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L’analisi bioenergetica e Al Lowen

Wednesday, January 6th, 2010


L’analisi bioenergetica nasce negli Stati Uniti negli anni ’50 grazie a Alexander Lowen. Le sue origini, sempre molto sottolineate dalla gratitudine che Lowen provava per Reich, sono appunto, quelle reichiane. Lowen riprende l’idea di Reich dell’importanza centrale della respirazione come regolazione, implicita e non consapevole, delle emozioni, riprende l’idea dell’organizzazione caratteriale delle difese, e il concetto basilare dell’identità funzionale mente-corpo. Un concetto quanto mai attuale e confermato, oggi, dalle neuroscienze. L’identità funzionale mente-corpo è alla base di tutta la clinica della psicoterapia corporea e afferma che ciò che avviene a livello psichico ha un corrispettivo corporeo a livello fisico. Un corrispettivo corporeo che serve a mantenere “stabile” il contenuto psichico. Per questa ragione non è sufficiente lavorare solo sul contenuto psichico: il cambiamento deve corrispondere anche ad una modifica delle difese corporee altrimenti non può cambiare la qualità della vita.

Rischiamo cioè di “essere consapevoli” solo intellettualmente dei nostri problemi ma non liberi di vivere pienamente la propria vita. L’attenzione alla qualità della vita, alla necessità di “essere pienamente vivi” diventa poi il tema centrale di Lowen e disegna tutto il suo percorso professionale. “Tutte le tensioni sono letteralmente un aggrapparsi alla vita. Non importa quali siano i muscoli interessati in questo processo – dice Lowen – ogni tensione è parte di un modello totale, che costituisce la struttura caratteriale e che si propone di assicurare la sopravvivenza dell’individuo”.

Le difese sono, quindi, la nostra “soluzione migliore” alle difficoltà che abbiamo incontrato, temiamo di abbandonare le nostre difese e non possiamo farlo solo attraverso la consapevolezza intellettuale. Abbiamo bisogno di avere un “esperienza” diversa di noi stessi e delle relazioni, per poterci permettere il cambiamento. “Ogni tensione cronica nel corpo è una paura della vita, una paura di lasciarsi andare, una paura di essere” (Lowen in “Paura di vivere”). Per questa ragione non possiamo trattare il lavoro corporeo come una semplice tecnica che ripristina l’equilibrio perduto, che “ripara” meccanicamente la ferita subita. Dobbiamo tenere conto, tenere in primo piano, le nostre emozioni e rispettare il fatto che qualsiasi cambiamento avviene entro ilimiti tollerabili sul piano corporeo e sul piano emotivo. Limiti che sono, in parte autoregolati e in parte regolati interattivamente. Noi funzioniamo infatti come un sistema che cerca di mantenere un equilibrio, attraversando fasi di disordine o confusione. I processi di ristabilimento dell’equilibrio vengono definiti in modo autoregolatorio ma anche in modo interattivo perché un ambiente empatico ci permette di rischiare di più e di “sciogliere” e “lasciar andare” blocchi e tensioni.

Sentire, o riportare a sentire, può essere un processo doloroso, può far emergere paure dimenticate ed emozioni rimosse. Non possiamo dimenticare che il corpo è la nostra stessa vita, noi stessi, non la nostra parte “meccanica”. Ci siamo resi insensibili nel corpo per non sentire dolore. Il carattere, dice Lowen, è il modo con cui organizziamo le nostre difese allo scopo di proteggerci dal ripetersi delle ferite che abbiamo già ricevuto.

Il paradosso sta nel fatto che in questo modo siamo noi stessi a creare delle risposte che producono il ripetersi delle stesse ferite. Per esempio, se ci ritiriamo per proteggerci dal rifiuto che abbiamo subito è molto probabile che avremo una modalità “ritirata” di relazionarci e, in questo modo, correremo il rischio di ripetere situazioni nelle quali veniamo rifiutati.

Le nostre difese sono come dei gusci che costruiamo per proteggerci e che rischiano di soffocarci. Il cambiamento avviene quando il guscio si rompe. E’ questa rottura che permette l’apertura costituita da una nuova intuizione su di noi. Solo l’accettazione di chi siamo e di ciò che c’è stato nel nostro passato permette al guscio di rompersi o di sciogliersi. Se lottiamo contro il nostro passato lottiamo per essere diversi da chi siamo, non facciamo altro che dare nuova energia ai nostri blocchi e alle nostre difese.

