Archive for the ‘Approcci in psicologia’ Category

Le ragioni del cuore: risanare le emozioni, risanare la nostra vita

Monday, February 15th, 2010

Perché lavorare su di sé con un approccio esperienziale

di Claudia Panìco

Il cuore ha ragioni che la ragione non conosce

(Pascal)

Perché lavorare su di sé con un approccio corporeo esperienziale?

Perché partecipare a percorsi di gruppo e/o a sessioni di Respirazione Olotropica?

Come funzionano queste terapie ?

Che cosa mi piace, che cosa ho trovato e trovo utile ed efficace in questo tipo di approccio alla psicoterapia?

Provo a riflettere su queste domande che clienti, oppure persone interessate in generale alla terapia, mi pongono frequentemente. Non vogliono essere parole strettamente tecniche, ma riflessioni, qualche cosa che parte dalle esperienze che ho fatto nella mia vita.

Fin dalle mie prime esperienze nel campo della terapia, sono stata attirata da modalità che permettevano l’auto esplorazione. Non volevo ricevere “consigli” o “ricette”, ma trovare qualcuno esperto nel sentiero del cambiamento, che potesse stare al mio fianco mentre anche io lo percorrevo. Desideravo essere più felice e provare meno difficoltà e sofferenza nella mia vita quotidiana, avere rapporti con gli altri più soddisfacente, sentirmi meno sola e intimidita.

Nella ricerca di una via che mi aiutasse a raggiungere questi obiettivi, ero molto attirata dalla teoria di Jung, e cercavo un analista junghiano con cui iniziare un’analisi. Stavo ancora studiando alla facoltà di Psicologia all’università, ma avevo lasciato Padova per ritornare a Genova, mia città natale.

Proprio in quel periodo, incontrai un vecchio amico che mi invitò ad una conferenza nella quale sarebbe stata presentata una terapia con approccio corporeo transpersonale. Incuriosita ci andai, e partecipai a una serata in cui per la prima volta nella mia vita qualcuno parlava di come mi sentivo e mi offriva una possibilità di cambiamento.

Per la prima volta ascoltavo qualcuno che diceva che il modo in cui ero nata aveva avuto un’importanza per il mio modo di strutturarmi, e che continuava ad agire.

Per la prima volta facevo l’esperienza del mio corpo non solo come parte del sentirmi prigioniera del malessere, ma anche come via della liberazione.

Per la prima volta la dimensione spirituale mi veniva porta come uno degli aspetti dell’uomo, e scoprivo che esistevano psicologi che rispettavano, studiavano e utilizzavano le tecniche spirituali orientali e occidentali.

In tutti gli anni di lezioni universitarie seguite non avevo mai fatto un’esperienza di me che fosse più incoraggiante, e non avevo mai sentito delle parole che mi suonassero così convincenti.

Decisi quindi di iscrivermi al ciclo di seminari proposti e verificare se davvero potesse essere una strada di esplorazione e guarigione adatta a me.

Così è cominciata la mia personale avventura di scoperta del mondo interiore attraverso la psicoterapia a orientamento corporeo transpersonale, che continua tutt’ora ed è diventata anche il modo in cui lavoro. Molti anni sono passati, e il mio entusiasmo e l’apprezzamento per l’approccio esperienziale al cambiamento e al benessere psicologico non sono venuti meno, ma sono affiancati anche dalla verifica dell’esperienza.

In che modo ci possono aiutare gruppi o una terapia esperienziale? Il primo punto per me significativo è l’autoesplorazione. Il terapeuta o il facilitatore offre un contesto sicuro, delle opportunità per fare esperienze salutari di sé, nei pensieri, nelle relazioni, nelle emozioni e nelle sensazioni corporee. Offre degli strumenti e delle strategie, ma non si sostituisce alla persona. Attraverso quest’esperienza è possibile

  • Scoprire qualche cosa di nuovo su di sé, attraverso ricordi o immagini che emergono, oppure attraverso sensazioni corporee nuove, oppure attraverso un’interazione differente da quella abituale con gli altri membri del gruppo e il terapeuta.

