell’imperatore! Gli stanno proprio bene!”
Nessuno voleva confessare di non vedere niente, per paura di passare per uno stupido, o un incompetente. Tra i tanti abiti dell’imperatore, nessuno aveva riscosso tanto successo.
“Ma l’imperatore non ha nulla addosso!”, disse a un certo punto un bambino. “Santo cielo!”, disse il padre, “Questa è la voce dell’innocenza!”.
Così tutti si misero a sussurrare quello che aveva detto il bambino.
“Non ha nulla indosso! C’è un bambino che dice che non ha nulla indosso!”
“Non ha proprio nulla indosso!”, si misero tutti a urlare alla fine.
E l’imperatore rabbrividì, perché sapeva che avevano ragione; ma intanto pensava: “Ormai devo condurre questa parata fino alla fine!”, e così si drizzò ancora più fiero, mentre i ciambellani lo seguivano reggendo una coda che non c’era per niente.” Hans Christian Andersen
Faccio appello al Latino non per nostalgia, ma per segnalare, per prima cosa, un libriccino che ha suscitato, per i suoi intenti, contenuti e modi, il mio interesse. Il titolo è “Inter-nos: sul come si trattano gli psicologi”, a cura di Fabrizio Rizzi, Editrice Clinamen.
Il libro nasce dagli spunti ricavati dai vari autori (Dino Angelini, Nicola Artico, Deliana Bertani, Guido Bezzato, Gianna Nicaso, Alice Rugiero) nell’esperienza quotidiana, non come terapeuti, ma come “colleghi fra colleghi”. Invito a leggerlo per il taglio, unico nel suo genere, coraggioso, semplicemente onesto.
Ogni volta che sento colleghi esprimersi in modo diretto e senza infingimenti “di parte” ricordo con piacere il senso di libertà che si prova nel rileggere nella fiaba di Andersen il passaggio della voce del bambino che si leva in mezzo al coro degli adulti ossequiosi.
E vorrei aggiungere a quanto contenuto nel libro alcune considerazioni sul tema specifico della formazione che mi sembra racchiuda molti degli aspetti affrontati in Inter nos.
Nel lavoro di formazione dei tirocinanti che frequentano il nostro studio abbiamo avuto modo di constatare come essi arrivino a un’esperienza che dovrebbe preparare alla professione non solo senza la minima idea teorica di quali siano le componenti base del lavoro psicologico praticato, ma con la convinzione di non poter neanche accedere alla pratica psicologica senza il previo passaggio attraverso una scuola di specializzazione in psicoterapia.
Questo ha a che vedere col modo in cui buona parte dei docenti tratta gli studenti: non come persone da preparare alla professione, ma come persone da avviare a ulteriore studio.
Premesso che nella professione di psicologo e in quella di psicoterapeuta non si finisce mai di imparare e di studiare, un minimo di resipiscenza per la tranquillità con cui viene dato per certo che il laureato in Psicologia non potrà iniziare a lavorare dopo la laurea sarebbe auspicabile.
Invece si insiste su questa china, che è al contempo deresponsabilizzante per l’università (immaginiamo cosa accadrebbe se a un laureato in Ingegneria venisse detto che, sì, va beh, è laureato, ma non potrà andare a fare l’ingegnere fino a quando… ecc. ecc.) e mistificante di quali siano in effetti gli strumenti di base fondamentali per il lavoro psicologico.
Ci chiediamo perché su questi strumenti di base non si facciano corsi e laboratori, limitandosi piuttosto a un vago parlar, qua e là, di empatia e capacità di ascolto.
Gli studenti imparano delle teorie astratte rispetto a un’entità, l’incontro con l’altro che chiede aiuto, che sembra comparire dal nulla e rimanere sospesa nel nulla per tutta la durata del corso di laurea e oltre.
Un lavoro esperienziale profondo su come si allestisce un set adeguato e come si mantiene un setting, una formazione su come si esercita un ascolto disponibile e non giudicante o su come si sviluppa l’empatia richiederebbe l’allestimento di un set adeguato, il rispetto di un setting, formatori capaci di ascolto disponibile e non giudicante come pure di empatia (queste sono cose che si imparano solo vedendole fare e ricevendole!).
