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Note a margine del Convegno sulle “Tecniche corporee in terapia istituzionale” della Scuola di psicoterapia istituzionale

Saturday, April 3rd, 2010

di Maura Rossi

Alcune considerazioni fatte in apertura di convegno da Giandomenico Montinari mi hanno suscitato collegamenti alle terapie corporee.

Mi riferisco sia alle terapie corporee dei fondatori, quali Reich e Lowen (basate sull’identità funzionale mente/corpo), sia ad approcci provenienti da altre culture, come l’agopuntura, sia a forme relativamente recenti come l’osteopatia, per il loro comune fondarsi sulla possibilità di riattivare nel corpo, “riavviando un processo che si era interrotto”, risorse ed energie che erano rimaste segregate, come nelle contratture muscolari croniche, segno di reazione difensiva al dolore, che col tempo mantengono vivo il circuito della sofferenza.

Mi riferisco a questi approcci anche per quanto riguarda un altro aspetto che li accumuna nella visione del corpo, il riconoscimento del suo essere, in quanto vivo, continuamente percorso da piccole, come nell’attività cellulare, e grandi, come nel respiro o nel battito cardiaco, pulsazioni.

La vita è percorsa da ritmi, come diceva il musicoterapeuta Gaggero, in fine giornata, ed è importante sapere “con quale ritmo il paziente arriva da noi”.

La rilevanza data da Montinari all’alternanza fra la dimensione materna e quella paterna nell’esperienza del paziente in Comunità, funzionale a una maggior definizione del confine fra mondo interno e mondo esterno, a una sua chiarificazione sempre più fine, mi ha fatto pensare dapprima proprio al movimento pulsatorio.

Ad esempio, la veglia che si alterna al sonno è una pulsazione, fra interno ed esterno, come pure l’alternanza fra momenti di condivisione e momenti di ritiro individuale.

Un’altra connessione mi viene con l’immagine fornita da Montinari (e mi scuso per l’estrapolazione) della psiche dello psicotico, come risultato di un’esplosione che ha lasciato sul terreno pezzi di normalità e lacune che vengono colmate in modo non coerente o discontinuo.

La connessione è con un’immagine del corpo sottolineata dall’osteopatia: la rete tridimensionale del connettivo che arriva dappertutto, anche tra le cellule.

Non a caso le contratture muscolari croniche comportano un incremento del connettivo, che conserva ciononostante una sua plasticità.

Il connettivo non è soltanto il tessuto di sostegno per eccellenza, è anche una grande rete capace di mantenere “collegato” tutto il corpo.

L’osteopatia, ma anche altre tecniche di lavoro col corpo (per esempio il massaggio Points and positions praticato da Will Davis) sfruttano la sua plasticità e la strutturazione in rete.

Il principio è che, da qualunque punto noi stimoliamo il corpo, questo stimolo, se applicato in modo opportuno, può raggiungere la parte sofferente e contratta difensivamente.

Il corpo funziona quindi come un sistema totalmente comunicante con parti disfunzionalmente comunicanti da far tornare gradualmente a comunicare col tutto.

Mi piace associare l’idea di Montinari sulla psicosi come esplosione frammentante della psiche all’idea che nelle contratture consolidate del corpo sopravvivano, come isolati, pezzi di vita somatopsichica che possono essere gradualmente contattati e ricollegati al tutto in modo armonico.

Toccando il paziente non ci limitiamo soltanto a stimolare, attiviamo anche l’apprendimento implicito, procedurale: nelle nostre più antiche relazioni abbiamo appreso, attraverso le nostre reazioni muscolari e neurovegetative, qualcosa che oggi può essere ricontattato e cambiato.

Toccando il paziente tocchiamo non solo ciò che lui è e ciò che lui è stato, ma anche la relazione preverbale che lo ha portato a strutturare le difese che tutt’oggi utilizza per proteggersi e possiamo fargli sperimentare anche una per lui inedita relazione preverbale, utile a colmare proprio le lacune fra frammenti di cui parlava Montinari.

Il punto cruciale è capire se, quando (ad esempio, in quale momento della sua pulsazione) e come (quali parti stimolare e quali no, con quale intensità del tocco ecc) toccare il corpo della persona.

Altri due aspetti sperimentati da Montinari nell’applicazione di tecniche corporee richiamano due capisaldi degli approcci corporei: la sensazione di “contatto puro” e “l’intenzione” di curare col tocco.

Credo che entrambi esprimano la qualità del contatto attraverso il corpo, con una profondità pregenitale, neonatale e un tenero accudimento.

Gli approcci corporei si articolano in un lavoro continuo di alternanza paterno/materno, interno/ esterno, ecc

In particolare, a differenza delle maggior parte delle terapie verbali, in esse la componente di cura del benessere è basilare.

Non a caso, accanto alla metodologia terapeutica in senso stretto, hanno sviluppato percorsi di “esercizio” (le Classi di esercizi di Lowen, ad esempio) che, lungi dall’essere delle attività ginniche soltanto per tenere il corpo in forma, favoriscono lo sviluppo della consapevolezza del corpo, riconoscendolo nelle sue espressioni vitali, lievi o intense che siano; e come dimenticare il Butterfly massage di Eva Reich, dedicato amorevolmente alle donne gravide e ai loro bambini, ma anche tanto utile nell’adulto.

Questo è un punto di contatto importante con lo spirito espresso da Elena Giordano rispetto alla psicomotricità: non perseguire una “buona esecuzione del gesto”, ma vedere nel gesto “una possibilità” di espressione, nei tempi e nei modi possibili per quella persona nel suo particolare momento di vita.