  • Attraverso il lavoro corporeo, l’uso del respiro, i movimenti, il suono nella stanza, viene sviluppato uno stato psicofisico nel quale la mente lineare, razionale, con i suoi meccanismi difensivi, non è dominante (pur rimanendo presente). Possiamo definirlo uno “stato non ordinario di coscienza”, in cui possono emergere modalità di pensiero e di funzionamento psicofisico che permettono e facilitano una riorganizzazione psichica nella direzione di maggior armonia, equilibrio e integrazione di contenuti inconsci.

  • Sviluppare intuizioni e relazioni di significato tra ciò che si è sperimentato nell’esperienza, il proprio funzionamento abituale, e la propria storia (gli accadimenti della propria vita, le relazioni precoci, ecc) e i propri sintomi

  • Il nostro bambino interiore riprende la sua crescita. Le modalità corporee, emotive e di pensiero che limitavano il piacere di vivere si sciolgono, cambiano e nella nostra vita c’è sempre meno sofferenza, mentre sviluppiamo sempre più equilibrio, grazia e gioia di vivere.

Il parlare del processo di cambiamento porta al secondo punto importante: l’autovalidazione.

Il terapeuta è lì per offrire un contesto e una mappa il più ampia possibile di quello che l’esploratore di sé potrebbe incontrare, per aiutare la persona a sciogliere i blocchi o superare gli ostacoli che incontrerà nel processo, e perché l’esplorazione sia sicura. Favorisce l’emergere dei vissuti che aiutano nella guarigione e nella crescita emotiva. Aiuta a identificare e a riconoscere che significato ha ciò che si sta provando ma non si sostituisce alla persona.

La persona che fa l’esperienza, attraverso la propria esplorazione riconosce che processo avviene dentro di sé, e ne riconosce il significato. E la comprensione non sarà una comprensione intellettuale, ma che passa attraverso l’esperienza.

Che differenza! Un conto è ascoltare qualcuno che ci descrive il gusto della fragola, un conto è mangiarla noi stessi e provare la sua fragranza!

Questo è il terzo punto, lo stato di coscienza in cui ci si trova nel processo di guarigione. Normalmente, nella nostra vita quotidiana, facciamo esperienza di noi stessi e del mondo attraverso la mente lineare. Gli stimoli sensoriali arrivano alla mente, che li elabora e ce ne dà il significato. Tutto bene, se si tratta di stimoli sensoriali esterni. O se si tratta di elaborare un problema matematico.

La nostra mente logica e lineare però non ci può aiutare quando entrano in gioco le emozioni.

Perché la salute psichica è legata alle ragioni del cuore.

Infatti la psiche umana funziona in profondità proprio in base alle emozioni. Il nostro funzionamento psichico è organizzato in base a ciò che proviamo, non in base a ciò che pensiamo….. e per stare meglio bisogna riuscire a cambiare ciò che proviamo, mentre la mente lineare che opera a un livello molto più superficiale non può farlo.

Dobbiamo usare un altro modo …..e questo modo esiste.

Infatti la coscienza umana, la mente, non segue esclusivamente la logica lineare, ma opera anche secondo altre modalità di funzionamento, che vengono chiamati “stati non ordinari di coscienza” poiché nella nostra società la maggior parte delle persone adulte li usa consapevolmente molto poco. La maggior parte delle persone non sa neppure di possedere queste altre modalità.

Alcuni degli stati non ordinari di coscienza sono comuni, e li abbiamo provati tutti, sono per esempio il sonno e i sogni, oppure l’intuizione, oppure la creatività.

Altri lo sono meno, per esempio la trance, oppure lo stato meditativo profondo.

Culture differenti dalla nostra li conoscono bene, e hanno sviluppato una vera e propria conoscenza scientifica a riguardo. Grazie ad essa hanno sviluppato le “tecniche del sacro”, metodologie che attivano la naturale capacità dell’essere umano di sviluppo e di “autoguarigione” anche a livello psichico, capacità analoghe a quelle che il nostro corpo usa quando rimargina una ferita.

Sessione dopo sessione, gruppo dopo gruppo, grazie all’attivazione del nostro “guaritore interno” emergono dalla nostra psiche i contenuti inconsci che siamo pronti ad esplorare, risolvere ed integrare nella nostra coscienza.

Potrebbe avvenire rivivendo ricordi dolorosi o eventi traumatici, e guarendo le emozioni legate ad essi che vengono finalmente sciolte e non pesano più su di noi, lasciandoci più liberi e più leggeri.