Perché l’università rimanda tutto questo ad altra struttura, pubblica o privata, e non crea, all’interno della tipica struttura accademica, spazi esperienziali dedicati allo sviluppo di queste specifiche componenti/strumenti di base del lavoro psicologico? Sottolineo: di base, non di tecnica specialistica.
Rinunciare a dare questa formazione di base significa laureare una massa di persone in gran parte prive dei requisiti relazionali minimi per esercitare una professione d’aiuto. Persone che in parte cercheranno di supplire alla loro carenza attraverso ulteriori studi (che non sempre cureranno questo aspetto) e che trascineranno queste mancanze al di sotto di tecniche e teorie.
Non è un bell’esempio di Inter nos e specialmente di trattamento riservato dai vecchi ai giovani psicologi.
E che completa il malo modo con cui si tiene in conto la formazione altrui, la poca curiosità per quello che i colleghi sanno fare di diverso da noi, una gran voglia di “controllarlo” come se se ne avesse l’autorità morale e scientifica (ma data da chi ed escludente ciò che non si conosce in base a quali parametri condivisi, visto che ogni tipo di approccio ha una quota più o meno grande di autoreferenzialità?), un’inveterata tendenza a cercare “protezione” non nella socializzazione dei saperi e delle prassi, valido strumento di verifica diffusa, ma nel mantenimento di strutture separate automantenentesi, nel convincimento che saperi e prassi risiedano in un “luogo” e non piuttosto vivano, rivivano e si rinnovino nel “luogo” umano che li raccoglie e continua a sperimentarli.
Se la ricerca in psicoterapia è arrivata a definire l’esistenza di certe “regolarità” che attraversano i vari approcci nelle terapie andate a buon fine, significa che trarremmo molto più vantaggio scientifico e formativo dal “mettere in comune” che dal “tenere distinto”: avremmo maggiori indicazioni su ciò che si rivela maggiormente efficace e spinta per arricchirlo ulteriormente, magari anche per rendere meno “interminabili” certe terapie.
Insomma, trattarci meglio Inter nos potrebbe rendere migliore anche il nostro modo di lavorare e la sua efficacia più di quanto non faccia il rimanere nel proprio hortus conclusus.
A mio parere dunque sono due le carenze formative più vistose: la prima è l’assenza di esperienza pratica nel corso di laurea in Psicologia (qualunque tipo di pratica, non necessariamente clinica); la seconda è la difficoltà degli psicoterapeuti esperti (non solo i laureati in psicologia) a dar vita a momenti di formazione condivisa, intervisione e quant’altro sia utile per la diffusione, il confronto e la ricerca sulle pratiche psicoterapeutiche (non parlo ovviamente dei convegni, incontri ufficiali ecc., parlo di esperienze costanti e durature).
Non mi risulta, in quanto medico, che esistano facoltà di Medicina in cui i docenti non siano clinici o comunque esperti di qualche “prassi”. Mi sorge quindi spontanea la domanda: perché gli studenti in psicologia hanno molti docenti privi di pratica clinica o comunque soltanto cultori “teorici” della materia?
E’ questa mancanza di “docenti di pratica”, di “allenatori alla prassi” che rende Psicologia una facoltà che non prepara alla professione, neanche di psicologo di base, come, va sempre ricordato, è nel suo mandato?
Quest’assenza di clinici, di psicologi “pratici” dipende essenzialmente dal fatto che originariamente Psicologia nacque come dipendenza di altre discipline umanistiche, come Filosofia, e che, in seguito, l’università non ebbe l’accortezza di creare un vero collegamento con i professionisti, un vero scambio alla pari col mondo della Psicologia praticata davvero.
