Mi è stato chiesto di raccontare la mia esperienza nel panorama psichiatrico ligure, a cavallo tra la ricerca personale e quella teorico – metodologica e organizzativa.
Premetto che, nonostante l’età (ho sessantotto anni), non mi sento ancora maturo per entrare nel novero dei dinosauri o dei pezzi da museo del nostro campo, perché non penso di avere ancora esaurito il mio cammino di ricerca, né, tanto meno, di avere raggiunto delle conclusioni in qualche modo definitive. Parlerò comunque delle mie esperienze degli anni Settanta – Ottanta nell’ambito Centro di Socioterapia “DAILY”, di Sturla prima e di Multedo poi, che hanno costituito la base del mio percorso successivo.
La mia prima formazione è avvenuta, come per quasi tutti i miei colleghi, presso la Clinica Psichiatrica dell’Università, dove, negli ultimi anni Sessanta, a contatto con i miei primi maestri (Giberti e Rossi) ho capito molte cose della Psichiatria e della Psicoterapia.
A mano a mano, però, che entravo intus et in cute nella materia, cominciavo a sentire che il lavoro clinico tradizionale, per quanto valido nel suo ambito, a me stava stretto. Cominciai dunque a guardarmi intorno: feci uno stage presso la “Psychosomatische Klinik” di Heidelberg (Prof. Brautigam, di cui tradussi anche il libro “Reaktionen, Neurosen, Psychopathien, – Ein Grundriss der kleinen Psychiatrie”1), esperienza che mi fece intravvedere delle correlazioni teorico – operative, per me allora inedite, tra Psicoanalisi, Psicologia Clinica e Psichiatria, tali da mettere in discussione diversi dei miei capisaldi e far emergere (o rinforzare) parecchi interrogativi. Poi entrai in contatto, tra l’altro, con Anne Denner, la grande arteterapeuta, e, attraverso di lei, con l’esperienza viva e concreta della Psichiatria francese di punta (il XIII Arrondissement, Ajuriaguerra, Sivadon, Racamier e altri).
Nel frattempo avevo iniziato l’analisi con Silvia Montefoschi.
Il motivo per cui sono diventato (o mi sono rivelato) junghiano può forse sembrare po’ futile, ma merita di essere raccontato. Dopo anni di attesa per accedere al primo colloquio di selezione per tentare di iniziare l’analisi didattica presso la Società di Psicoanalisi freudiana, mi arrivò la sospirata convocazione, che coincideva, ahimè… con la data fissata per il mio matrimonio. Mi si concedeva – in via eccezionale – di fare i colloqui di selezione il giorno dopo…, ipotesi che alla mia futura moglie non andava per niente a genio (e uso un eufemismo). L’altra alternativa era ripresentarmi, se avevo pazienza e fortuna, due anni dopo! Nonostante la formazione freudiana preliminare che avevo ricevuto in Clinica e il fatto che tutti i miei Maestri fossero rigorosamente freudiani, mi sembrò che qualcosa, in quel sistema, non funzionasse per il verso giusto: capivo, certo, l’importanza, per la Società di Psicoanalisi, di selezionare i futuri membri, valutandone soprattutto la capacità di resistenza (cioè la volontà di adesione “senza se e senza ma” alla struttura) e, per quanto riguardava me, di chiarire la mia motivazione e attitudine a quel tipo di attività; capivo insomma che l’attesa, in realtà, aveva carattere iniziatico ed era già parte della formazione…, ma quattro – cinque anni di attesa (tra prima e dopo), solo per poter sperare di cominciare il lavoro preliminare, sinceramente mi sembravano (e mi sembrano) troppi: insomma, non so se quella doveva o no essere una prova…; comunque non la superai. Mi procurai i nomi dei didatti dell’AIPA e un mese dopo iniziavo l’analisi con Silvia Montefoschi, esperienza questa che, pure, mi ha fatto capire molte cose.
Nel frattempo i miei problemi teorico – metodologici sul modo di fare psichiatria, invece di diminuire, aumentavano, perché nessuno mi spiegava in che modo tanti approcci così diversi (tutti validi, tutti coerentemente teorizzati, ma ciascuno esclusivo e autoreferenziale) potessero (o dovessero) convivere, non capivo quali fossero i nessi profondi, quale la teoria capace di rendere ragione del perché dell’efficacia di ogni singolo metodo e … di tutti.
