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Memorie dal futuro (Giandomenico Montinari)

Friday, May 29th, 2009

Mi è stato chiesto di raccontare la mia esperienza nel panorama psichiatrico ligure, a cavallo tra la ricerca personale e quella teorico – metodologica e organizzativa.

Premetto che, nonostante l’età (ho sessantotto anni), non mi sento ancora maturo per entrare nel novero dei dinosauri o dei pezzi da museo del nostro campo, perché non penso di avere ancora esaurito il mio cammino di ricerca, né, tanto meno, di avere raggiunto delle conclusioni in qualche modo definitive. Parlerò comunque delle mie esperienze degli anni Settanta – Ottanta nell’ambito Centro di Socioterapia “DAILY”, di Sturla prima e di Multedo poi, che hanno costituito la base del mio percorso successivo.

La mia prima formazione è avvenuta, come per quasi tutti i miei colleghi, presso la Clinica Psichiatrica dell’Università, dove, negli ultimi anni Sessanta, a contatto con i miei primi maestri (Giberti e Rossi) ho capito molte cose della Psichiatria e della Psicoterapia.

A mano a mano, però, che entravo intus et in cute nella materia, cominciavo a sentire che il lavoro clinico tradizionale, per quanto valido nel suo ambito, a me stava stretto. Cominciai dunque a guardarmi intorno: feci uno stage presso la “Psychosomatische Klinik” di Heidelberg (Prof. Brautigam, di cui tradussi anche il libro “Reaktionen, Neurosen, Psychopathien, – Ein Grundriss der kleinen Psychiatrie”1), esperienza che mi fece intravvedere delle correlazioni teorico – operative, per me allora inedite, tra Psicoanalisi, Psicologia Clinica e Psichiatria, tali da mettere in discussione diversi dei miei capisaldi e far emergere (o rinforzare) parecchi interrogativi. Poi entrai in contatto, tra l’altro, con Anne Denner, la grande arteterapeuta, e, attraverso di lei, con l’esperienza viva e concreta della Psichiatria francese di punta (il XIII Arrondissement, Ajuriaguerra, Sivadon, Racamier e altri).

Nel frattempo avevo iniziato l’analisi con Silvia Montefoschi.

Il motivo per cui sono diventato (o mi sono rivelato) junghiano può forse sembrare po’ futile, ma merita di essere raccontato. Dopo anni di attesa per accedere al primo colloquio di selezione per tentare di iniziare l’analisi didattica presso la Società di Psicoanalisi freudiana, mi arrivò la sospirata convocazione, che coincideva, ahimè… con la data fissata per il mio matrimonio. Mi si concedeva – in via eccezionale – di fare i colloqui di selezione il giorno dopo…, ipotesi che alla mia futura moglie non andava per niente a genio (e uso un eufemismo). L’altra alternativa era ripresentarmi, se avevo pazienza e fortuna, due anni dopo! Nonostante la formazione freudiana preliminare che avevo ricevuto in Clinica e il fatto che tutti i miei Maestri fossero rigorosamente freudiani, mi sembrò che qualcosa, in quel sistema, non funzionasse per il verso giusto: capivo, certo, l’importanza, per la Società di Psicoanalisi, di selezionare i futuri membri, valutandone soprattutto la capacità di resistenza (cioè la volontà di adesione “senza se e senza ma” alla struttura) e, per quanto riguardava me, di chiarire la mia motivazione e attitudine a quel tipo di attività; capivo insomma che l’attesa, in realtà, aveva carattere iniziatico ed era già parte della formazione…, ma quattro – cinque anni di attesa (tra prima e dopo), solo per poter sperare di cominciare il lavoro preliminare, sinceramente mi sembravano (e mi sembrano) troppi: insomma, non so se quella doveva o no essere una prova…; comunque non la superai. Mi procurai i nomi dei didatti dell’AIPA e un mese dopo iniziavo l’analisi con Silvia Montefoschi, esperienza questa che, pure, mi ha fatto capire molte cose.      

Nel frattempo i miei problemi teorico – metodologici sul modo di fare psichiatria, invece di diminuire, aumentavano, perché nessuno mi spiegava in che modo tanti approcci così diversi (tutti validi, tutti coerentemente teorizzati, ma ciascuno esclusivo e autoreferenziale) potessero (o dovessero) convivere, non capivo quali fossero i nessi profondi, quale la teoria capace di rendere ragione del perché dell’efficacia di ogni singolo metodo e … di tutti.

Per giunta era l’epoca in cui Basaglia e i basagliani predicavano con sempre maggiore convinzione (e perentorietà, dati i tempi) che la malattia mentale non esisteva e che quindi la dimensione tecnica della cura psichiatrica era pressoché inutile o dannosa…, dato che i problemi erano tutti contestuali e sociali. C’era del giusto anche in questo, mi sembrava, ma, allora, che cosa doveva fare uno psichiatra, per essere politicamente aperto, “intelligente” delle cose, ma anche clinicamente efficace nei confronti delle persone che si rivolgevano a lui per un aiuto?

Insomma era, per me come – penso – per tutti, un vero guazzabuglio, di cui però io soffrivo molto più di altri.

Non so se lo feci consapevolmente, ma volli interpretare il tutto come una sfida.

Io sognavo un luogo di sperimentazione, in cui far confluire tutti gli approcci, verificarli nei fatti, sperimentarli nei limiti e nelle possibilità, valutarne l’applicabilità e le indicazioni. Forse poteva essere un Centro di Psicoterapia, con vari approcci, attività differenziate e integrate, lavoro di gruppo, una rivista dedicata alla ricerca e alla traduzione del meglio della letteratura internazionale… Il disegno fu integralmente attuato e anche con successo: la rivista “AGGIORNAMENTI DI PSICOTERAPIA” raggiunse presto gli 800 abbonati (che nel nostro campo, a quell’epoca, era molto), corsi e seminari venivano seguiti con interesse dai colleghi, i pazienti non mancavano certo… ma capii che non era quello che volevo io.

Un centro diurno psichiatrico mi sembrò una prospettiva più adeguata, perché prevedeva un gruppo di lavoro realmente multidisciplinare, attorno a pazienti non leggeri, ma abbastanza autonomi da non richiedere la residenzialità (parola “tabù”, questa, che allora non doveva neanche essere pronunciata). Buona l’idea, ma scarsa la fattibilità pratica. Pazienti di quel tipo ce n’era qualcuno, ma non abbastanza da far sopravvivere un centro privato. Per di più il centro diurno venne preso d’assalto da pazienti gravi, bisognosi di residenzialità, che, per motivi vari (“ideologici”, economici o, diciamo così, affettivi) i curanti e/o i famigliari non volevano ricoverare.

Provammo, con gravi sacrifici, a far comunque fronte alle richieste, essendo, se non altro, riconosciuti e pagati dall’Amministrazione Provinciale di allora (primi anni Settanta). Ma ben presto ci accorgemmo che non era possibile andare avanti, giorno e notte, a cercare le persone che si erano “perse” nei caruggi, a inseguire quelli che si arrampicavano sui cornicioni o passeggiavano sui binari del treno, a non sapere mai quando si poteva aprire il centro e quando chiuderlo, perché i pazienti (quasi tutti molto più gravi di quanto dovevano essere in quel contesto), alle nove di mattina non volevano venire e alle sette di sera, non volevano andare via!

Il passaggio alla residenzialità stava diventando inevitabile, anche se era una strada “impercorribile” da tutti i punti di vista.

Infatti è lì che cominciarono i guai, quelli veri.

Guai economici, guai amministrativi, guai tecnici e guai giudiziari.

Partiamo dai problemi metodologici e amministrativi, variamente combinati tra loro: cosa doveva essere il nuovo centro? Un istituto di assistenza per disabili lungodegenti (come il “Don Orione, per esempio”)? Una clinica psichiatrica (come era l’“Omega” di Napolitani, nostro primo punto di riferimento)? Un centro di psicoterapia intensiva con annesso pensionato (come il “Foyer Velotte” di Racamier, altro nostro punto di riferimento)? Non mi sembrava che rientrassimo in nessuna delle tre possibilità.

Il non sapere che cosa dovevamo essere era solo l’aspetto più visibile di altri, più profondi dubbi. Che risposta dovevamo dare a pazienti che, al di là del controllo dei sintomi più disturbanti, non chiedevano niente altro che un letto e un piatto di minestra e non davano nessuna indicazione in senso diverso?

Cosa bisognava fare, insomma ?

- Dare loro un’assistenza a lungo termine priva di progettualità, con tutto il carico di passivizzazione che comporta? In sostanza: lasciarli nel loro brodo, senza speranza, fingere di accettare le loro “scelte”, solo apparentemente rinunciatarie, ma in realtà dettate da dinamiche psicotiche, quindi paradossali? E confermare le scelte stesse, trasformandole in punto di arrivo, senza neanche tentare di modificarne le dinamiche sottostanti?

- Offrire loro un approccio psicoterapeutico, in varie forme, non autoritario, permissivo, responsabilizzante, progettuale e orientato al cambiamento in tempi medi, ma incapace di intervenire immediatamente sugli aspetti più devastanti e pericolosi della malattia?

- Dare loro un forte intervento medico – farmacologico, autoritario e centrato sulla diagnostica, contenitivo sui sintomi e orientato al cambiamento in tempi brevi, ma drastico, superficiale e deresponsabilizzante?

Dovevamo accudire il paziente nella sua disabilità fisica e sociale? stimolarlo a crescere interiormente? mettere dei limiti ai suoi comportamenti anomali e pericolosi? aiutarlo a capire le sue dinamiche patologiche?