Oppure potrebbero emergere e risolversi emozioni ed energie risalenti a periodi precocissimi della nostra vita, alla nostra nascita o addirittura al periodo della gravidanza, che tuttavia ancora ci condizionano.

Affrontare questo territorio antico e ferito è delicato, ma è molto remunerativo: la nostra maturazione emotiva riprende, e noi diventiamo sempre più adulti, ma finalmente con il cuore leggero dei bambini.

Bibliografia essenziale:

Jules Grossman, Vivere e amare, ed. Crisalide

Willi Maurer, La prima Ferita, ed. AAMTerranuova

W. Maurer, Il senso si appartenenza, ed. Terranuova

A. Maslow, Verso una psicologia dell’essere, ed. Astrolabio

D. Boadella, Biosintesi. L’integrazione di azione sentimento e pensiero, ed. Astrolabio

Stan Grof, La Mente Olotropica, ed. Red

Stan Grof, Psicologia del futuro, ed. Red

Claudia Panico,psicologa e psicoterapeuta ad orientamento corporeo e transpersonale, facilita la crescita personale attraverso percorsi individuali e di gruppo.

Lavora a Genova dal 1990

Per contatti:
Associazione Il Cerchio della Vita
via Bertora 2/6,
tel. 010.813.812
www.claudiapanico.com
www.cerchiodellavita.org

L’Approccio Energetico in Psicoterapia (di Giovanni Colombo)

Friday, October 9th, 2009

A cento anni dalla nascita di Wilhelm Reich viene spontaneo chiedersi quali aspetti del suo imponente lavoro, che ha spaziato per oltre 40 anni nei campi più diversi, dalla Psicoanalisi alla biologia, dalla sociologia alla fisica, dalla medicina alla metereologia, siano effettivamente stati integrati nelle varie discipline, e come.

Quale effetto ha avuto la sua innovativa opera di scienziato naturalista sui rapporti tra i vari ambiti scientifici e come la società in generale ha metabolizzato le sue scoperte?

Dalla sua morte nel ‘57 e poi soprattutto negli anni ‘60 e ‘70 il movimento reichiano ha avuto un’espansione notevole con la nascita di numerosi istituti, scuole, associazioni, centri che a partire soprattutto dagli Stati Uniti hanno diffuso, rielaborato, arricchito e in alcuni casi impoverito l’approccio reichiano. Alcuni esempi tra i più conosciuti sono: il Collegio degli Orgonomisti, l’Istituto di Bioenergetica e l’Istituto Radix.

Altri illustri indirizzi psicoterapeutici e non, hanno attinto in modo cospicuo dalle tematiche e dalla impostazione terapeutica di Reich come ad esempio la Terapia della Gestalt (Pearls fu analizzato da Reich) ed il Rolfing, ma questi sono solo i più conosciuti. Anche in Europa ed in Italia abbiamo avuto una diffusione notevole dell’opera e dell’impostazione reichiana attraverso scuole, istituti, associazioni e pubblicazioni,che in alcuni casi in modo ortodosso, ed in altri in modo più innovativo o mediato, hanno contribuito ad una diffusione dei contenuti e dell’utilizzazione di tecniche psicocorporee.

Da più di un decennio esiste un’Associazione Europea di Psicoterapia Corporea che si riunisce ogni due anni a congresso.

Sulla base di questi dati è più che evidente quanto il movimento reichiano sia stato attivo, produttivo e creativo di nuove impostazioni, revisioni delle vecchie, fusioni di impostazioni diverse all’interno dello stesso approccio psicocorporeo nel corso di pochi lustri. Ma non solo, oggi l’utilizzazione del corpo in ambito psicoterapeutico, analitico, diagnostico, nel lavoro con i gruppi, e addirittura nel campo della psicologia del lavoro (selezione del personale, orientamento e consulenza aziendale, ecc.) è una realtà sempre più radicata.

Psicoterapeuti di orientamento analitico o junghiano introducono sempre più nel proprio bagaglio professionale tecniche e “visioni” provenienti dall’orientamento psicocorporeo; nel lavoro coi gruppi, poi, è ormai la prassi utilizzare tecniche di movimento, suono, rilassamento, espressione emotiva mutuate spesso da tecniche neoreichiane.

E’ indubbio che il movimento reichiano abbia contribuito grandemente (assieme alle discipline orientali) all’introduzione nella cultura moderna dell’utilizzazione del corpo in tutto ciò che si considera lavoro “sulla” e “per” la persona.