Per giunta era l’epoca in cui Basaglia e i basagliani predicavano con sempre maggiore convinzione (e perentorietà, dati i tempi) che la malattia mentale non esisteva e che quindi la dimensione tecnica della cura psichiatrica era pressoché inutile o dannosa…, dato che i problemi erano tutti contestuali e sociali. C’era del giusto anche in questo, mi sembrava, ma, allora, che cosa doveva fare uno psichiatra, per essere politicamente aperto, “intelligente” delle cose, ma anche clinicamente efficace nei confronti delle persone che si rivolgevano a lui per un aiuto?
Insomma era, per me come – penso – per tutti, un vero guazzabuglio, di cui però io soffrivo molto più di altri.
Non so se lo feci consapevolmente, ma volli interpretare il tutto come una sfida.
Io sognavo un luogo di sperimentazione, in cui far confluire tutti gli approcci, verificarli nei fatti, sperimentarli nei limiti e nelle possibilità, valutarne l’applicabilità e le indicazioni. Forse poteva essere un Centro di Psicoterapia, con vari approcci, attività differenziate e integrate, lavoro di gruppo, una rivista dedicata alla ricerca e alla traduzione del meglio della letteratura internazionale… Il disegno fu integralmente attuato e anche con successo: la rivista “AGGIORNAMENTI DI PSICOTERAPIA” raggiunse presto gli 800 abbonati (che nel nostro campo, a quell’epoca, era molto), corsi e seminari venivano seguiti con interesse dai colleghi, i pazienti non mancavano certo… ma capii che non era quello che volevo io.
Un centro diurno psichiatrico mi sembrò una prospettiva più adeguata, perché prevedeva un gruppo di lavoro realmente multidisciplinare, attorno a pazienti non leggeri, ma abbastanza autonomi da non richiedere la residenzialità (parola “tabù”, questa, che allora non doveva neanche essere pronunciata). Buona l’idea, ma scarsa la fattibilità pratica. Pazienti di quel tipo ce n’era qualcuno, ma non abbastanza da far sopravvivere un centro privato. Per di più il centro diurno venne preso d’assalto da pazienti gravi, bisognosi di residenzialità, che, per motivi vari (“ideologici”, economici o, diciamo così, affettivi) i curanti e/o i famigliari non volevano ricoverare.
Provammo, con gravi sacrifici, a far comunque fronte alle richieste, essendo, se non altro, riconosciuti e pagati dall’Amministrazione Provinciale di allora (primi anni Settanta). Ma ben presto ci accorgemmo che non era possibile andare avanti, giorno e notte, a cercare le persone che si erano “perse” nei caruggi, a inseguire quelli che si arrampicavano sui cornicioni o passeggiavano sui binari del treno, a non sapere mai quando si poteva aprire il centro e quando chiuderlo, perché i pazienti (quasi tutti molto più gravi di quanto dovevano essere in quel contesto), alle nove di mattina non volevano venire e alle sette di sera, non volevano andare via!
Il passaggio alla residenzialità stava diventando inevitabile, anche se era una strada “impercorribile” da tutti i punti di vista.
Infatti è lì che cominciarono i guai, quelli veri.
Guai economici, guai amministrativi, guai tecnici e guai giudiziari.
Partiamo dai problemi metodologici e amministrativi, variamente combinati tra loro: cosa doveva essere il nuovo centro? Un istituto di assistenza per disabili lungodegenti (come il “Don Orione, per esempio”)? Una clinica psichiatrica (come era l’“Omega” di Napolitani, nostro primo punto di riferimento)? Un centro di psicoterapia intensiva con annesso pensionato (come il “Foyer Velotte” di Racamier, altro nostro punto di riferimento)? Non mi sembrava che rientrassimo in nessuna delle tre possibilità.
Il non sapere che cosa dovevamo essere era solo l’aspetto più visibile di altri, più profondi dubbi. Che risposta dovevamo dare a pazienti che, al di là del controllo dei sintomi più disturbanti, non chiedevano niente altro che un letto e un piatto di minestra e non davano nessuna indicazione in senso diverso?
Cosa bisognava fare, insomma ?
- Dare loro un’assistenza a lungo termine priva di progettualità, con tutto il carico di passivizzazione che comporta? In sostanza: lasciarli nel loro brodo, senza speranza, fingere di accettare le loro “scelte”, solo apparentemente rinunciatarie, ma in realtà dettate da dinamiche psicotiche, quindi paradossali? E confermare le scelte stesse, trasformandole in punto di arrivo, senza neanche tentare di modificarne le dinamiche sottostanti?