Ciascun approccio, da solo, o non prometteva di modificare sostanzialmente la situazione o sembrava addirittura poter diventare dannoso. Ma, se i vari approcci venivano accostati in un unico programma, creavano al gruppo di lavoro contraddizioni teoriche e pratiche insormontabili. Per esempio: il paziente andava “rispettato” nelle sue scelte (per esempio di non lavarsi mai, girare a piedi nudi d’inverno, vagare di notte in zone equivoche) o no? Andava “protetto” (cioè, nel linguaggio del Codice Penale, “sequestrato” o “limitato nella libertà personale”) o lasciato libero di andare dove voleva (consumando così, noi, il reato di omissione di assistenza o abbandono di disabile)? O, al contrario, doveva essere “risocializzato”, cioè reinserito (forzosamente e con rischio di suicidio) in quel mondo che non riusciva a controllare e da cui fuggiva con angoscia?

Insomma era giusto responsabilizzarlo nelle scelte cliniche ed esistenziali che lo riguardavano (anche se la cosa gli creava delle tensioni insopportabili e obiettivamente pericolose)? Doveva prendere coscienza degli aspetti più gravi e disperanti del suo modo di essere, anche se mostrava di rifiutarlo in tutti i modi?

O no?

E quando qualcuno stava per compiere un gesto gravemente lesivo dell’incolumità sua o degli altri, cosa bisognava fare? Contenerlo fisicamente, punirlo, minacciarlo (contravvenendo alle norme deontologiche e al Codice Penale, oltre che ai principi della neutralità “astensiva” di marca psicoanalitica)? Incrementare l’accudimento, l’affettività, i rapporti esclusivi (aumentando così la sua confusione e il già precario controllo delle emozioni)? spiegargli i motivi profondi e le implicazioni del suo eventuale gesto (creando in tal modo un sentimento di sprotezione, che affrettava l’esecuzione del gesto inconsulto)?

E via di seguito.

Ma, al di là dell’emergenza, come far convivere il tutto, senza creare al gruppo curante e all’istituzione problemi organizzativi e identitari insolubili e insostenibili? L’operatore era un badante/carceriere, un infermiere, uno psicoterapeuta? Non eravamo aiutati dal modello di altre esperienze (che non c’erano ancora o che noi non conoscevamo) e dovevamo inventarcelo, per di più senza la minima protezione amministrativa, perché licenze di quel tipo non ne esistevano: se sbagliavamo erano problemi nostri!

Insomma la classica impresa impossibile: cercare una risposta al dilemma tra non fare il proprio lavoro come presumibilmente (e comunque non senza gravi incertezze) andava fatto o operare fuori da qualunque schema, se non proprio nell’illegalità, sicuramente al di fuori di qualunque normativa prevista.

Per di più le neoinsediate Giunte, Provinciale e Regionale, non ci aiutavano certo. Il primo provvedimento, dopo il cambiamento di colore politico, avvenuto nel 1975, fu l’abolizione da un giorno all’altro delle magre rette che la Giunta Provinciale precedente ci concedeva. La giustificazione, peraltro ufficialmente mai data, risiedeva, a quanto si può ricostruire, nel fatto che eravamo un’organizzazione privata, quindi, devo supporre, espressione di quel capitalismo rapace e privo di scrupoli, che il nuovo corso si proponeva di combattere (partendo, ovviamente, anzi limitandosi, alle sue frange più deboli e indifese, cioè noi). Il fatto che facessimo a nostre spese una sperimentazione destinata a tornare a vantaggio di tutta l’assistenza, sperimentazione che, peraltro, le strutture a ciò deputate non tentavano neanche, era ritenuto del tutto secondario o, forse, troppo vero per essere tollerato. Un dialogo con l’Assessore alla Sanità fu impossibile, nonostante richieste e suppliche umilianti, degne di altre epoche storiche e di altri regimi.

Comunque, pur in mancanza di indicazioni e di supporti esterni, il passaggio alla residenzialità venne fatto: una vecchia villa fu presa, adattata con immensi sacrifici e messa a disposizione di quei pazienti che adesso, finalmente, trovavano il loro agognato ubi consistam, senza dover continuamente fare la spola tra appartamenti mal protetti, pensionati precari e reparti psichiatrici e senza essere costretti all’acting out o al vagabondaggio per segnalare a tutti il proprio disagio e il proprio bisogno di protezione ambientale.

Anche il nostro modo di lavorare migliorò di molto e ci fu possibile mettere in atto molte di quelle soluzioni tecniche che in seguito avrei sviluppato, teorizzato e trasformato in vero e proprio metodo terapeutico.     

Ma tutto ciò non interessava a nessuno (a livello regionale): era già stato decretato che il Daily dovesse chiudere, buttando a mare un enorme patrimonio di sperimentazione e di professionalità. Non c’era niente da fare.

Tentai di ribellarmi, di resistere disperatamente per anni, perché non potevo credere che un simile gioiello non avesse diritto di cittadinanza a Genova, neanche come esperimento. Per fortuna le altre regioni (soprattutto il Piemonte, la Lombardia e altri) ci mandavano i pazienti e pagavano delle rette (striminzite), che avrebbero permesso una stentata sopravvivenza, se non fossero state erogate con ritardi di pagamento superiori ai sei mesi. In un’epoca di inflazione al 20% annuo, interessi bancari della stessa entità e una stretta creditizia da parte delle banche, che ovviamente, come sempre, con i più deboli era inesorabile, mi crearono difficoltà finanziarie gravissime che mi portarono a vendermi la casa di abitazione (e altro) e infine a chiudere definitivamente.

Tralascio gli inevitabili problemi giudiziari (per “violenza privata” denunciata da un paziente paranoide, oppure per esercizio abusivo, prima di clinica, poi di pensionato, promosse dal Comune di Genova, quando tentammo di “regolarizzarci” in un modo qualsiasi) e per altre imputazioni simili: furono eventi fastidiosi sul momento, ma in realtà privi di reali conseguenze, perché conclusisi sempre con l’archiviazione, con l’assoluzione o, al massimo, con qualche forma di patteggiamento indolore.

Questa è l’atmosfera in cui sono vissuto per dieci anni al Daily. Qualcuno potrà dire che me lo sono cercato, che era lo sbocco concreto e visibile, anzi la materializzazione, delle mie – precedenti – perplessità metodologiche.

Ma, parlandone a trent’anni di distanza, cosa possiamo dire? che le perplessità e i problemi di identità professionale erano i miei o che erano fatti oggettivi, insiti nelle cose?

Io sono sempre più convinto che, anche se nessuno li verbalizzava, se non in maniera tendenziosa e farneticante, i problemi del fare psichiatria erano effettivamente colossali.

E tali sono tuttora, col vantaggio, però, che adesso le comunità come il Daily sono autorizzate, protette, pagate.

Eh sì! perché dimenticavo di dire che pochissimo tempo dopo la chiusura del Daily, avvenuta nel 1981, mentre ancora il mio calvario personale (finanziario, giudiziario, professionale, ecc.) era nel suo pieno sviluppo, le leggi cambiarono: chiunque (con o senza macerazioni interiori di natura etico – metodologica) poteva essere autorizzato ad aprire strutture, che – guarda caso! – riproducevano quasi perfettamente il modello che io avevo pensato, sperimentato sulla mia pelle ed infine attuato contro l’Amministrazione Regionale della Liguria.  

Bel successo, no?

Ma non ci penso più. Ho continuato e continuo a indagare i problemi teorici suddetti, che sussistono e non possono essere cancellati ope legis. Problemi tutt’altro che facili da risolvere e tali, proprio per questo, da spiegare il mio continuo interessamento.

Con qualche differenza rispetto agli anni Settanta.

La prima differenza è che adesso sono pagato per farlo e non devo quotidianamente giustificare il ruolo mio e quello delle comunità che dirigo (come responsabile tecnico e sanitario, senza alcun compito amministrativo e senza averne la proprietà).

La seconda differenza è che ho capito che le contraddizioni e le incongruenze che prima mi ossessionavano, nel rapporto col paziente psicotico, non solo sono inevitabili, ma sono strutturali, nella terapia e nella vita: vanno accettate e gestite, non solo come strumento di relazione e di cura, ma anche come “via maestra” che porta la ricerca sull’Uomo a profondità insondabili.

 

Le mie ricerche sul pensiero mitico dei primordi e sulla ritualità ancestrale (interpretate come la base e il paradigma di tutte le manifestazioni successive della cultura 2) non sarebbero state possibili senza una profonda, prolungata frequentazione dei pazienti psicotici. Essi infatti vivono perennemente in una atmosfera agli albori della culturalità, un ambiente mentale in cui organizzare il proprio mondo interno, riconoscere l’Alterità, l’Altrui e l’Altrove, non sono cose scontate, come per i “sani”, bensì scelte estemporanee e opzionali, a partire da un limbo di confusione tra “dentro” e “fuori”, che, se per un verso esprime il fallimento delle capacità integrative dell’Io, per l’altro verso adombra una sorta di equidistanza, che indica e definisce il punto di arrivo conseguibile col massimo della forza psichica.

E indica anche lo strumento della terapia o della crescita: un continuo lavoro sul limite tra “me” e “non – me”, tra “dentro” e “fuori”, per l’appunto, o, come teorizzo nei miei libri, tra “dimensione paterna” e “dimensione materna”. Vogliamo chiamarlo “setting”, “area di gioco”, “spazio transizionale”? 