Ma quanto le cose stanno veramente così?

E cioè, quanto dell’originale opera di Wilhelm Reich possiamo ancora ritrovare in queste impostazioni, e, soprattutto a “quale Reich” si rifanno i vari approcci?

Si rifanno al Reich della prim’ora, per il quale il lavoro sul corpo era utilizzato come una tecnica tra le altre, all’interno di una impalcatura psicoanalitica? O al Reich successivo, creatore dell’orgonoterapia, per il quale l’attenzione era soprattutto rivolta alle tensioni muscolari e alla scarica emotiva/terapeutica? O ancora all’ultimo Reich, attento ormai esclusivamente a processi energetici fondamentali e universali come i movimenti espressivi e la pulsazione organismica profonda?

In questo articolo intendo illustrare come i concetti energetici del Reich più recente siano stati spesso ampiamente sorvolati, male interpretati o completamente rimossi, non solo da chi ha introdotto il lavoro sul corpo all’interno degli ambiti più vari, ma anche da molti approcci all’interno del movimento reichiano stesso.

E come, invece, partendo da una prospettiva più puramente energetica l’integrazione tra tecniche ed impostazioni diverse risulta estremamente semplificata.

Nel suo scritto “Superimposizione cosmica”, lo scritto più tardo, Wilhelm Reich illustra in modo dettagliato il concetto di pulsazione, e cioè un movimento continuo e alternato di espansione e contrazione caratteristico di tutti gli esseri viventi.

La fondamentale pulsazione energetica consiste in un flusso che dal centro si muove verso la periferia

per poi invertire la direzione per rifluire in profondità nuovamente verso l’interno e il nucleo vitale del sistema. Questo, molto semplicemente e in sintesi è la formulazione reichiana più recente della pulsazione energetica. In realtà un concetto apparentemente molto simile era gia stato sviluppato da Reich molti anni prima, all’inizio del suo lavoro, con riferimento alle emozioni fondamentali in esseri unicellulari come l’ameba. Infatti, in una delle sue prime pubblicazioni, “Sessualità e angoscia” descriveva l’espansione degli organismi viventi come il movimento espressivo del piacere, e la contrazione come un ritiro dal mondo determinato da condizioni sfavorevoli nell’ambiente esterno e quindi dall’angoscia. Dall’ameba all’uomo, e in tutte le forme viventi intermedie nella scala evolutiva, espansione (o periferizzazione dell’energia) e contrazione (riflusso dell’energia all’interno dell’organismo) esprimono rispettivamente piacere e angoscia.

La schematizzazione piacere = espansione, angoscia = contrazione, ancora oggi valida e indiscutibile, tracciava, però, un quadro limitato rispetto all’idea più ampia di pulsazione del Reich successivo.

L’incompletezza del quadro così delineato ha determinato nella storia della terapia reichiana una eccessiva enfatizzazione della fase espansiva della pulsazione, e quindi della scarica emotiva energetica come evento di per sé terapeutico.

Ciò che voglio dire è che, nonostante Reich abbia, nei suoi scritti più recenti presentato una concezione più ampia e bilanciata della pulsazione, sia le tecniche elaborate che la comprensione diagnostica e gli approfondimenti teorici, in molti approcci reichiani, ancora oggi rimangono legati ad uno schema che privilegia l’espressione emotiva e la scarica energetica, piuttosto che la fase di riflusso/contrazione dell’energia attribuendole una connotazione solo negativa, come se il rifluire dell’energia all’interno dell’organismo fosse sempre e solo accompagnato da una contrazione o da una chiusura della persona e quindi di per sé non auspicabile.

In realtà, dall’originale descrizione della pulsazione energetica fatta in “Sessualità e angoscia”, alla successiva riproposizione della pulsazione in “Superimposizione cosmica” (a qualche decennio di distanza), c’è una bella differenza!