- Offrire loro un approccio psicoterapeutico, in varie forme, non autoritario, permissivo, responsabilizzante, progettuale e orientato al cambiamento in tempi medi, ma incapace di intervenire immediatamente sugli aspetti più devastanti e pericolosi della malattia?
- Dare loro un forte intervento medico – farmacologico, autoritario e centrato sulla diagnostica, contenitivo sui sintomi e orientato al cambiamento in tempi brevi, ma drastico, superficiale e deresponsabilizzante?
Dovevamo accudire il paziente nella sua disabilità fisica e sociale? stimolarlo a crescere interiormente? mettere dei limiti ai suoi comportamenti anomali e pericolosi? aiutarlo a capire le sue dinamiche patologiche?
Ciascun approccio, da solo, o non prometteva di modificare sostanzialmente la situazione o sembrava addirittura poter diventare dannoso. Ma, se i vari approcci venivano accostati in un unico programma, creavano al gruppo di lavoro contraddizioni teoriche e pratiche insormontabili. Per esempio: il paziente andava “rispettato” nelle sue scelte (per esempio di non lavarsi mai, girare a piedi nudi d’inverno, vagare di notte in zone equivoche) o no? Andava “protetto” (cioè, nel linguaggio del Codice Penale, “sequestrato” o “limitato nella libertà personale”) o lasciato libero di andare dove voleva (consumando così, noi, il reato di omissione di assistenza o abbandono di disabile)? O, al contrario, doveva essere “risocializzato”, cioè reinserito (forzosamente e con rischio di suicidio) in quel mondo che non riusciva a controllare e da cui fuggiva con angoscia?
Insomma era giusto responsabilizzarlo nelle scelte cliniche ed esistenziali che lo riguardavano (anche se la cosa gli creava delle tensioni insopportabili e obiettivamente pericolose)? Doveva prendere coscienza degli aspetti più gravi e disperanti del suo modo di essere, anche se mostrava di rifiutarlo in tutti i modi?
O no?
E quando qualcuno stava per compiere un gesto gravemente lesivo dell’incolumità sua o degli altri, cosa bisognava fare? Contenerlo fisicamente, punirlo, minacciarlo (contravvenendo alle norme deontologiche e al Codice Penale, oltre che ai principi della neutralità “astensiva” di marca psicoanalitica)? Incrementare l’accudimento, l’affettività, i rapporti esclusivi (aumentando così la sua confusione e il già precario controllo delle emozioni)? spiegargli i motivi profondi e le implicazioni del suo eventuale gesto (creando in tal modo un sentimento di sprotezione, che affrettava l’esecuzione del gesto inconsulto)?
E via di seguito.
Ma, al di là dell’emergenza, come far convivere il tutto, senza creare al gruppo curante e all’istituzione problemi organizzativi e identitari insolubili e insostenibili? L’operatore era un badante/carceriere, un infermiere, uno psicoterapeuta? Non eravamo aiutati dal modello di altre esperienze (che non c’erano ancora o che noi non conoscevamo) e dovevamo inventarcelo, per di più senza la minima protezione amministrativa, perché licenze di quel tipo non ne esistevano: se sbagliavamo erano problemi nostri!
Insomma la classica impresa impossibile: cercare una risposta al dilemma tra non fare il proprio lavoro come presumibilmente (e comunque non senza gravi incertezze) andava fatto o operare fuori da qualunque schema, se non proprio nell’illegalità, sicuramente al di fuori di qualunque normativa prevista.
Per di più le neoinsediate Giunte, Provinciale e Regionale, non ci aiutavano certo. Il primo provvedimento, dopo il cambiamento di colore politico, avvenuto nel 1975, fu l’abolizione da un giorno all’altro delle magre rette che la Giunta Provinciale precedente ci concedeva. La giustificazione, peraltro ufficialmente mai data, risiedeva, a quanto si può ricostruire, nel fatto che eravamo un’organizzazione privata, quindi, devo supporre, espressione di quel capitalismo rapace e privo di scrupoli, che il nuovo corso si proponeva di combattere (partendo, ovviamente, anzi limitandosi, alle sue frange più deboli e indifese, cioè noi). Il fatto che facessimo a nostre spese una sperimentazione destinata a tornare a vantaggio di tutta l’assistenza, sperimentazione che, peraltro, le strutture a ciò deputate non tentavano neanche, era ritenuto del tutto secondario o, forse, troppo vero per essere tollerato. Un dialogo con l’Assessore alla Sanità fu impossibile, nonostante richieste e suppliche umilianti, degne di altre epoche storiche e di altri regimi.