Il vuoto della patologia, trasposto ai livelli più elevati, indica anche il punto di arrivo della guarigione. Come una catena, lasciata cadere, disegna un certo arco che, ribaltato, indica all’architetto la forma più efficace per reggere la forza di gravità, così la stessa equidistanza e la stessa capacità di relativizzazione (né “dentro” né “fuori”) sono il punto d’arrivo ideale della psiche ben funzionante. Ma anche la via per arrivarci! Come nella psicoterapia e come nei riti primordiali.

E’ Psichiatria o Antropologia Culturale? Chissà!

Altri libri sono stati dedicati, oltre che alla teorizzazione del lavoro comunitario e psichiatrico in genere (3), ai colloqui in situazioni limite (4), alla sofferenza dei gruppi di lavoro psichiatrici (5).

Non credo comunque di aver esaurito le mie potenzialità di ricerca, che adesso si espandono in tutte le direzioni: oltre alle terapie espressive (Arteterapia, Teatroterapia, Musicoterapia, ecc.), agli approcci a mediazione corporea, alla psicomotricità, e a tutte le altre tecniche che coltivo da quarant’anni in stretta e continua collaborazione con mia moglie Elena Giordano, mi interesso anche del lavoro con gli indicatori di trattabilità (il Metodo “Survey”, da me messo a punto in questi ultimi anni, dentro e fuori dell’ambito strettamente psichiatrico), all’analisi istituzionale, alle terapie basate sul lavoro cognitivo, alle ricerche sulla spazialità e sulla temporalità psichiatriche come dimensioni di terapia e a numerose altre tematiche cliniche e antropologico – culturali.

Confesso di trovarmi adesso in una fase molto bella della mia vita professionale, in cui tutti i miei infiniti dubbi del passato, come la catena di cui sopra, si sono ribaltati, non in certezze, ma in altrettante possibilità concrete e fruttuose di ricerca, che condivido con decine di giovani collaboratori, nelle comunità che dirigo e nella Scuola di Psicoterapia Istituzionale, da me fondata nel 2003.

Insomma praticamente tutto, adesso, funziona come immaginavo quaranta anni fa e ne sono molto contento.

Se a qualcuno interessa, il mio sito è www.ilbuconellarete.it e quello delle mie comunità www.associazione-sinergie.com.

 


1 “MANUALE DI PICCOLA PSICHIATRIA” Ed. Arti e Scienze, Roma 1973

2 vedi. G. Montinari – “L’agnello e la Scure – Ed. Franco Angeli, Milano, 1998 

3 G. Montinari – “Il buco nella rete”- Ed. ECIG, Genova, 1990; “Psichiatria ad assetto variabile” Ed. Franco Angeli – Milano, 2005.

4 G.Montinari – “Psicoterapia al limite” – Ed. Franco Angeli, Milano 2001.

5 G.Montinari – “La Malattia Istituzionale dei gruppi di lavoro psichiatrici” – Ed Franco Angeli, Milano,1999

Su me stesso (di Roberto Vincenzi)

Friday, February 20th, 2009

Su me stesso preferisco fornire solo il curriculum, che è presente anche sul mio sito, e che trovo già abbastanza personale, nel senso che se uno legge le varie vicende, può anche comprendere il senso delle esperienze fatte e la via percorsa.

 

E’ senza dubbio un mio limite, ma ho delle difficoltà ad espormi a colleghi più giovani, che non conosco.

 

Questa difficoltà mi proviene in gran parte da uno sfortunato incontro che ho avuto presso L’Ordine degli Psicologi della Liguria, con un gruppo, organizzato dall’Ordine stesso, che si occupava di “Psicologia Clinica”.

 

Infatti secondo me, Psicologia Clinica, descrive il lavoro dello psicologo che si occupa di pazienti.

Mentre i presenti, che non avevano esperienza di lavoro con pazienti, avevano ampliato l’argomento parlando della capacità di diagnosi, come se uno che lavora in studio o in comunità non avesse mai fatto delle diagnosi.

 

Mi sono trovato davanti giovani colleghi e colleghe che o provenivano dall’università, o avevano studiato addirittura al Tavistock, e che si davano molte arie, ma che di pazienti non ne avevano.

 

Così, dopo aver raccontato le mie esperienze, sono stato subito attaccato da un collega maschio trentenne, ambizioso di avere la leadership del gruppo, che mi ha subito detto che io avrei potuto occuparmi dell’aspetto legale, visto che sono laureato in giurisprudenza.

Anche lui naturalmente pazienti nessuno, e nessuna esperienza sul campo, ma solo qualche articoletto su quelle rivistine universitarie che tirano 300 copie e che le università si scambiano tra di loro.

 

Non sono quindi disposto a ripetere un’esperienza di questo genere.

 

Allego la mia biografia professionale, anche se credo che le esperienze di noi “vecchi”, che lavoravamo prima della legge 56/89, siano particolari e legate al tempo in cui queste cose accadevano.

Tempo che è molto diverso da quello di oggi.

Come pure il tipo di formazione che oggi è molto meno libera di una volta.

Spero che la mia esperienza possa servire a qualcuno, magari solo per capire che se spostiamo il nostro punto di vista, la realtà potrebbe apparire diversa.

 

Sono nato a Genova nel 1949, la psicologia mi interessava fin da ragazzo, ed ho percorso una lunga serie di esperienze, che mi hanno portato a diventare Psicologo Psicoterapeuta, iscritto all’Ordine degli Psicologi della Liguria.

 

Nel marzo del 1974 ho seguito uno stage, diretto personalmente da Franco Basaglia, presso l’Ospedale Psichiatrico di Trieste, per un progetto di assistenza ai pazienti dimessi dall’Ospedale. In quell’anno, assieme ad altre persone interessate a queste problematiche, avevamo fondato a Genova la ADIS (Associazione Di Intervento Sociale)per assistere le persone dimesse dagli Ospedali Psichiatrici.

 

Nell’ottobre del 1974, ho seguito un lungo stage all’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Castiglione delle Stiviere (Mantova), all’epoca l’unico Manicomio Criminale d’Italia, dove, nonostante le difficoltà poste dalla legislazione in materia, era in atto un tentativo di gestione psichiatrica e non solo carceraria dei pazienti.

 

Sempre nel 1974, in maggio, ho conseguito la laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Genova, con una tesi sulla legislazione dei Manicomi Criminali.

 

In quel periodo mi entusiasmavano molto le idee di Franco Basaglia, Giovanni Jervis, Erving Goffman, R.D. Laing, Thomas S. Szasz, David Cooper, Wilhelm Reich, Morton Schatzman, Herbert Marcuse, Theodor W. Adorno.

 

In tutti quegli anni di formazione, praticamente dal 1974 fino al 1987, per mantenermi, integravo ai lavori fatti in ambito psicologico, la collaborazione con una agenzia commerciale per la vendita all’ingrosso di prodotti siderurgici.

 

Dal 1978 al 1981 ho lavorato come operatore socioterapeuta e psicoterapeuta presso la comunità “Daily” di Genova Pegli Multedo diretta dal Dott. Giovanni Montinari. La comunità ospitava pazienti schizofrenici adulti, oltre a persone compromesse da handicap neurologici con psicosi di innesto, ed anche qualche tossicodipendente con problemi psichiatrici, quelli che oggi si chiamano “a doppia diagnosi”.

In questo lavoro, ci ispiravamo principalmente a Paul Claude Racamier, alla Psicologia Sistemica di Paul Watzlawick; al lavoro di Mara Selvini Palazzoli e alla terapia istituzionale della psicosi secondo il metodo elaborato dal Dott. Montinari.

 

In seguito ho cominciato la mia analisi, che è andata avanti per sei anni, prima con Ada Cortese, in seguito per un breve periodo con Silvia Montefoschi, e successivamente con Giandomenico Montinari che mi ha seguito poi come supervisore.

 

Nel dicembre 1987 ho cominciato ad esercitare in studio privato.

 

Dal 1989 al 1994 ho seguito il corso di formazione quadriennale in Psicoterapia a orientamento psicanalitico presso l’istituto IFPIA (Istituto di Formazione in Psicoterapia a Indirizzo Analitico) di Genova; contemporaneamente frequentavo l’Istituto IMCI (Istituto Mente e Corpo Integrati) di Genova, per i corsi di ipnosi e tecniche di rilassamento; sempre in quegli anni ho partecipato al Laboratorio di Arteterapia e a quello di Psicomotricità del Centro Studi di Psicoterapia e Psicologia Clinica di Genova.

 

Dal 1987 al 1994 sono stato seguito in supervisione dal Dottor Montinari, presso il Centro Studi di Psicoterapia e Psicologia Clinica di Genova.

 

In tutto questo periodo, ed anche in seguito, ho approfondito la conoscenza degli autori classici, in particolare Freud e Jung.

 

I corsi frequentati, le esperienze di lavoro che ho svolto, sono stati riconosciuti come equivalenti ad una laurea in Psicologia, e mi hanno consentito, nel giugno 1995, l’iscrizione all’Ordine degli Psicologi della Liguria e l’abilitazione alla Psicoterapia.

 

Altra esperienza di quegli anni, è stata lo studio e l’applicazione delle tecniche di shock termico, per la terapia della psicosi, ideate a Parigi da Jean Francois Césaro.

 

Ho conosciuto in quel periodo Carlos Alberto Arestivo, uno psichiatra italo paraguaiano, e collaborato ad un progetto di terapia rivolto a vittime della tortura; in seguito sono stato relatore per Amnesty International sull’argomento della coercizione fisica e psicologica.

 

Dal 1990 al 1994 ho gestito col Dottor. Montinari un ambulatorio privato per pazienti psicotici, con l’applicazione della terapia multimodale di staff.