Infatti nella sua riformulazione del funzionamento energetico, “espansione” e “contrazione”, “flusso” e “riflusso” non sono solo sinonimi di”piacere” e “angoscia”, ma assumono una rilevanza uguale e non esclusivamente positiva o negativa. Il riflusso energetico, in particolare viene messo in luce come una fase naturale, quindi fondamentale e necessaria nel metabolismo energetico dell’organismo e non necessariamente “spiacevole”. Senza considerare questi sviluppi più recenti del funzionalismo energetico, resterebbe ben poco spazio all’interno della terapia per esperienze di contatto profondo

con se stessi, mobilizzazione interna, profondo rilassamento, e per tutti quegli stati di tipo meditativo nei quali la persona può sperimentarsi nella dimensione di calma interiore, contatto risonante col proprio interno, rigenerazione e riorganizzazione. Alcuni sviluppi recenti in campo reichiano ad esempio, propongono un’impostazione nella quale viene certamente data un’importanza alla scarica energetica e alla fase di espansione, ma altrettanta ne assumono il riflusso, la capacità di contenimento e tolleranza della carica, l’integrazione dell’esperienza nella consapevolezza.

Questo modo di lavorare è tipicamente energetico. Qui gli aspetti emotivi, strutturali o psicologici della terapia non sono considerati centrali, ma sono compresi come manifestazioni del sottostante funzionamento energetico.

Agendo a questo livello più profondo si ottengono indirettamente modificazioni nella sfera delle emozioni, nella struttura fisica e a livello della consapevolezza. Un approccio puramente funzionale/energetico, si ispira alla comprensione delle funzioni energetiche nell’uomo, necessariamente quindi include le emozioni, la struttura fisica e la struttura psichica, ma non interviene in modo diretto e specifico su queste. Qui non è tanto interessante lavorare sulla relazione tra psiche e soma, per esempio, ma piuttosto con la loro relazione col funzionamento energetico più profondo. Indurre effetti energetici profondi significa determinare effetti indiretti su tutte le manifestazioni superficiali del funzionamento energetico come movimenti, emozioni, pensieri, sensazioni, contrazioni muscolari, fenomeni vegetativi, consapevolezza, memoria, ecc.

Lavorare per ottenere un riflusso dell’energia, e cioè una centralizzazione della carica e una scarica della periferia dell’organismo, significa approfondire i processi intervenendo direttamente al livello del funzionamento energetico e by-passando le sue manifestazioni superficiali.

Personalmente considero l’aspetto più interessante di questo approccio proprio la ridistribuzione della carica energetica dalla periferia al centro del sistema; questo processo ripetuto più volte ha l’effetto di drenare l’energia dalle aree più energeticamente sovraccariche e contratte del corpo, ciò non avviene attraverso una scarica all’esterno, ma privando queste aree della loro carica per ridistribuirla all’interno del sistema. In termini psicodinamici, tale processo energetico corrisponde ad un disinvestimento dell’esterno, ad un depotenziamento delle vecchie identificazioni, dei meccanismi di proiezione, di rimozione, di difesa in generale, e ad un investimento su sé stessi.

La finalità energetica di un processo terapeutico sta proprio nel ripristinare un flusso in profondità e dalla profondità, e cioè ciò che in termini psicologici chiamiamo identificazione con se stessi.

Durante questo processo gli affetti rimossi, i meccanismi di coazione a ripetere, le proiezioni e le identificazioni che ne derivano, vengono privati della loro energia, deenfatizzati.

Ciò che ci interessa in questo lavoro non è tanto la quota di energia che viene espressa all’esterno attraverso le libere associazioni o il transfert nella psicoanalisi, i suoni, i movimenti o le emozioni nella terapia reichiana, ma la parte di energia che, per effetto della mobilizzazione non viene più trattenuta in zone periferiche della personalità (e del corpo), ma può rifluire in profondità nel sistema, radicando la persona a se stessa. Così si crea un campo interno di energia, individuale e intimo che spesso per anni non aveva potuto alimentarsi proprio perché la maggior parte di energia era investita dal sistema nel continuo tentativo di esprimere all’esterno ciò che era rimasto inespresso e, contemporaneamente nella funzione opposta di impedirne l’espressione.

Cessata questa battaglia, il riflusso modifica completamente la distribuzione energetica nell’organismo e di conseguenza l’esperienza di sé e del mondo della persona. Nella mia esperienza il vero cambiamento nella vita delle persone si ha non tanto quando la persona può esprimere ciò che non aveva espresso, ma quando cessa di desiderare di esprimerlo; a quel punto le energie possono essere finalmente reinvestite sulla propria vita attuale, su di sé e sul proprio futuro.