Comunque, pur in mancanza di indicazioni e di supporti esterni, il passaggio alla residenzialità venne fatto: una vecchia villa fu presa, adattata con immensi sacrifici e messa a disposizione di quei pazienti che adesso, finalmente, trovavano il loro agognato ubi consistam, senza dover continuamente fare la spola tra appartamenti mal protetti, pensionati precari e reparti psichiatrici e senza essere costretti all’acting out o al vagabondaggio per segnalare a tutti il proprio disagio e il proprio bisogno di protezione ambientale.
Anche il nostro modo di lavorare migliorò di molto e ci fu possibile mettere in atto molte di quelle soluzioni tecniche che in seguito avrei sviluppato, teorizzato e trasformato in vero e proprio metodo terapeutico.
Ma tutto ciò non interessava a nessuno (a livello regionale): era già stato decretato che il Daily dovesse chiudere, buttando a mare un enorme patrimonio di sperimentazione e di professionalità. Non c’era niente da fare.
Tentai di ribellarmi, di resistere disperatamente per anni, perché non potevo credere che un simile gioiello non avesse diritto di cittadinanza a Genova, neanche come esperimento. Per fortuna le altre regioni (soprattutto il Piemonte, la Lombardia e altri) ci mandavano i pazienti e pagavano delle rette (striminzite), che avrebbero permesso una stentata sopravvivenza, se non fossero state erogate con ritardi di pagamento superiori ai sei mesi. In un’epoca di inflazione al 20% annuo, interessi bancari della stessa entità e una stretta creditizia da parte delle banche, che ovviamente, come sempre, con i più deboli era inesorabile, mi crearono difficoltà finanziarie gravissime che mi portarono a vendermi la casa di abitazione (e altro) e infine a chiudere definitivamente.
Tralascio gli inevitabili problemi giudiziari (per “violenza privata” denunciata da un paziente paranoide, oppure per esercizio abusivo, prima di clinica, poi di pensionato, promosse dal Comune di Genova, quando tentammo di “regolarizzarci” in un modo qualsiasi) e per altre imputazioni simili: furono eventi fastidiosi sul momento, ma in realtà privi di reali conseguenze, perché conclusisi sempre con l’archiviazione, con l’assoluzione o, al massimo, con qualche forma di patteggiamento indolore.
Questa è l’atmosfera in cui sono vissuto per dieci anni al Daily. Qualcuno potrà dire che me lo sono cercato, che era lo sbocco concreto e visibile, anzi la materializzazione, delle mie – precedenti – perplessità metodologiche.
Ma, parlandone a trent’anni di distanza, cosa possiamo dire? che le perplessità e i problemi di identità professionale erano i miei o che erano fatti oggettivi, insiti nelle cose?
Io sono sempre più convinto che, anche se nessuno li verbalizzava, se non in maniera tendenziosa e farneticante, i problemi del fare psichiatria erano effettivamente colossali.
E tali sono tuttora, col vantaggio, però, che adesso le comunità come il Daily sono autorizzate, protette, pagate.
Eh sì! perché dimenticavo di dire che pochissimo tempo dopo la chiusura del Daily, avvenuta nel 1981, mentre ancora il mio calvario personale (finanziario, giudiziario, professionale, ecc.) era nel suo pieno sviluppo, le leggi cambiarono: chiunque (con o senza macerazioni interiori di natura etico – metodologica) poteva essere autorizzato ad aprire strutture, che – guarda caso! – riproducevano quasi perfettamente il modello che io avevo pensato, sperimentato sulla mia pelle ed infine attuato contro l’Amministrazione Regionale della Liguria.
Bel successo, no?
Ma non ci penso più. Ho continuato e continuo a indagare i problemi teorici suddetti, che sussistono e non possono essere cancellati ope legis. Problemi tutt’altro che facili da risolvere e tali, proprio per questo, da spiegare il mio continuo interessamento.
Con qualche differenza rispetto agli anni Settanta.
La prima differenza è che adesso sono pagato per farlo e non devo quotidianamente giustificare il ruolo mio e quello delle comunità che dirigo (come responsabile tecnico e sanitario, senza alcun compito amministrativo e senza averne la proprietà).
