di Maura Rossi
Alcune considerazioni fatte in apertura di convegno da Giandomenico Montinari mi hanno suscitato collegamenti alle terapie corporee.
Mi riferisco sia alle terapie corporee dei fondatori, quali Reich e Lowen (basate sull’identità funzionale mente/corpo), sia ad approcci provenienti da altre culture, come l’agopuntura, sia a forme relativamente recenti come l’osteopatia, per il loro comune fondarsi sulla possibilità di riattivare nel corpo, “riavviando un processo che si era interrotto”, risorse ed energie che erano rimaste segregate, come nelle contratture muscolari croniche, segno di reazione difensiva al dolore, che col tempo mantengono vivo il circuito della sofferenza.
Mi riferisco a questi approcci anche per quanto riguarda un altro aspetto che li accumuna nella visione del corpo, il riconoscimento del suo essere, in quanto vivo, continuamente percorso da piccole, come nell’attività cellulare, e grandi, come nel respiro o nel battito cardiaco, pulsazioni.
La vita è percorsa da ritmi, come diceva il musicoterapeuta Gaggero, in fine giornata, ed è importante sapere “con quale ritmo il paziente arriva da noi”.
La rilevanza data da Montinari all’alternanza fra la dimensione materna e quella paterna nell’esperienza del paziente in Comunità, funzionale a una maggior definizione del confine fra mondo interno e mondo esterno, a una sua chiarificazione sempre più fine, mi ha fatto pensare dapprima proprio al movimento pulsatorio.
Ad esempio, la veglia che si alterna al sonno è una pulsazione, fra interno ed esterno, come pure l’alternanza fra momenti di condivisione e momenti di ritiro individuale.
Un’altra connessione mi viene con l’immagine fornita da Montinari (e mi scuso per l’estrapolazione) della psiche dello psicotico, come risultato di un’esplosione che ha lasciato sul terreno pezzi di normalità e lacune che vengono colmate in modo non coerente o discontinuo.
La connessione è con un’immagine del corpo sottolineata dall’osteopatia: la rete tridimensionale del connettivo che arriva dappertutto, anche tra le cellule.
Non a caso le contratture muscolari croniche comportano un incremento del connettivo, che conserva ciononostante una sua plasticità.
Il connettivo non è soltanto il tessuto di sostegno per eccellenza, è anche una grande rete capace di mantenere “collegato” tutto il corpo.
L’osteopatia, ma anche altre tecniche di lavoro col corpo (per esempio il massaggio Points and positions praticato da Will Davis) sfruttano la sua plasticità e la strutturazione in rete.
Il principio è che, da qualunque punto noi stimoliamo il corpo, questo stimolo, se applicato in modo opportuno, può raggiungere la parte sofferente e contratta difensivamente.
Il corpo funziona quindi come un sistema totalmente comunicante con parti disfunzionalmente comunicanti da far tornare gradualmente a comunicare col tutto.
Mi piace associare l’idea di Montinari sulla psicosi come esplosione frammentante della psiche all’idea che nelle contratture consolidate del corpo sopravvivano, come isolati, pezzi di vita somatopsichica che possono essere gradualmente contattati e ricollegati al tutto in modo armonico.
Toccando il paziente non ci limitiamo soltanto a stimolare, attiviamo anche l’apprendimento implicito, procedurale: nelle nostre più antiche relazioni abbiamo appreso, attraverso le nostre reazioni muscolari e neurovegetative, qualcosa che oggi può essere ricontattato e cambiato.
Toccando il paziente tocchiamo non solo ciò che lui è e ciò che lui è stato, ma anche la relazione preverbale che lo ha portato a strutturare le difese che tutt’oggi utilizza per proteggersi e possiamo fargli sperimentare anche una per lui inedita relazione preverbale, utile a colmare proprio le lacune fra frammenti di cui parlava Montinari.
Il punto cruciale è capire se, quando (ad esempio, in quale momento della sua pulsazione) e come (quali parti stimolare e quali no, con quale intensità del tocco ecc) toccare il corpo della persona.
Altri due aspetti sperimentati da Montinari nell’applicazione di tecniche corporee richiamano due capisaldi degli approcci corporei: la sensazione di “contatto puro” e “l’intenzione” di curare col tocco.
Credo che entrambi esprimano la qualità del contatto attraverso il corpo, con una profondità pregenitale, neonatale e un tenero accudimento.
Gli approcci corporei si articolano in un lavoro continuo di alternanza paterno/materno, interno/ esterno, ecc
In particolare, a differenza delle maggior parte delle terapie verbali, in esse la componente di cura del benessere è basilare.
Non a caso, accanto alla metodologia terapeutica in senso stretto, hanno sviluppato percorsi di “esercizio” (le Classi di esercizi di Lowen, ad esempio) che, lungi dall’essere delle attività ginniche soltanto per tenere il corpo in forma, favoriscono lo sviluppo della consapevolezza del corpo, riconoscendolo nelle sue espressioni vitali, lievi o intense che siano; e come dimenticare il Butterfly massage di Eva Reich, dedicato amorevolmente alle donne gravide e ai loro bambini, ma anche tanto utile nell’adulto.
Questo è un punto di contatto importante con lo spirito espresso da Elena Giordano rispetto alla psicomotricità: non perseguire una “buona esecuzione del gesto”, ma vedere nel gesto “una possibilità” di espressione, nei tempi e nei modi possibili per quella persona nel suo particolare momento di vita.
Mi sembra così importante e confortante la conclusione, con decine di anni di lavoro (l’esperienza svizzera della Fondation de Nantes ha avuto orgine nel 1940, quella di Montinari coi Pacs dura da oltre 10 anni), che le terapie fisiche hanno abbattuto significativamente l’uso degli psicofarmaci anche nell’emergenza psichiatrica, tanto che i pazienti, anche i più gravi, le richiedono e le gradiscono e che vengono essi stessi coinvolti nel dare il contatto ad altri pazienti.
Anche se “estremo”, come nelle drammatiche esperienze descritte da Maurizio Marcenaro, il corpo offre un canale di comunicazione quando ogni altra via è preclusa, anche quando è innavvicinabile per la sofferenza che lo paralizza: ci parla con le sue posture, le sue contorsioni, le deformità espressive del viso, che, se il contatto e “sufficientemente buono”, si allentano svelando possibilità inaspettate.
Questo è l’insieme di suggestioni e collegamenti conseguenti che ho raccolto al Convegno.
C’è una grande ricchezza di lavoro corporeo, in tante forme, dalle più strutturate alle più sfumate, proprio qui, nel nostro territorio e spero si riesca a creare un momento di confronto e scambio per mettere in comune questa ricchezza e alimentarla di continue osservazioni ed esperienze.