Arrendersi al corpo significa sentire, pienamente, anche il dolore della ferita. In questo modo i traumi possono guarire, lasciando forse qualche cicatrice ma non di più. La salute emotiva, dice Lowen, può essere raggiunta solo attraverso una consapevolezza e una accettazione di sé. Lottare per cambiare ha come conseguenza il rimanere coinvolti più profondamente nel destino che si cerca di evitare. Come mai, si domanda Lowen, se ci tagliamo, il corpo si rimargina spontaneamente e se riceviamo una ferita emotiva spesso i segni rimangono molto a lungo? Se ci tagliamo abbiamo fiducia che il corpo saprà riparare la ferita. Se riceviamo una ferita emotiva spesso ci preoccupiamo più dell’evitare che ferite simili possano ripetersi che del processo di guarigione.

Questa mancanza di fiducia è espressione della nostra paura di vivere e, volendo proteggerci, ci fa ammalare. Ammalare di paura. La paura diventa poi un tratto corporeo stabile. Struttura un ritiro fisico e relazionale. Ci fa temere il peggio: anziché guardare con curiosità e apertura verso il nuovo che può arrivare, ci teniamo in disparte, bloccati. Questo “tenersi” è una forma di controllo delle sensazioni, di cui perdiamo la consapevolezza, e impedisce alle nostre sensazioni di trasformarsi in risposte e movimenti. Sebbene il tenersi sia inconscio, i muscoli volontari che usiamo sono sotto il controllo dell’Io e del Super-Io. Non “ci lasciamo essere”: il processo terapeutico ha lo scopo di lasciar andare queste azioni inibitrici. Con la terapia il paziente impara a sciogliere il fare che blocca il flusso. Non è un modo per imparare come essere ma come non fare. Il compito della terapia, allora, è di aiutare una persona a mettersi in contatto con le sue sensazioni, accettarle e, alle condizioni opportune, permettere loro di portarle all’azione. Rinunciando a “tenersi” otteniamo la padronanza di noi stessi, una padronanza che può prendere il posto del controllo dei nostri impulsi.

Per arrivare a contattare la radice delle nostre difese e scioglierle in modo rispettoso dei processi di autoregolazione e regolazione interattiva, il lavoro corporeo è fondamentale. La radice delle nostre difese è una tensione, che Lowen chiama “paura di vivere”. Non è una paura che si associa a contenuti specifici della nostra storia ma è l”implicito” delle nostre giornate. E’ una qualità di paura che tiene il corpo contratto, ritirato nel blocco muscolare, “nel fare per non essere”, che non ci permette di protenderci agli altri.

Il cambiamento, per essere davvero terapeutico, deve essere un processo il più possibile simile alla crescita. Qui Lowen avanza una distinzione, molto significativa dal punto di vista clinico, tra “flusso” e “spinta” che associa alla distinzione tra “essere” e “fare”. Il “fare” non implica né determina sensazioni, anzi può inibirle o bloccarle, mentre l’essere si identifica con le sensazioni. L’analisi bioenergetica cerca un fare che includa le sensazioni, che sia un fluire auto-espressivo che derivi dal proprio mondo interno. Il cambiamento terapeutico, per assomigliare alla crescita, deve essere espressione di un flusso e non il risultato di una spinta, di una ristrutturazione cognitiva o di una manipolazione corporea che la persona subisce ma non condivide.

Le azioni di una persona sana – prosegue Lowen – mostrano un sottile equilibrio tra l’essere e il fare, la sensazione e il pensiero, la spontaneità e la risposta deliberata. La piena armonia tra l’Io e il corpo, tra l’Io e l’Es portano ad un movimento che è spontaneo e con padronanza di sé insieme.

Rinunciando a “tenersi” la forza del nostro Io aumenta e le sensazioni represse vengono integrate nella nostra personalità.

Nicoletta Cinotti

Documentazione per Convegno su SLA

Sunday, February 8th, 2009

Nello spirito che anima il Sito e il Gruppo Telematico Psicologiainliguria, Chiara Giudici offre il testo della relazione che ha presentato in occasione del convegno di cui ci aveva scritto.

In allegato trovate il file pdf da consultare o scaricare.

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