Mi sembra così importante e confortante la conclusione, con decine di anni di lavoro (l’esperienza svizzera della Fondation de Nantes ha avuto orgine nel 1940, quella di Montinari coi Pacs dura da oltre 10 anni), che le terapie fisiche hanno abbattuto significativamente l’uso degli psicofarmaci anche nell’emergenza psichiatrica, tanto che i pazienti, anche i più gravi, le richiedono e le gradiscono e che vengono essi stessi coinvolti nel dare il contatto ad altri pazienti.

Anche se “estremo”, come nelle drammatiche esperienze descritte da Maurizio Marcenaro, il corpo offre un canale di comunicazione quando ogni altra via è preclusa, anche quando è innavvicinabile per la sofferenza che lo paralizza: ci parla con le sue posture, le sue contorsioni, le deformità espressive del viso, che, se il contatto e “sufficientemente buono”, si allentano svelando possibilità inaspettate.

Questo è l’insieme di suggestioni e collegamenti conseguenti che ho raccolto al Convegno.

C’è una grande ricchezza di lavoro corporeo, in tante forme, dalle più strutturate alle più sfumate, proprio qui, nel nostro territorio e spero si riesca a creare un momento di confronto e scambio per mettere in comune questa ricchezza e alimentarla di continue osservazioni ed esperienze.

Lo stato dell’arte della psicologia in Liguria

Tuesday, January 20th, 2009

Il senso di isolamento è un’esperienza comune, legata al fatto che nel nostro lavoro sperimentiamo in modo profondo molti cruciali momenti di passaggio e questo rende molto forte il bisogno di incontrare persone con cui condividerne lo stato d’animo.

 

Anche se lo scopo razionale è il confronto sulle idee, quello emozionale è: tranquillizzami, con la tua presenza amorevole e attenta, che ciò che sto pensando e facendo non è “sbagliato” e che tu sei disposto a pensarlo con me e ad aiutarmi ad arricchirlo senza demolirlo.

 

Sappiamo quanto la scienza “ufficiale” sappia troppo spesso negare, nei modi e nei contenuti, questo bisogno e soffochi in giochi di potere e prestigio molti buoni tentativi di farla progredire verso una teoria e una pratica più vicine all’uomo.

 

Seguendo la nostra spinta, abbiamo, negli anni, incontrato, in tante occasioni, molti colleghi, di orientamenti, esperienze ed età diversi, e abbiamo visto che nel nostro territorio esistevano diversi luoghi in cui la coesistenza fra legami affettivi e interessi culturali aveva prodotto esperienze ricche, ma un po’ nascoste, potremmo forse meglio dire: protette.

 

Ci piacerebbe che questo progetto, mantenendo e valorizzando quello spirito di “stare insieme amichevolmente per fare scienza”, cioè il senso di un’amorevole e attenta presenza reciproca, diventasse un luogo di scambio fra le diverse esperienze, ricostruendo e delineando insieme lo stato dell’arte della Psicologia in Liguria.

 

Benvenuti sono quindi i contributi, mai o già pubblicati e discussi, progetti ed esperienze passati o attuali, “sogni nel cassetto” che hanno bisogno di trovare ossigeno in uno scambio alla pari.

Questo è il primo, fondamentale livello e scopo di questo progetto: la scoperta della Psicologia in azione in Liguria.

 

Il contributo di tutti potrebbe aiutare a rispondere, ad un secondo livello, ad alcune domande.

 

Qual è la vocazione della Psicologia in Liguria?

 

Verso quali campi si orienta?

 

In quali modi e con quali strumenti li affronta?

 

Quanto sa comunicare su ciò che fa e come lo fa?

 

Qual è il peso della ricerca, in senso stretto e in senso lato, nell’ambito psicologico ligure?

 

Ciascuno di noi addetti allo studio e alla pratica della Psicologia si è trovato a vivere esperienze professionali diverse, nel corso della sua vita: c’è chi ha lavorato in ambito pubblico, chi in ambito privato o libero professionale, chi è coinvolto in attività di ricerca, chi in ambito sociale, ecc ecc.

 

Inoltre ognuno fa riferimento a uno o più modelli teorici e pratici, sia aderendovi fedelmente, sia in modo innovativo.

L’esperienza di noi tutti potrebbe essere un interessante indicatore di come teorie e pratiche nate altrove abbiano trovato una declinazione particolare sul territorio.

 

Il fatto, che sembrerebbe avere una certa diffusione, di colleghi che si sono formati in più approcci o li hanno studiati e integrati aprirebbe un’interessante riflessione su una tendenza a innovare attraverso l’integrazione.

 

L’ultima domanda cui provare insieme a rispondere potrebbe essere: che cosa pensiamo che la Psicologia potrebbe fare per un territorio come quello ligure?

Per rispondere a questa domanda dovremmo fare appello ai bisogni percepiti durante l’incontro con le persone, con i gruppi intra ed extraistituzionali con cui siamo venuti in contatto.

 

Costruire insieme un quadro così complesso sicuramente non è semplice, forse è addirittura impossibile.

Possibile, perché lo abbiamo già constatato, è dar l’avvio a uno scambio allargato che trasmetta a tutti noi la sensazione di far parte di un consesso attento e disponibile, competente, ma solidale in cui non ci sia bisogno di sgomitare o prevaricare per ricevere attenzione o esprimere un’idea interessante.

 

Personalmente sento che non c’è niente di più scientifico dello sguardo di un bambino e credo che, se noi riusciamo, aiutandoci reciprocamente, a coltivarlo e conservarlo intatto, libero dall’esser costretto a vedere “ciò che i genitori vogliono che lui veda”, pena il farlo sentire non amato, avremo fatto un buon lavoro per tutti noi e per la Psicologia.

Maura Rossi