In terapia ciò è talmente evidente da farmi ritenere che anche nelle terapie reichiane orientate alla scarica emotiva, ciò che determina il cambiamento della persona è in realtà il riflusso che si determina successivamente ed in conseguenza di una scarica, e non la scarica stessa, come si è spesso ritenuto. Perché allora affannarsi ad enfatizzare l’espressione di emozioni verso vecchi oggetti (genitori, famigliari,ecc.) fino a quando l’intensità emotiva non si esaurisce, il rapporto con l’oggetto non si risolve, e la persona può reinvestire su di sé, quando possiamo privare della loro energia quelle vecchie emozioni e indurre un investimento sul reale da subito lavorando con un rafforzamento delle risorse interiori della persona già dall’inizio?

Inoltre un simile approccio energetico mette in luce le potenzialità dell’utilizzazione di tecniche diverse (come la diretta manipolazione del corpo del cliente, l’uso del colloquio verbale e tecniche di consapevolezza) al solo fine di modificare il sottostante funzionamento energetico. Infatti la maggior parte degli approcci psicoterapeutici sembrano orientati a lavorare in modo quasi esclusivo sulla consapevolezza o sulla scarica emotiva, o sul carattere o sulla struttura fisica/posturale, sono cioè focalizzati prevalentemente su una sola manifestazione del sottostante processo energetico, con il rischio di riproporre al cliente esattamente la scissione mente/corpo per cui è giunto in terapia.

L’approccio di cui ho trattato, ritengo possa contribuire all’integrazione di tecniche e orientamenti diversi: lavorando sulla sola consapevolezza si perde lo “spessore” della fisicità, la concretezza del corpo e della scarica emotiva; il lavoro esclusivo sulla scarica catartica rischia di non integrarsi a livello della consapevolezza, il lavoro esclusivo sulla struttura fisica/posturale non cambia profondamente la persona. Il funzionamento energetico profondo sembra allora essere per lo meno un sicuro elemento unificante su cui intervenire …

Wilhelm Reich, poco ascoltato, lo disse.

Giovanni Colombo

Giovanni Colombo

Istituto di Analisi Funzionale

P.zza Cavour 24 – La Spezia

www.analisifunzionale.it
info@analisifunzionale.it

Il mio lavoro con i ragazzi non vedenti ed ipovedenti

Sunday, May 17th, 2009

Enrica Papale – Dr.ssa in Scienze dell’educazione, Operatore pedagogico teatrale, danzatrice, attrice.

Lavoro a contatto con i ragazzi non vedenti da quattro anni. Il mio percorso con loro è iniziato per casualità. Insegnavo, in un’associazione culturale, attività motoria ai bambini e mi hanno chiesto se volevo condurre un corso di aerobica per ragazzi non vedenti ed ipovedenti; in verità il corso è diventato di attività motoria perché ho compreso che le tensioni muscolari erano talmente forti da dover esercitare il corpo in maniera differente. Svolgendo questo lavoro ho capito che la conoscenza del loro corpo era confusa e limitata, che i limiti erano molti ma che le risorse erano più di quelle che si potessero immaginare, così  mi sono concentrata sulle potenzialità per migliorare il lavoro e renderlo gratificante per tutti, dando quella giusta spinta e fiducia al miglioramento.

Col passare del tempo, tutt’oggi, devo ricordarmi della loro diversa abilità visiva, infatti, questi ragazzi non vedono con gli occhi ma attraverso il tatto, l’udito, l’olfatto… insomma adottano gli altri sensi, i quali non sono più sviluppati dei cosiddetti normodotati ma ai quali, semplicemente, i miei utenti prestano più attenzione. Attualmente, dopo essermi specializzata come operatore pedagogico teatrale, conduco un laboratorio teatrale per giovani non vedenti ed ipovedenti. Il mio lavoro si serve delle metodologie teatrali per utilizzare il valore dato alla consapevolezza corporea, alla relazione con l’altro e col gruppo, allo sviluppo della creatività. Il lavoro sulla fiducia in sé stessi e negli altri, di cura che ogni individuo può dare a sé stesso e all’altro, sono tutti elementi importanti ai fini educativi  e formativi.

Proprio nell’ultimo incontro che ho condotto, un ragazzo non vedente, mio caro amico, mi ha detto: “Ma noi stiamo facendo una coreografia!!” Ecco, io credo che già questa osservazione possa essere un buon risultato e che su questo occorra insistere e lavorare a fondo.

