Sulla mia strada…
Non avevo mai conosciuto PsicoCosi prima, la mia idea di loro era quella che captavo da una certa cultura cinefila intrisa di Woody Allen, psicoanalisi e simili.
Un giorno nel mio liceo, era il lontano 1992, un caro amico mi disse che c’era un laboratorio interessante, lo avevano allestito due PsicoCosi, così spinta dalla curiosità, avvenne l’incontro con loro: Maura Rossi e Massimo Rebagliati. Del laboratorio ho molteplici ricordi, che desidero descrivere attraverso le sensazioni di allora: mi divertivo, mi appassionavo, lottavo (anche contro i mulini a vento), incontravo altri, studenti ed insegnanti, imparavo ad osservarmi nella comunicazione con gli altri. Maura e Massimo mi piacevano e apprezzavo molto la loro autenticità, erano i primi adulti che incontravo che sentivo essere realmente quello che mostravano di essere. Erano i primi adulti che mi sembravano felici, anche quando avevano a che fare con la gestione di situazioni sgradevoli. Fu allora che pensai: “forse gli psicoCosi sono felici… da grande voglio essere una psicoCosa!”. Ne nacque, nel 1995, una tesina di maturità su “Il concetto di felicità”, che metteva le basi di quella che sarebbe stata la mia ricerca nella vita, lo scritto si apriva con questa frase di Tolstoj: “Il segreto della felicità non è di fare sempre ciò che si vuole, ma di volere sempre ciò che si fa.”
Così nel Settembre del 1995 decisi che volevo fare la psicoCosa, mi iscrissi a Psicologia a Torino, dove mi stabilii, e chiesi a Maura e Massimo la disponibilità a cominciare un lavoro psicoterapico personale. Partivo da una situazione personale dove mi sentivo abbastanza felice, abbastanza realizzata, abbastanza capace, abbastanza di tutto. La scoperta del dolore e della sofferenza che erano in me è avvenuta nel tempo, attraverso il dialogo e la fatica. Sì, perché mi sono andata a scegliere un percorso faticoso, un po’ come se avessi avuto bisogno di patire per potermi sentire… felice (?), senza gli “abbastanza”. Così durante i cinque anni universitari mi sono macinata, ogni settimana, i chilometri che separavano Torino da Genova, per potermi cercare ed incontrare, nell’ambito del lavoro con me stessa, che avveniva attraverso l’incontro con quelle due persone “felici” che avevo scelto per maestri. Nel 1999 cominciò, con loro, anche la psicoterapia di gruppo, un percorso che offrì la possibilità di imparare a sentirmi insieme con l’Altro e che rese possibile, insieme ad una maggiore leggerezza, derivata dal condividere, anche un apprendimento a sentire l’Altro. L’atipicità del loro approccio, punto di incontro di prospettive differenti (dinamica, sistemica, cognitiva), si contrapponeva in modo potente a quanto sperimentavo nel contesto universitario, perchè consisteva nel partire dall’esperienza, per arrivare alla teorizzazione. Questo aspetto mi piaceva molto, perché mi permetteva di capire, “sentendomi”, ma mi costringeva a convivere con l’insicurezza, legata alla mancanza di punti di riferimento teorici. Questa prospettiva, credo, sia stata la componente più faticosa del training, ma anche una delle più importanti, perché mi ha consentito di imparare a tollerare la frustrazione che deriva dalla mancanza di comprensione razionale, di chiarezza, che nella vita è una delle esperienze portanti (nostra come dei nostri utenti) e mi ha permesso di maturare una conoscenza dal basso, a partire dalla mia persona, dalle mie esperienze, dai miei errori, che mi ha resa capace di adattarmi all’utente, modificando sulla base delle sue caratteristiche la mia modalità di approccio allo stesso. Mi sento molto grata, oggi, per la strada percorsa insieme, in questi dieci anni, che mi ha consentito di sentirmi libera, come persona e come psicoCosa! Libera di poter scegliere la mia strada e la mia formazione, libera di attendere di sentire, dentro di me, bisogni e desideri, libera di aspettare che gli stessi riuscissero ad esplicitarsi. Che sia questa un’altra delle facce della felicità?
Questa modalità d’essere e di formarsi, mi piace molto ancora oggi, perché oltre a constatare le risorse della persona, è rispettosa anche verso i suoi limiti, mi ha consentito di convivere con i miei e di poter riconoscere quelli dei miei maestri, come quelli dei miei pazienti, sentendomi ancora più vicina a loro, per questo. Certo ci vuole molto coraggio a mostrarsi agli altri, anche ai nostri utenti, così come ci sentiamo con noi stessi. Ma questo coraggio pone le basi del più grande insegnamento che possiamo dare alle persone con cui entriamo in contatto, l’accettazione di come siamo diventa la base del lavoro per poter crescere e migliorare.