La seconda differenza è che ho capito che le contraddizioni e le incongruenze che prima mi ossessionavano, nel rapporto col paziente psicotico, non solo sono inevitabili, ma sono strutturali, nella terapia e nella vita: vanno accettate e gestite, non solo come strumento di relazione e di cura, ma anche come “via maestra” che porta la ricerca sull’Uomo a profondità insondabili.
Le mie ricerche sul pensiero mitico dei primordi e sulla ritualità ancestrale (interpretate come la base e il paradigma di tutte le manifestazioni successive della cultura 2) non sarebbero state possibili senza una profonda, prolungata frequentazione dei pazienti psicotici. Essi infatti vivono perennemente in una atmosfera agli albori della culturalità, un ambiente mentale in cui organizzare il proprio mondo interno, riconoscere l’Alterità, l’Altrui e l’Altrove, non sono cose scontate, come per i “sani”, bensì scelte estemporanee e opzionali, a partire da un limbo di confusione tra “dentro” e “fuori”, che, se per un verso esprime il fallimento delle capacità integrative dell’Io, per l’altro verso adombra una sorta di equidistanza, che indica e definisce il punto di arrivo conseguibile col massimo della forza psichica.
E indica anche lo strumento della terapia o della crescita: un continuo lavoro sul limite tra “me” e “non – me”, tra “dentro” e “fuori”, per l’appunto, o, come teorizzo nei miei libri, tra “dimensione paterna” e “dimensione materna”. Vogliamo chiamarlo “setting”, “area di gioco”, “spazio transizionale”?
Il vuoto della patologia, trasposto ai livelli più elevati, indica anche il punto di arrivo della guarigione. Come una catena, lasciata cadere, disegna un certo arco che, ribaltato, indica all’architetto la forma più efficace per reggere la forza di gravità, così la stessa equidistanza e la stessa capacità di relativizzazione (né “dentro” né “fuori”) sono il punto d’arrivo ideale della psiche ben funzionante. Ma anche la via per arrivarci! Come nella psicoterapia e come nei riti primordiali.
E’ Psichiatria o Antropologia Culturale? Chissà!
Altri libri sono stati dedicati, oltre che alla teorizzazione del lavoro comunitario e psichiatrico in genere (3), ai colloqui in situazioni limite (4), alla sofferenza dei gruppi di lavoro psichiatrici (5).
Non credo comunque di aver esaurito le mie potenzialità di ricerca, che adesso si espandono in tutte le direzioni: oltre alle terapie espressive (Arteterapia, Teatroterapia, Musicoterapia, ecc.), agli approcci a mediazione corporea, alla psicomotricità, e a tutte le altre tecniche che coltivo da quarant’anni in stretta e continua collaborazione con mia moglie Elena Giordano, mi interesso anche del lavoro con gli indicatori di trattabilità (il Metodo “Survey”, da me messo a punto in questi ultimi anni, dentro e fuori dell’ambito strettamente psichiatrico), all’analisi istituzionale, alle terapie basate sul lavoro cognitivo, alle ricerche sulla spazialità e sulla temporalità psichiatriche come dimensioni di terapia e a numerose altre tematiche cliniche e antropologico – culturali.
Confesso di trovarmi adesso in una fase molto bella della mia vita professionale, in cui tutti i miei infiniti dubbi del passato, come la catena di cui sopra, si sono ribaltati, non in certezze, ma in altrettante possibilità concrete e fruttuose di ricerca, che condivido con decine di giovani collaboratori, nelle comunità che dirigo e nella Scuola di Psicoterapia Istituzionale, da me fondata nel 2003.
Insomma praticamente tutto, adesso, funziona come immaginavo quaranta anni fa e ne sono molto contento.
Se a qualcuno interessa, il mio sito è www.ilbuconellarete.it e quello delle mie comunità www.associazione-sinergie.com.
1 “MANUALE DI PICCOLA PSICHIATRIA” Ed. Arti e Scienze, Roma 1973
2 vedi. G. Montinari – “L’agnello e la Scure” – Ed. Franco Angeli, Milano, 1998
3 G. Montinari – “Il buco nella rete”- Ed. ECIG, Genova, 1990; “Psichiatria ad assetto variabile” Ed. Franco Angeli – Milano, 2005.
4 G.Montinari – “Psicoterapia al limite” – Ed. Franco Angeli, Milano 2001.
5 G.Montinari – “La Malattia Istituzionale dei gruppi di lavoro psichiatrici” – Ed Franco Angeli, Milano,1999