 

Mi sono interessato per un certo periodo alla parapsicologia e al lavoro del medium Aldo del Negro di Torino; ho poi collaborato con Padre Ferrarotti, allora Esorcista in Genova, nell’affrontare in chiave psicoterapeutica casi di presunta possessione.

 

Ho collaborato, con la clinica “Le betulle” di Appiano Gentile (Como) a progetti di terapia, per affrontare casi di depressione grave. Ho appreso in questa sede la terapia per pazienti affetti da Disturbo Ossessivo Compulsivo, secondo il metodo di J.M. Schwartz.

 

Ho collaborato con la LIDAP (Lega Italiana Disturbo Attacchi di Panico) e la AICE (Associazione Italiana Contro l’Epilessia) per l’avviamento di gruppi di self help.

 

Dal 1990 sono membro del comitato di redazione della rivista “Aggiornamenti di Psicoterapia e Psicologia Clinica” di Genova.

 

Dal 1997 ad oggi, scrivo regolarmente articoli divulgativi sulle riviste:

 

-  “Diagnosi & Terapia” di Genova (tiratura 100.000 copie/mese)

-  “Alpes” di Sondrio

-  “Chiropratica” di Aosta

-  “50&più Editoriale” di Roma

-  “Liberamente Magazine”   on line  www.liberamentemagazine.org

 

La psicoterapeuta americana Raeleen D’Agostino mi ha intervistato sul fenomeno italiano del mammismo; il testo è stata pubblicato su “Psychology Today”, edizione USA.

 

Nel 1994/1995, sono stato docente presso l’Associazione HNH (Handicap Non Handicap) di Genova, in un corso per operatori terapeutici rivolti all’assistenza di pazienti ritardati mentali o portatori di handicap fisici e psicologici.

 

Nel 1998, assieme all’Arch. Marco Vimercati, consulente ed esperto di comunicazione, abbiamo ideato e gestito il progetto “Eureka” realizzando corsi di scrittura creativa e gruppi di crescita personale attraverso un laboratorio esperienziale sullo sviluppo della creatività.

 

Dal dicembre 2000, al marzo 2001, ho svolto attività didattica in un corso per counsellor presso A.P.R.E.S.P.A. “Associazione Per Ricerche e Studi di Psicologia Applicata” di San Donà di Piave (VE).

 

Dal 2004 sono associato al CIRS (Centro Interdisciplinare per Ricerca e la Formazione in Sessuologia) diretto da Jole Baldaro Verde e Roberto Todella; assieme agli altri soci abbiamo elaborato il volume: “Luci e ombre nella coppia di oggi. Analisi dei mutamenti nelle relazioni tra uomini e donne”, che è stato pubblicato nel 2006 da Franco Angeli Editore.

 

Dal 2008, elaboro, in materia psicologica, Corsi di Formazione a Distanza (FAD), che sono stati accreditati nel programma ECM (Educazione Continua in Medicina) da parte del Ministero della Salute.

 

Dall’aprile 2006 sono iscritto all’Albo dei Consulenti Tecnici (CTU) del Tribunale di Genova.

 

Dal maggio 2006 sono docente presso la “Scuola di Psicoterapia Istituzionale” di Genova, riconosciuta dal MIUR con decreto del 03/04/2003 n.152, dove svolgo lezioni sulla psicoterapia.

 

Dal dicembre 2006 sono redattore della Enciclopedia Multimediale Wikipedia, per alcune voci in materia di psicologia.

 

Nei mesi di gennaio e febbraio 2007, ho svolto attività didattica di formazione diretta ai docenti del “Centro Italiano Opere Femminili Salesiane – Formazione Professionale Liguria”, di Genova

 

Attualmente la mia principale attività è costituita dal lavoro in studio privato, rivolto a pazienti adulti affetti da nevrosi; in collaborazione con psichiatri e neurologi, mi occupo anche di pazienti borderline o psicotici.

 

Gli articoli che ho pubblicato sono disponibili sul mio sito:

www.roberto-vincenzi.com

Riprendo a raccontarmi… e spiego perché (di Mafalda Traveni)

Tuesday, February 17th, 2009
Vi ringrazio, innanzi tutto, per i rimandi che sto ricevendo.
Ieri sera quando ho finito di scrivervi erano le 20.00, quasi, e me ne sono andata a casa. Mi sono portata dietro una strana sensazione, ovvero, si era smosso qualcosa dentro di me. Ho capito, quasi subito, che, in effetti, il raccontarvi, non tanto la mia vita, quanto il “non riconoscimento” nell’elenco degli psicoterapeuti da parte dell’Ordine mi sta ancora suscitando un certo dolore. E’ pur vero che, quando si “sfruguglia” dentro ad una ferita, non si può non sentire dolore.
A parte l’avere avuto questa consapevolezza mi sono accorta che non avevo finito la mia storia e soprattutto, forse, non ho raccontato a voi alcuni passi nel mio percorso formativo e professionale.
Lo faccio ora, sperando di non essere eccessivamente lunga e noiosa. Lo dico perchè, seguendo gli scambi nella mailinglist, vedo con interese che vi fornite informazioni importanti a livello lavorativo e i vostri scambi sono a tutt’altro livello. 
Comunque è mio desiderio completare il mio aprirmi a voi.
L’attuale attività lavorativa è arricchita da dieci anni dal mio impegno all’interno del Carcere di Marassi, Centro Clinico, Malati di Aids, dove svolgo due tipi di attività: una nell’area creativa (disegno magliette, stoffe, ecc), l’altra terapeutica (gruppo terapeutico).
Mi danno entrambe non solo molta soddisfazione ma anche mi arricchiscono e rinnovano nel mio modo di essere psicologa. Purtroppo non è stato possibile con i carcerati utilizzare la DMT Gestalt in quanto, essendo grandi e uomini, si sentivano die hanno rifiutato la metodologia. Due mie allieve, invece, una sempre a Marassi, l’altra a Pontedecimo e Chiavari hanno introdotto la DMT all’intero del carcere, ma in situazioni diverse dalla mia.
Quello che volevo aggiungere e che penso possa servire a chi è all’inizio sono i passi nel percorso formativo e lavorativo.
Tornando a quando sono diventata Consulente Familiare e prima di costituitre l’AAIF, i miei maestri di allora mi hanno scelta come C.F. per la zona del Chiavarese. Ero talmente sorpresa che quando mi hanno chiesto cosa provavo ho chiesto io a loro “ma, forse, non avevate nessuno disposto ad andare a Chiavari?”. Naturalmente anche questo è stato materiale di elaborazione psicoterapeutica!!!
Fino dagli inizi ho usufruito subito della supervisione, non avrei potuto fare altrimenti.
Il primo colloquio che, sempre i miei maestri mi hanno affidato, è stata una coppia. Secondo me è stato un vero disastro!!! Non sapevo proprio come contenerli, erano scatenati; ad un certo punto sono uscita dalla stanza e ho chiesto alla mia collega di prendersene uno!!! (sic!!!)
E’ stata una esperienza rinforzativa, in quanto, in supervisione ho compreso cosa poteva essere accaduto e ho provveduto a correggere il tiro.
All’epoca dei famosi Decreti Delegati, quando ero più fuori che dentro la famiglia, mi sono interessata ai tossicodipendenti, agli handicappati e molto alla scuola. Per i tossicodpendenti ho sentito la necessità di formarmi attraverso il “primo” corso per operatori per tossicodipendenti. All’epoca la mia timidezza non mi consentiva di fare il minimo intervento all’interno di un gruppo e, quando il corso è finito e tutti dovevamo esprimerci, l’unica cosa che sono riuscita a dire è stato “avrei voluto parlare ma non ci sono riuscita!!!!”  La risposta del conduttore è arrivata come un balsamo a me che stavo sudando sette camicie!!! Era molto empatico, non pietoso, empatico.
All’inizio del mio lavoro credevo di “dover” accogliere tutti in maniera indiscriminata. Piano piano e con dolore, attraverso la supervisione, ho cominciato a definire di più i miei confini e a fare dei distinguo fino a riuscire a dire di no alla richiesta di aiuto, nel momento in cui non mi sentivo di darlo.
Pazienti, allievi, ultimamente, carcerati mi hanno insegnato molto e spero di avere ancora orecchie aperte per riuscire a cogliere questi aiuti spontanei.
Una cosa mi manca ed è l’esperienza nel pubblico, nel rapporto con le istituzioni che, secondo me, è molto ricca e quasi indispensabile nel nostro percorso professionale.
Sono entrata nelle USL, nelle Scuole, nei Centri Diurni e ora nelle carceri, ma non ci ho mai vissuto quotidianamente che è tutt’altra cosa, almeno, secondo me.
I miei maestri che inizialmente erano di orientamento rogersiano sono stati quelli della Psicoterapia della Gestalt. Ho approfondito, anche, la conoscenza dell’Analisi Transazionale, della Bioenergetica.
Se devo ricordare i supervisori sono stati anch’essi di questi orientamenti e l’ultimo supervisore che ho avuto è stata Teddy Grossmann, una psicoterapeuta bioenergetica e direi anche gestaltica. Credo, tuttavia, di non aver concluso i miei bisogni di supervisione, attualmente, infatti, con i colleghi del carcere vado in supervisione da Adriana Antolini da otto anni.
L’ultima metodologia da me esplorata e nella quale mi sono formata, come vi  ho già detto, è la Danzamovimentoterapia della quale mi sono innamorata e ne sono diventata anche supervisore.
Quello che spero di aver passato ai miei pazienti per un verso e ai miei allievi per l’altro e non voglio dimenticare i detenuti sono stati il senso di appartenenza, la trasparenza nei rapporti, la dignità, l’eleganza, la lealtà verso i colleghi, l’apertura alla conoscenza, all’altro, al mondo, non ultima, come vi ho già detto, l’umiltà nobile.
Ripeto, ringrazio tutti coloro che piano piano mi stanno inviando il loro feebdack sia in lista sia privatamente e spero, di non essere stata troppo lunga e pesante anche questa volta.
Vi auguro percorsi formativi e lavorativi interessanti, non privi di difficoltà e ricchi di cibo nutriente.