Il percorso di formazione personale con Maura e Massimo si chiuse nel 2005, ma ancora oggi non mancano occasioni di incontro e di scambio. Quattro anni prima mi laureai, con una tesi su “Il sogno di morte nell’anziano. Indagine conoscitiva secondo un approccio junghiano”, in cui continuavo la mia ricerca della felicità, del senso del vivere, attraverso il confronto con uno dei limiti fondamentali: la morte.
Rientrai in Liguria, finalmente ero una psicoCosa (!), e cominciai a lavorare part-time come educatrice presso una cooperativa sociale, occupandomi di affidi di minori, ma continuando, come psicoCosa, a scrivere e proporre progetti a scuole, centri sportivi, centri per anziani. Nel 2003 partirono un progetto di assistenza psicologica agli anziani, che è in corso tutt’oggi, e l’attività libero professionale. Nel 2004 cominciai il coinvolgente lavoro di consulenza psicologica a pazienti psichiatrici, presso una comunità protetta vicino ad Acqui. In questo luogo, c’è stato l’incontro con Giovanni Montinari, psichiatra di formazione, ma psicoCoso nell’anima e con la possibilità di lavoro in équipe. Con Giovanni ho condiviso l’amore per la ricerca sul campo, per la ricerca di un contatto tra l’essere psichico e l’essere fisico, avendo modo di sperimentare le gioie e i dolori del lavoro di squadra in un contesto psichiatrico. Lavorare in una comunità psichiatrica significa provare sulla propria pelle, anche se in piccolo, il contagio psicotico, comprendendo solo con grande fatica i movimenti del gruppo di lavoro, dettati da una modalità paradossale di comunicare, che istintivamente verrebbe da interpretare in chiave personale. In questo ambiente sono maturata, ho potuto constatare e comprendere quanto la cura dell’altro sia legata alla cura che abbiamo di noi stessi; quanto la stessa sia strettamente correlata alla considerazione dei contesti in cui si muovono i curanti, così come di quelli in cui procedono i pazienti; quanto l’attendere il momento propizio, tenendo conto non solo degli aspetti intrapersonali, ma anche di quelli interpersonali, sia fondamentale per poter assecondare un movimento di crescita, sia del paziente, che del gruppo curante. Il contatto con i “matti” è stato intenso, affascinante, potente, alcune delle persone che ho seguito mi hanno permesso di “sentire” la pazzia, di poterne intuire il senso e la necessità d’essere. L’esperienza si è conclusa, dopo quattro anni, perché ho scelto di ascoltare la stanchezza legata al viaggiare e il desiderio di un lavoro nel luogo dove risiedo, così da rendere migliore la mia qualità di vita e la possibilità di costruire una famiglia.
Nel 2005 è iniziata la collaborazione con AISM, che ha aperto una finestra importante per il mio percorso, permettendomi di incontrare persone affette da sclerosi multipla e da sclerosi laterale amiotrofica. Da questo momento in avanti, la mia attenzione, sia a livello personale, che nel lavoro con le persone, ha cominciato a dirigersi sempre di più verso l’aspetto relazionale del disagio e verso la componente corporea dell’essere. Lo spazio dedicato al presente della persona e alle sue relazioni più significative è diventato primario, tanto che molti dei colloqui di sostegno agli utenti AISM si sono lentamente indirizzati ad un lavoro sulla coppia. Anche nel lavoro in studio, mi aveva colpito la pressoché costante presenza, nelle persone, di una separazione mente-corpo, che tanta responsabilità sembrava avere nella loro sofferenza. Così, dal 2007 ho cominciato a collaborare con un’osteopata-fisioterapista, con approccio cranio-sacrale, Anne D’Avanzo, combinando il suo lavoro di sblocco delle tensioni muscolari al mio lavoro di riflessione sulle reazioni emotive emergenti e sui cambiamenti a livello sia fisico, che emotivo. L’obiettivo principale che ci siamo date è stato lavorare per ri-creare un dialogo tra la mente e il corpo, cercando la strada per ritrovare una coscienza corporea, che sembrava essere stata persa.
In questi anni è nata anche la collaborazione con un gruppo di colleghi savonesi, derivata dal desiderio di incontro e confronto, dalla volontà di creare una rete, a partire dalla mancanza, che sentivo, dell’incontro tra pari, specialmente dopo aver lasciato la consulenza in comunità. Da questi incontri, di discussione su temi variabili e non definiti è poi nato, nel 2007, un gruppo di supervisione alla pari, faticoso, ma gratificante.
Oggi mi ritrovo coinvolta ed assorbita nella ricerca di strumenti per integrare sempre di più la dimensione dell’essere corpo, all’approccio verbale. Una ricerca che mi coinvolge anche a livello personale.
La mia ricerca della felicità continua e spero che non si fermerà mai, perché credo di aver cominciato ad intuire che forse la felicità sta proprio nel continuare a cercare… forse l’essere psicoCosa è essere in divenire!
Albisola, 14-02-09
Chiara Giudici