La conseguenza è duplice: da un lato, l’assenza di preparazione di base degli studenti, dall’altro, la delega al privato a dar vita alle scuole di specializzazione private con oneri economici e organizzativi rilevanti ed esiti formativi non sempre buoni. Su questo varrebbe la pena ascoltare di più i giovani che ne escono e non dar sempre per scontato un loro atteggiamento dipendenziale, usando strumenti interpretativi a difesa delle proprie tesi invece di farsi qualche domanda sulla propria efficacia formativa.
Pochi professionisti inseriti nei corsi di laurea vuol dire pure poche scuole di specializzazione universitarie: non solo l’università non si fa carico di avviarne in numero sufficiente (e a costi contenuti), ma addirittura nelle scuole di specializzazione private si assiste al flusso opposto, cioè docenti universitari che vi si riversano per tenervi ennesime lezioni teoriche, magari molto interessanti (ma quanti bellissimi testi inerenti lo sono!) ma non professionalizzanti.
Scelta che le scuole private hanno fatto “per forza” per ottenere, adottandone il modello, il riconoscimento dall’università, a spese però della formazione degli specializzandi! Quindi un riconoscimento “formale” della loro “scientificità”, in luogo del riconoscimento “sostanziale” e del sostegno formativo di base che i professionisti potrebbero garantirsi/garantire confrontandosi direttamente coi saperi teorici dei docenti universitari e offrendo in cambio esperienze pratiche.
La presenza di professionisti di formazioni diverse, con un’offerta di esperienze diverse, sarebbe anche un’occasione per permettere agli studenti non solo di allenarsi nei fondamenti del rapporto psicologo/paziente, che sono (o dovrebbero essere) trasversali agli approcci, ma anche di accostarsi più da vicino, sperimentare e sentire quale approccio (terapeutico o no) potrebbe in futuro essere quello più affine ai loro bisogni personali e formativi, ai loro interessi.
Sulla seconda carenza formativa, quella degli adulti, mi interrogo ormai da tempo e la risposta che mi do (sempre speranzosa che qualcuno me ne dia una migliore) è paradossalmente una domanda: se l’approccio che abbiamo imparato e che adottiamo coi pazienti è efficace, come mai abbiamo così difficoltà a superare la “dipendenza da chi ne sa più di noi” in senso verticale (istituzionale) per passare a un, più democratico, “chi ne sa più di noi” in senso orizzontale (gruppale fra pari)?
Perché, in sostanza, gli psicoterapeuti esperti mostrano così tanta difficoltà a dar vita a gruppi di lavoro transapprocci fra pari, assumendosi in prima persona la responsabilità di quanto hanno imparato e di svilupparlo nel confronto col sapere e saper fare altrui?
Perché, se noi stessi siamo stati “curati” dal modo di curare che abbiamo imparato, abbiamo tanta paura della contaminazione? Perché siamo così gelosi dei nostri saperi? Perché facciamo tanta fatica a esplorare? Perché abbiamo bisogno di essere controllati e controllare invece di operare a favore di un autocontrollo dato dalla condivisione?
Perché dunque abbiamo bisogno di praticare e mantenere in vita un’organizzazione della conoscenza “per compartimenti” così antitetica con la vita e il funzionamento umano? Se incontriamo un paziente con funzioni che non comunicano fra loro, siamo pronti a riconoscerlo e a operare in direzione della maggior integrazione possibile, perché non abbiamo la stessa cura con la psicoterapia pur riconoscendo che le sue varie forme si occupano sempre di esseri umani se pur da prospettive diverse?
Il libro Inter-nos non da risposte a questi interrogativi, ma è una piccola voce, un piccolo coro di voci che ha il coraggio di farsi domande su vaste aree di silenzio da troppo tempo mantenute, appunto, “fra di noi”.
Ed è soprattutto una testimonianza per tutti noi, ci chiede che cosa ne vogliamo fare del nostro “non detto”. E’ un piccolo libro coraggioso, uno sguardo non offuscato su qualcosa di cui tutti noi dovremmo cominciare ad occuparci con grande cura per amore della nostra professione, dei nostri pazienti o clienti e di noi stessi.