Mi racconto: Mafalda (di Mafalda Traveni)

Monday, February 16th, 2009

Come iniziare???!!! Potrei con “c’era una volta….”, ma credo che per me sia importante iniziare dalle mie radici non solo professionali, ma proprio, di storia personal-professionale.

Sono nata a Fiume (oggi Rjeka) in Jugoslavia, in una famiglia di padre, madre, e quattro figli, due femmine e due maschi.

Mia sorella ed io operiamo entrambe nell’area del disagio, lei come gruppoanalista a Torino all’APRAGI e io come psicologa; i miei due fratelli sono entrambi capitani marittimi, uno di coperta e uno di macchina.

Siamo usciti dalla nostra terra di origine, quando la stessa è stata invasa dai “titini” (allora gli iugoslavi). Sono, quindi, nata in una terra di confine e, forse, per questo ho il senso di appartenenza molto sviluppato.

I miei genitori non ci sono più. Mio padre è mancato quando io frequentavo il liceo scientifico e i miei progetti per il futuro erano di diventare giornalista, anzi, reporter. Ho dovuto abbandonare questi sogni e prendere il posto di mio padre nel luogo dove lavorava e cioè la Shell, una grande società petrolifera straniera. Dal mondo della scuola, quindi, sono stata proiettata in quello del lavoro, dove ho conosciuto quello che è diventato mio marito e quando ho aspettato la mia prima figlia, Claudia, ho dovuto fare un’altra scelta. Questa volta la scelta non era forzata, ma voluta, nel senso che, insieme a mio marito, ho deciso di dedicare il mio tempo ad essere mamma, abbandonando il lavoro. Non so se ora farei la stessa scelta.

All’età della preadolescenza dei miei figli e precisamente all’uscita dei Decreti Delegati (legge che si interessava della Scuola, degli insegnanti, dei genitori), ho attuato un’altra scelta. Questa scelta, vedendola a ritroso, è stata piuttosto scombussolante per la mia famiglia in quanto andava a scombinare tutti i ruoli. Vi spiego: mio marito ha dieci anni più di me, è un professionista, ora in pensione, molto preparato e molto serio, direi, molto tradizionalista che ha fatto molta fatica ad accettare una moglie che da “tutta casa” è diventata “tutta fuori”.

Lo scombussolamento è stato molto grande, io tenevo duro nella mia scelta, nonostante questa andasse a toccare gli equilibri familiari. Questo disequilibrio, ovviamente, ha portato conseguenze non indifferenti di cui hanno pagato lo scotto in prima persona i miei figli. Ma questo è un discorso che al gruppo non interessa e ritengo personale e che riguardi solamente loro.

Nel procedere nella mia scelta, la prima cosa che ho sentito di dover fare a livello di preparazione professionale è stato iscrivermi ad un Corso per Consulente Familiare biennale ad orientamento rogersiano. Ho sentito immediatamente che quanto stavo facendo non era sufficiente e, quindi, mi sono iscritta ad un Training quadriennale in Psicoterapia della Gestalt. Allora non era necessario essere laureati per entrare nelle Scuole né per  diventare psicologi: l’elenco degli psicoterapeuti non esisteva. Formarmi in P.d.G. è stato un percorso molto arduo e difficile sia per la resistenza che soprattutto mio marito mi faceva, sia per quanto vivevano i miei figli, sia perché la sede del corso era in Sicilia. Allora il Training era strutturato in seminari di cinque giorni, il che significava, per me che venivo da Genova e non avevo la disponibilità di denaro che mi avrebbe consentito di prendere l’aereo, usare sette giorni lontana da casa di cui uno prima e uno dopo fatti nel treno di “terza” classe.

Ricordo che, eravamo in tre a venire dalla Liguria, eravamo sempre le prime ad arrivare e le ultime ad andare via. Per me l’impegno al Training, come quello alla mia psicoterapia erano sacri non li avrei saltati per nessuna ragione al mondo. La psicoterapia, come potrete immaginare, verteva molto sulla elaborazione della mia scelta e su tutto quanto la stessa comportava. Ce l’ho fatta, il mio diploma è stato centodieci con lode. Sono stata scelta come didatta esterno per il Training, come conduttore delle dinamiche e come psicoterapeuta dei corsisti.

Potete, credo, anche immaginare che cosa ha significato e comportato l’arrivo della Legge sugli Psicologi. Io non ero laureata e non lo sono tuttora, il che, come sapete, ha escluso me e altri come me in Italia dall’elenco degli Psicoterapeuti. La grande contraddizione, per quanto mi riguarda, a questo proposito è che io sono nell’albo degli psicologi in quanto psicoterapeuta e non in quello degli psicologi in quanto non laureata. Questa notizia mi è stata notificata con una raccomandata dall’O.d.P. Ricevuta la raccomandata sono andata dal Presidente dell’Ordine, che allora era Houlis, chiedendogli spiegazioni. Ero molto arrabbiata e alla domanda “e ora cosa faccio” ho avuto la risposta “fai quello che hai sempre fatto e lo chiami in altro modo”!!!! (sic) “E questo mi viene dal Presidente dell’O.d.P.: bella etica. Io, invece, continuerò a scrivere psicoterapia nelle fatture!!!!”. Cosa che invece non ho fatto perché al di là della rabbia iniziale ho capito che non potevo fare quello che avevo detto. Alla rabbia è seguita una ferita molto profonda che ho continuato a sentire per molti anni e, forse, solo da poco non ci sto più male nel ripensarci. Il dolore è stato legato al fatto che i miei genitori, i miei formatori, non hanno mosso un dito per difendere quegli allievi che pur avevano accettato nelle loro scuole. In Italia, poi, non eravamo tanti! Per molto tempo non ho potuto parlarne con serenità.

Ho avuto, allora, perito di parte la d.ssa Mansueto Zecca che ha dato parere positivo affinché fossi riconosciuta psicoterapeuta, contemporaneamente il perito dell’ordine di cui non ricordo il nome (strano eh!!!??) si è rifiutato di riconoscermi in quella veste.

La d.ssa Mansueto Zecca ha voluto sentirmi in separata sede e dimostrarmi tutto il suo rincrescimento per come erano andate le cose. Mi ha anche chiesto “ma scusi, lei perché non si è laureata dopo la morte di suo padre?”, ho risposto “perché ho dovuto al momento studiare cose più importanti di quelle che insegnano all’Università”, risposta “condivido”. Questo non significa che sottovaluti la formazione universitaria, ma per come stavano le cose nella mia professione già avviata, lo ritenevo non utile, mentre ritenevo utili altri aspetti formativi.

Questo grosso cambiamento ha comportato molte gravi conseguenze che, rispetto al lavoro, mi hanno tagliato un po’ le gambe.

Ho continuato lo stesso pur vedendo che ero esclusa da alcuni percorsi: gli allievi delle scuole non sono più potuti venire da me per la psicoterapia, per la supervisione e per altre cose ancora dove veniva loro richiesto l’Attestato che doveva essere rilasciato da uno psicoterapeuta.

Avevo, nel frattempo, quando ho preso la qualifica di Consulente Familiare, un’associazone l’AAIF (Ass. Ascolto Intervento Formazione) all’interno della quale c’era un Consultorio Familiare e la Scuola per Consulenti Familiari.

Prima dell’uscita della Legge per gli psicologi mi ero iscritta al Training Biennale in Supervisione nella Gestalt a Roma.

Nel ‘95 ho chiuso l’AAIF e ho creato insieme alla collega (un tempo mia allieva) Anna Giacobbe il Centro Metafora Gestalt.

All’epoca dell’AAIF ho svolto molta attività di volontariato; attività che piano piano non mi convinceva: ritenevo che le persone che si dedicavano al volontariato fossero impreparate e bisognose di una formazione più approfondita. Non ero neanche d’accordo sulla consulenza offerta gratis (questo pensiero risale a molto tempo fa: è proprio radicato in me).

Anna Giacobbe, piano piano ha giustamente voluto volare con le sue ali, e a sua volta ha costituito un suo Centro (il Centro Contatto) staccandosi dal Centro Metafora Gestalt costituito insieme a me.

Come attività nell’area professionale, in quanto fino a questo punto vi ho parlato della mia vita e del mio percorso formativo ho attivato Training alla Comunicazione Verbale Non Verbale, sul’Interazione Educativa, sull’Analisi Transazionale, dinamica di Gruppo a tema, ecc.

Ho scritto poco, mi riesce più facile e semplice aiutare qualcuno a scrivere che scrivere in prima persona.

Tornando alla mia formazione professionale ho conosciuto dapprima il lavoro corporeo gestaltico, poi quello bioenergetico e infine la danzamovimentoterapia che rimane al momento la metodologia psicocorporea che preferisco.

Ho promosso da diversi anni la Scuola di Formazione Professionale in Danzamovimentoterapia Gestalt triennale: potete trovare le informazione sul sito www.metaforagestalt.it. Ne sono la responsabile didattica e ho molti collaboratori esterni nazionali e internazionali.

Porto questa metodologia sul territorio nazionale e anche internazionale. Ultimamente ho integrato la DMT Gestalt con lo Psicodramma Analitico Individuativo co-conducendo con il collega Claudio Giacobbe un seminario per gli allievi. Ne siamo, Claudio ed io, rimasti moto contenti.

Non so cosa mi riserva il futuro, ma spero di attraversare altri territori e incontrare altre persone curiose e amanti della vita e della conoscenza nella maniera più umile possibile, dove l’umiltà è colorata di desiderio di imparare da qualsiasi persona o evento.

Ho scritto quanto sopra di getto e spero che non sia stato troppo lungo, ma soprattutto, troppo pesante da leggere.

No so se questo, come dicono Massimo e Maura, potrà servire a noi della lista, lo spero e invito anche altri, anziani e meno anziani, a lasciarsi conoscere.

Un’ultima passione, come strumento di  contatto, Facebook!!!!!!

Un saluto cordiale, Mafalda

 

Mafalda Traveni Massella

Centro Metafora Gestalt

Via Trento, 20 /10

16145 Genova

tel 010/364955

fax 010/3107147

e-mail: danzaterapia@metaforagestalt.it

sitoweb: www.metaforagestalt.it

“Voglio fare delle cose e delle robe”

Monday, February 9th, 2009

“Sei caruccia, ma hai un cervellino che galoppa a tutto spiano!”

“Vorrei fare delle cose, ma non so…”

(Vita appassionata di Giovanna d’Arco, da Le cordon infernal et autres contes moraux, di Claire Bretécher, 1977)

 

E’ vicenda comune, per chi è nato in una piccola città priva di sede universitaria, trasferirsi per proseguire gli studi.

Questo andar fuori è un’esperienza affettivo cognitiva struggente e straniante, che può diventare un confine invalicabile per molti, un andirivieni impaurito e frettoloso per alcuni, un modo di pensare e sentire per altri.

Il mio “andar fuori” per venire a studiare a Genova era timoroso, ma pieno di aspettative cresciute nel tempo, fra tumulti interiori e proteste sessantottine, tra le mura del Classico e per le vie cittadine.

Non era solo una necessità legata allo studio, era proprio aspirare a un altrove.

La facoltà di Medicina offriva allora un volto ancor più polveroso, arcigno e lontano dall’animo del tempo, non soltanto non c’erano quasi rapporti fra docenti e studenti, ma quei pochi erano improntati a distacco, esibizione di potere, negazione della componente umana dell’apprendimento.

La comunicazione istituzionale era abbastanza chiara: se vuoi diventare un medico devi sopravvivere a questo clima.

A differenza di alcuni giovani rampolli che sembravano entusiasti della sfida e coltivavano idee di gloria sul proprio futuro di brillanti clinici, come molti altri sopravvivevo non identificandomi in quel modello e il mio sopravvivere mi dava forza.

Unici sostegni, gli incontri con la sinistra studentesca, in cui si sarebbero poi preparate le elezioni per i Decreti delegati, e l’idea di diventare, un giorno, un medico “dal volto umano”.

Al terzo anno cominciai a sentire il desiderio di entrare in corsia e chiesi di poter frequentare il reparto di Clinica medica presso l’Istituto di Medicina interna.

Qui incontrai il mio primo “maestro”: non era il direttore di cattedra, che si vedeva poco, o l’aiuto, che si vedeva tutti i giorni, era un neolaureato di nome Guido Gigli.

Guido non m’insegnò soltanto i gesti di base della clinica e a fare da me alcuni esami ematologici, m’insegnò a stare vicino al malato. 

Per quanto fosse molto scrupoloso e dedicasse molto tempo allo studio, sapeva stare vicino al malato con compassione e rispetto, lo rassicurava accogliendo le sue paure e non scaricandogli addosso le proprie e io ne vedevo gli effetti proprio nelle reazioni del malato: le persone riuscivano a tollerare meglio la loro malattia, anche quando era molto grave, ed erano, come si diceva, molto più collaborative.

Quel “modo” non era scritto in nessun testo né se ne parlava mai a lezione, Guido lo insegnava al nostro gruppetto di studenti semplicemente agendolo e noi ne traevamo ispirazione.

Mi piaceva molto stare in corsia e parlare coi malati e ci andai quasi ogni mattina per circa tre anni.

Un giorno l’aiuto mi disse: “Passi troppo tempo coi malati, la corsia non funziona così.”

Proprio in quel periodo, Paolo Milone, anche lui nella sinistra studentesca, mi invitò al gruppo per neolaureati e studenti che Carmelo Conforto teneva presso la Clinica Psichiatrica.

Fu il primo contatto con l’atmosfera psicoanalitica: nessun altro luogo da me conosciuto aveva l’intensità dell’ascolto e della comunicazione che si potevano sperimentare lì.

L’esperienza durò per due anni accademici e mi regalò molti sogni, cominciai la mia prima raccolta scritta.

Da quel momento l’inconscio diventa il mio compagno e io sento che, attraverso i miei sogni, mi parla, a volte, coi toni dell’ammonimento, altri, con quelli della consolazione. Non mi sento più sola, nemmeno nei momenti più duri: sento che c’è dentro di me qualcosa che ha cura di me e mi guida.

Gli studi, che languivano, improvvisamente hanno un’impennata, in un anno riesco a dare 11 esami e a costruire quel minimo di tesi che mi consente di laurearmi.

Nel frattempo faccio un nuovo incontro: uno psichiatra, Giandomenico Montinari, viene invitato a parlare in Clinica Psichiatrica della sua esperienza di direttore di una comunità terapeutica per giovani psicotici.

Sembrava uno psichiatra anglosassone di avanguardia, l’aspetto fisico, il modo di muoversi e di parlare erano diversi dalle tipologie nostrane. 

Non collego subito a lui, quando Romolo Rossi, mio relatore di tesi, mi propone di presentarmi alla Comunità socioterapica Daily, di Genova Pegli, dove cercavano un giovane medico.

Entrare al Daily era un vero e proprio “andare fuori”: quel luogo nasceva da qualcosa che Montinari e sua moglie, Elena Giordano, arte terapeuta, lì affiancati da giovani curiosi e di belle speranze, avevano “portato da fuori”. Creare e far funzionare una struttura del genere, per quei tempi e per il nostro territorio, forse per l’intero paese, richiedeva un’audacia e una capacità di vedere lontano non indifferenti. Io ci rimarrò per un anno e mezzo.

Il Daily era la realizzazione di un approccio complesso alla psicosi: se la psicosi era il risultato delle relazioni familiari in un contesto sociale, la cura della psicosi non poteva che passare attraverso tutte le relazioni che lo psicotico aveva, tutte le figure che operavano con e intorno al paziente erano potenzialmente terapeutiche o problematiche, presentavano diversi gradi di problematicità o terapeuticità, frustrazione o soddisfazione del bisogno. Inoltre la componente sociale della terapia, che accompagnava quella individuale, forniva un gradiente verso il mondo esterno, da utilizzare sapientemente, fra bisogno di contenimento e necessità di sperimentare l’autonomia.

Era un campo esperienziale quotidiano a contatto con la psicosi per esercitarsi a riconoscere il proprio ruolo, senza cristallizzarsi nel ruolo, tra umori, odori e “bizzarrie”: eravamo contenuti e accuditi dall’organizzazione della struttura e dall’occhio vigile di Montinari non meno dei suoi ospiti (per calarsi in quell’atmosfera suggerisco la lettura de “Il buco nella rete”, G. Montinari, ECIG 1990).

Nell’estate dell’80, entro (prima come precaria, poi a tempo indeterminato) nel neonato Servizio di Salute Mentale della Valpolcevera.

Anche questo era un “andare fuori” entrando in contatto con qualcosa che “veniva da fuori”: fra i colleghi, con varie professionalità, c’erano persone che provenivano dalla chiusura degli ospedali psichiatrici liguri, basagliani e “aretini” provenienti anche da esperienze alternative all’ospedale.

Molto frequenti erano le discussioni in cui entravano in campo idee sistemiche, l’ideologia di Psichiatria democratica, la psicoanalisi e la cultura psichiatrica universitaria.

Il problema era che tutti parlavano ammiccando, come accadeva anche fra i giovani aspiranti psicoanalisti, io non capivo e mi sentivo naif.

Ero stata assunta come medico con altre figure professionali per formare un’équipe e metter su il primo servizio per tossicodipendenti della zona.

In realtà, in breve tempo, mi vennero affidati anche pazienti psichiatrici.

Metter su voleva dire “inventarsi il lavoro” nella certezza continuamente confermata che nessuno avrebbe detto “come” si doveva fare.

Mi dibattevo fra ideologia sociale, brandelli di letture psicoanalitiche, accese discussioni con i “saputelli”, dialogo nutriente coi miei sogni.

Il clima del Servizio era, all’opposto del Daily, quello di un campo esperienziale eccessivamente aperto, al limite dell’abbandono.

Mentre alcuni colleghi cominciavano le migrazioni formative e altri si attestavano sulle posizioni dell’ideologia antipsichiatrica, io, precaria e dovendomi mantenere da sola, vedevo la possibilità formativa a pagamento come qualcosa di molto lontano per me.

La maggior parte dei colleghi in formazione erano occupati a discutere per difendere le loro posizioni più che a mettere insieme risorse e non esisteva un vero spazio di condivisione.

Non avere un luogo, interno ed esterno, in cui poter riflettere era il vero problema.

Io mi avvitavo razionalmente nel tentativo di trovare spiegazioni da sola o appiccicando pezzi di letture e intuizioni.

Man mano che si accentuava la sofferenza di non capire cosa stavo facendo, cresceva la sensazione che fuori di lì sarei stata meglio e avrei trovato anche la mia personale “via all’analisi”.

Su questa spinta avvenne, grazie a Massimo Rebagliati, che già era in contatto con lei, l’incontro col pensiero e la figura di Silvia Montefoschi, allieva di Bernhard, che era stato allievo di Jung.

Nel suo primo libro, L’uno e l’altro, forniva un solido modello della relazione analitica in cui collocare “il va e vieni tra interdipendenza e intersoggettività” propri della costruzione del processo e, rivendicando con forza il valore terapeutico della presenza “non neutrale” dell’analista, sottolineava come l’analisi fosse una costruzione comune di significato, ma anche di libertà reciproca, il luogo dove la persona imparava a riconoscere la propria dipendenza, ma anche a sperimentare la propria libertà di soggetto.

Ciò comportava che il lavoro sul transfert e quello sul controtransfert avessero pari attenzione.

Accanto a questa prospettiva “democratica” dell’analisi, che vedeva analista e analizzato entrambi artefici del processo, Silvia enfatizzava il significato politico dell’analisi: la coppia analitica era anche un micro sociale con nuove regole, l’analizzato, in quanto soggetto e non oggetto dell’analisi, diventava in grado di “esportare” nelle sue relazioni esterne il modo intersoggettivo che stava sperimentando con l’analista.

Questa sintesi fra processo terapeutico e funzione sociale dell’analisi conquistò la mia mente e il mio cuore.

C’era anche un’altra cosa che amavo di Silvia: era irriducibile all’istituzione analitica non meno che a quella accademica, amava non dover difendere nient’altro che il proprio pensiero.

Inizio l’analisi con un suo allievo, Francesco Colombo: è l’incontro con il pensiero di Jung, l’avvio del processo individuativo, una bella avventura nel mondo simbolico.

I sogni non mi mancavano, ne avevo raccolti tanti, ma soprattutto non mi mancava il desiderio di capire “le cose che il mio inconscio mi stava dicendo da tempo”.

Ben presto iniziò anche il rapporto col gruppo analitico, da cui scaturirà poi un gruppo ristretto di supervisione per coloro che già lavoravano.

Sperimentavo una sensazione di appagamento nel sentire continuità fra la riflessione su di me, la riflessione condivisa e quella sul lavoro coi pazienti.

A questo punto, sentivo di aver trovato la mia strada e mi licenziai dal Servizio di Salute Mentale, dove ero rimasta per 6 anni.

In quel periodo Silvia Montefoschi decideva di trasferirsi da Milano a Genova per dar vita a un’esperienza formativa strutturata come una proto scuola: il Laboratorio di Ricerche Evolutive.

Oltre al lavoro individuale c’erano gruppi autocentrati di co-riflessione, di teoria e di metodo, condotti da Silvia e collaboratori, e un gruppo di supervisione autogestito fra chi di noi già lavorava.

Nel weekend la sede si animava dei molti allievi provenienti da tutta Italia e anche oltre confine.

Si mangiava insieme, si poteva parlare con Silvia anche nei momenti conviviali, in un clima di sacralità e condivisione che, se conteneva gli animi e le menti più focosi, permetteva però di esprimere anche le idee più “originali”.

Vivevamo immersi in un’atmosfera vitale. Noi genovesi mettevamo a disposizione le nostre case per gli allievi che venivano da fuori, così, dopo la cena comune, le discussioni proseguivano nelle case fino a tarda notte.

L’elemento caratterizzante era questo continuo stato di co-riflessione, cui ci allenavamo con la disciplina ad astenerci dal giudizio e a parlare del nostro vissuto.

Gli orizzonti culturali si aprivano al mondo della fisica, della biologia, alla filosofia, Aurobindo, i mistici occidentali.

Gli allievi “storici” di Silvia provenivano un po’ da tutti i campi del sapere e anche dal mondo della ricerca applicata.

La Fisica e la Biologia fornivano i paradigmi, di organizzazione della materia e di funzionamento del vivente, confrontabili col discorso sviluppato da Silvia in ambito analitico e ben si prestavano a raffigurare il va e vieni del dialogo interiore e intersoggettivo della relazione analitica e la funzione di recupero dell’energia vs la dispersione che si produceva nelle relazioni di dipendenza irrisolte.

Per quanto Silvia fosse per noi un “faro”, collaboratori e allievi ci sentivamo tutti coinvolti e “produttori” di conoscenza e questo ci dava un senso di appartenenza ed efficacia molto forti.

Quando il clima della scuola fu “maturo”, venne la proposta di lavorare a un esperimento che aveva lo scopo di amplificare e stabilizzare gli effetti della co-riflessione.

Dopo un primo assaggio in un gruppo ristretto, si pensò di estenderlo ad un gruppo allargato.

In questa fase l’idea della funzione sociale dell’analisi subì un’accelerazione nella direzione della costruzione di un sociale “in carne ed ossa”.

A Silvia piaceva l’idea di costruire una sorta di Ashram psicoanalitico, in alternativa alla struttura scuola, noi allievi ne eravamo affascinati.

La scuola subì una scissione quando “si fece la conta” dei partecipanti all’esperimento, a causa della radicalità delle scelte previste e dei problemi logistici: il tempo di sperimentazione era così ampio, il coinvolgimento personale così intenso che molte delle occupazioni mondane (gli incontri con gli amici, la famiglia, gli hobby) venivano meno.

Massimo ed io partecipammo a quell’avventura.

L’anno successivo alla scissione tutto quello che avevamo sperimentato insieme, in ore e ore di compresenza, compresi i weekend, registrazioni e trascrizioni degli incontri, cominciava a “premere” nelle nostre menti per essere sottoposto a una revisione metodologica.

Proponendo ai compagni di viaggio di riflettere su quello che avevamo fatto e come lo avevamo fatto ponevamo un quesito: è l’essere umano a doversi adattare a una teoria, per quanto evolutiva, o una teoria a dover essere il più possibile comprensiva della realtà umana così come essa si dà?

Volevamo analizzare quello che avevamo fatto, capire come lo avevamo fatto e quali erano i risultati, i punti deboli e le ricadute sul nostro lavoro coi pazienti.

Un bisogno nostro non condiviso, che portò al nostro distacco dal gruppo.

Con noi portavamo l’abitudine a co-riflettere, la voglia di studiare, la pazienza di registrare e trascrivere tutto.

Non volevamo rinnegare nulla, volevamo soltanto capire ripercorrendo con una diversa attenzione il cammino già fatto.

Per prima cosa, riprendemmo in mano Freud, Jung e Montefoschi, per uno studio comparato: volevamo vedere che cosa, e come, avevano affrontato nella riflessione sul lavoro terapeutico, da quale “implicito”, ricavabile dalla costruzione del discorso, potevano derivare certe conseguenze.

Ciò che l’analista “vede” in analisi come viene influenzato dal suo “modo di guardare”, dai paradigmi attraverso cui guarda?

E in che modo il suo modo si riflette poi nel modo in cui il paziente stesso impara a guardare se stesso?

Passammo poi a lavorare sulle trascrizioni di molte ore di registrazione, delle sedute e delle nostre riflessioni successive, ad analizzare la struttura del dialogo e il rapporto fra vissuti e dinamica del pensiero, il modo in cui una certa costruzione del pensiero e un certo vissuto interagivano fra loro.

Questo cominciare a “vedere” sia la riflessione teorica che la relazione come esperienze a diversi livelli interagenti fra loro ci guidò verso la Cibernetica e il pensiero di Gregory Bateson.

Furono questi i primi nuovi compagni di viaggio che ci accompagnarono dalla dialettica dell’inconscio, propria dell’ermeneutica junghiana, alla struttura in livelli logici applicata alla comunicazione interpersonale.

Come Silvia era stata per me, per noi, la porta d’accesso a un’analisi “democratica”, così Bateson era la porta d’accesso a un’epistemologia “dal volto umano”, così vicina all’uomo da poter diventare un’epistemologia “della vita quotidiana”, fruibile anche in analisi.

Nel decennale della sua morte, alla commemorazione fatta a Milano, incontrammo molti di coloro che, a vario titolo, lo avevano conosciuto: era straordinario il numero e la qualità di interessi delle persone che sentivano un debito di riconoscenza verso di lui, filosofi non meno che neuropsicologi, psicoanalisti, sistemici e studiosi di A.I..

Il suo pensiero e il suo modo di comunicare sembravano unire tutti: non era soltanto il suo concetto di “struttura che connette” a collegare i loro pensieri, era la qualità “umana” di quel modo di fare collegamenti che “univa invece di dividere”.

Tutto questo si poteva “respirare” in quell’incontro, misto al fermento per la nascita di un progetto interdisciplinare (che trovò nella nascente rivista Oikos la sua sede naturale) ispirato alla visione ecologica della mente che Bateson aveva inaugurato e che collegava studiosi dei due continenti. Fra questi, Edgar Morin, Francisco Varela, Heinz von Foerster, Donata Fabbri e Alberto Munari, Mauro Cerruti, Enrico Tiezzi, Sergio Manghi.

Intanto, nella Repubblica di San Marino, era nato, per volontà di Umberto Eco, il Centro Internazionale di Studi Semiotici e Cognitivi, un centro interdisciplinare che si proponeva di far dialogare insieme le scienze della mente, a cui accorreranno filosofi della mente, linguisti, neurofisiologi, studiosi di intelligenza artificiale, antropologi, psicoanalisti.

Il massimo livello di riflessione e il massimo sforzo di condivisione sul mind-body problem.

Massimo ed io seguiremo i lavori del Centro fin dalla nascita per sette anni.

Si avvicendavano personaggi provenienti da prestigiosi istituti di ricerca americani ed europei: Putnam, Chomsky, Varela, Dennet, Churchland, Searle, Piattelli Palmarini, Gilles Fauconnier, Johnson-Laird, John Haugeland, Jean Petitot, Jerome Bruner, Jerry Fodor, Gerald Edelman…

Eco aveva avuto la geniale idea di costruire una cittadella scientifica dove docenti universitari e studenti potessero incontrare e comunicare di persona con studiosi altrimenti raggiungibili solo con costose trasferte in posti disparati del mondo, un’idea decisamente democratica a cui gli stranieri aderivano con entusiasmo e che rappresentava un’occasione vantaggiosa per far dialogare i migliori nomi delle università italiane con studiosi di tutto il mondo.

L’incontro con queste figure ci permette di assaporare, più ancora delle letture, un modo di fare, proporre e costruire insieme conoscenza molto lontano da certe spocchiosità accademiche o verbosità libresche.

Il modo semplice di presentarsi, la capacità di parlare e ascoltare da punti di vista diversi, ma alla ricerca di convergenze, che Eco favorisce e sapientemente alimenta coi suoi interventi, ci ripagano della fatica del viaggio, della comprensione (quasi sempre in inglese, ogni tanto, in francese) e dei costi (francamente “politici” per tale qualità).

La nostra sensazione era di essere immersi in un nuovo Rinascimento, di esserne parte: nasceva un movimento scientifico multidisciplinare proprio nel momento in cui noi sentivamo il bisogno di dare risposte complesse a certi problemi terapeutici.

L’immersione in questo clima ci appassionerà ulteriormente alla componente cognitiva del lavoro coi pazienti, alla riflessione sul rapporto fra le sensazioni, emozioni e il modo di costruire i pensieri.

Questo interessamento non nasceva da una scelta a priori, ma dalla constatazione, nella pratica clinica, della difficoltà che le persone incontravano a riconoscere e usare in modo efficace i propri strumenti di conoscenza nella relazione con se stessi e col mondo.

In quel momento l’intento nostro era ridare al soggetto consapevolezza e padronanza dei propri strumenti affettivi e cognitivi.

Uno scopo di secondo livello era che, attraverso una maggior cura nei confronti del proprio modo di costruire pensieri e una maggior attenzione agli effetti emozionali prodotti da modi diversi di costruire il pensiero, la persona cominciasse a storicizzare la propria esperienza, arrivasse a collocarla non tanto in un flusso di lettura simbolica, ma in una visione sistemica, relazionale e sociale del proprio essere al mondo.

L’espressione di questi intenti sta nella dicitura del nostro studio: L’Educazione della mente.

A distanza di qualche tempo troveremo in libreria un libriccino dedicato ai genitori scritto dal pedagogista Lucio Lombardo Radice. Questo incontro non ci dispiacque affatto, anzi, ci commosse.

Oggi stentiamo un po’ a riconoscerci in questa visione pedagogica dell’analisi e la ricordiamo con l’affetto che si riserva ai ricordi di gioventù.

A quel punto però nacque in noi anche il desiderio di esplorare una delle fonti dell’educazione affettivo cognitiva, nel bene e nel male: la scuola.

Ci interessava capire come l’agenzia educativa per eccellenza influiva sull’apprendimento della costruzione del pensiero e dell’integrazione affettivo cognitiva e valutare se ci fossero spazi di intervento metodologico dell’approccio analitico complesso che stavamo sviluppando.

La scuola, col suo porre l’accento più sull’apprendimento di contenuti dati che sullo sviluppo di personali procedure per conoscere, contribuisce largamente ad alimentare un modo frammentario e astratto di costruire pensieri, modo che non sostiene la persona nel suo impatto con la realtà, sia di studio che di vita quotidiana.

L’esperienza nella scuola, che si estende dalla scuola materna all’università, data ormai vent’anni, oltre 40 progetti realizzati, molti giovani colleghi coinvolti, centinaia di docenti, dirigenti scolastici, studenti, genitori incontrati, una mole cospicua di documentazione.

La considero uno dei passaggi formativi “sul campo” per me più faticosi e complessi.

Da questo incontro scaturirà una consapevolezza psicofisica del rapporto individuale e gruppale con l’istituzione, di cui la scuola rappresenta uno snodo essenziale, collocandosi non soltanto come istituzione in sé, ma, proprio per i suoi principi fondativi, come istituzione al servizio di altre istituzioni.

Calarci, con la nuova consapevolezza acquisita, anima e corpo nella scuola ci ha permesso di comprendere molto meglio i meccanismi di condizionamento, gli effetti sul soggetto e sul gruppo, il funzionamento istituzionale globale.

Affrontiamo l’incontro con la scuola come una grande ricerca, proponiamo e realizziamo progetti che hanno la forma del laboratorio, cerchiamo di sviluppare la costruzione cooperativa della conoscenza.

I lavori sono tutti di gruppo, i gruppi producono anche i materiali per le ricerche, i dati vengono poi elaborati e restituiti a tutti.

Il prototipo, della durata di 3 anni, è il Laboratorio di Educazione all’Epistemologia, presso il Liceo Scientifico “O. Grassi” di Savona, che coinvolge l’intero istituto (900 studenti, 80 docenti) e si dà l’obiettivo di condurre un’Autoanalisi d’Istituto – ne scaturirà il libro omonimo da noi curato.

Intanto, sia il lavoro nella Scuola, come occasione di collaborazione, sia gli incontri per il costituendo Ordine degli Psicologi, erano diventati occasione di scambio con colleghi, più o meno giovani.

Si andava formando un abbozzo di rete fra colleghi di formazione e aree di interesse diverse e nasceva la voglia di sperimentare e lavorare insieme.

Lo scambio più significativo è quello con i colleghi di formazione psicocorporea.

Primo fra tutti, Maurizio Filippeschi, che ci introduce all’approccio reichiano con momenti esperienziali condotti da lui e successivamente da Giovanni Colombo.

Sono lavori di gruppo per gruppi piccoli e medi, anche residenziali.

Quello che mi colpiva era, da un lato, l’intensità della comunicazione che si ottiene con l’esercizio, dall’altro, l’apparente discrepanza fra la complessità esperienziale e la sua descrivibilità: mi sembrava che la parola fosse infinitamente meno esplicativa di quanto avveniva nell’esperienza che l’esperienza stessa.

Questo rendeva cauto il mio avvicinamento a questo approccio: mi interessava e ne riconoscevo l’efficacia, ma non averne “una descrizione per me convincente” mi frenava.

Il dialogo con “i corporei” prosegue, con momenti di avvicinamento e periodi di distacco.

Finché, nel 2007, incontro “i bioenergetici” grazie alle conferenze di Nicoletta Cinotti, cui partecipano anche Maurizio Filippeschi, che, seguendo la sua passione per gli approcci al corpo, sta completando gli studi in Osteopatia, e altri colleghi di varie formazioni.

A quel punto, che sia cambiato qualcosa in me, che sia mutato il linguaggio, che sia la prospettiva dialogica fra approcci diversi favorita da Nicoletta, il mio interesse aumenta.

La formazione analitica ci aveva abituati a una concezione dell’analisi come via di conoscenza densa di sofferenza e protesa all’ampliamento della consapevolezza di sé e del senso del proprio essere al mondo.

La via autonoma da noi poi seguita mirava allo sviluppo di una maggior padronanza degli strumenti cognitivi e della comunicazione per un miglioramento della qualità della vita relazionale.

Ma rimaneva aperto il problema del benessere.

Comprendere il senso, comunicare meglio con se stessi e con gli altri non portano con sé lo “stare meglio”: il lavoro terapeutico produce molti momenti di benessere, soprattutto quando il paziente sperimenta gli effetti di un cambio di prospettiva, ma questi effetti non sono stabili e vanno continuamente alimentati.

Paradossalmente si diventa “migliori”, ma non “più felici”.

La Bioenergetica porta il corpo del paziente e del terapeuta all’attenzione del lavoro analitico e in quest’attenzione ricerca la risposta al problema del benessere lasciato aperto dall’analisi attuata attraverso la parola.

I nostri modi di stare male si sono “fissati” nel nostro corpo, come risposta relazionale, ben prima della parola, per questo la parola come strumento terapeutico ha un limite, è un discorso a metà.

Dare spazio al corpo non significa improvvisarsi “corporei”, significa soltanto accogliere le piccole osservazioni “corporee” ingenue che viene spontaneo fare durante l’incontro col paziente, invitare il paziente a prestare attenzione non solo alle proprie emozioni, ma anche alle percezioni del corpo, riconoscere anche le proprie risposte corporee come parte del dialogo.

Ritrovo così nell’approccio corporeo il gusto per l’esplorazione che mi ha sostenuto nel mio percorso personale e nel mio lavoro, un’apertura allo scambio fra teorie e prassi diverse di cui sento il bisogno e, in più, una qualità umana nello stare vicino alle persone che deriva proprio dalla qualità dell’attenzione ai corpi, il proprio e gli altrui.

Il mio racconto finisce qui, il viaggio, spero di no.

Vorrei poter dire a coloro da cui ho imparato qualcosa: grazie per non avermi spaventata, grazie per non avermi fatta sentire stupida, grazie per avermi voluto bene senza pretendere atti di devozione.

Ma non è sempre andata così, non esiste il maestro perfetto, esiste l’allievo che cerca di farsi amare.

Voglio invece ringraziare per i tre motivi di cui sopra i compagni con cui ho condiviso e condivido oggi il piacere del viaggio.

E voglio ringraziare Massimo, che è stato e rimane il mio migliore compagno di scuola, un compagno davvero.

 

Maura Rossi, febbraio 2009