Grazie

Enrica Papale
enricapapale@yahoo.it

Dal Seminario di Danzamovimentoterapia – Viviana

Saturday, March 14th, 2009

Da Viviana Leveratto: vivianaleveratto@fastwebnet.it

Ciao a tutti,

Sono una delle persone della ML che ha partecipato, con piacere, al seminario di Mafalda in DMT Gestalt sulla relazione a livello individuale, duale e gruppale.

Provo a fare un resoconto dell’esperienza.

Al seminario hanno partecipato dieci persone, si è svolto in una palestra e si è articolato in due giornate nella prima delle quali Mafalda ha, per cominciare, dato un quadro di riferimento teorico a quanto stavamo per sperimentare. Ci ha quindi parlato dell’approccio gestaltico, che ha una visione olistica dell’essere umano in rapporto con l’ambiente e ne considera gli aspetti di consapevolezza (il “qui ed ora”) e di intenzionalità (il “now for next”). Si focalizza, inoltre, sulle potenzialità relazionali, creative ed espressive della persona, osservandole nel suo modo di entrare in contatto con l’ambiente. Nella pratica di questo approccio si utilizzano metodologie verbali e non verbali rivolte all’individuo, alla coppia, alle famiglie e al gruppo.

Mafalda ci ha parlato, inoltre, della DMT (danzamovimentoterapia) Gestalt che si basa sull’Expression Primitive, fondata da Herns Duplan e sviluppata, a livello psicoterapeutico, da una sua allieva, psicoanalista francese (France Schott-Billmann).

Questo tipo di approccio è in grado, attraverso l’espressione corporea, di riattivare emozioni e ricordi, tocca le radici dell’uomo e consente di collegare le pulsioni a rappresentazioni simboliche, permettendo una riorganizzazione positiva dello psichismo(viene utilizzato con buoni risultati anche con pazienti psicotici).

Il primo giorno del seminario è proseguito con un’esperienza pratica che è consistita nell’esecuzione di una serie di espressioni verbali e non verbali(abbiamo utilizzato il movimento, la voce, i gesti). Queste manifestazioni possono essere viste come un viaggio simbolico e come una comunicazione di se stessi attraverso il corpo, resa possibile dall’esistenza di un’omologia tra le strutture corporee e le strutture psichiche (anche inconsce). Abbiamo lavorato sulla verticalità, sul peso, sulla forma, sul ritmo, sullo spazio, sui piani, sulle direzioni, sulla propriocezione e, attraverso questi aspetti, ci è stato possibile esplorare noi stessi e l’ambiente.

Esemplificando, abbiamo cominciato con una presentazione ritmica (per farvi capire…”marciando sul posto”, abbiamo svolto un “gioco” per cercare di imparare i nostri nomi). Dal momento che il linguaggio simbolico attinge anche a rappresentazioni collettive, abbiamo poi svolto una parte rituale in cui, come se ci trovassimo in una tribù, ci siamo salutati tra noi, ci siamo orientati nelle quattro direzioni (nord-sud-ovest-est) e abbiamo invocato il cielo, la terra e l’orizzonte (tutto ciò sempre attraverso il movimento e le espressioni non verbali). In seguito abbiamo messo in movimento parti del nostro corpo (gambe, busto, spalle, braccia) ed esplorato l’ambiente attraverso i sensi, cercando quindi di focalizzarci sul colore, la forma, il materiale, il rumore, l’odore del mondo circostante.

Alla fine della giornata c’è stato un momento di elaborazione di quanto avvenuto e di confronto sulle emozioni vissute da ognuno dei partecipanti durante l’esperienza.

La seconda giornata del seminario è stata incentrata sulla relazione(con noi stessi, con gli altri, con l’ambiente). Ci sono stati momenti di “danza libera”, durante la quale ognuno dei membri del gruppo ha messo sotto forma di gesti la propria persona (con le proprie emozioni e qualità)e momenti di interazione con l’altro e con il gruppo attraverso il movimento, il disegno, la voce (anche in questi casi, nel modo di interagire con gli altri, sono emerse caratteristiche personali).

Un esempio di relazione duale, che mi è piaciuto molto, è stato quando ci siamo divisi a coppie e, sul sottofondo di una musica, ciascuna delle coppie ha creato un disegno attraverso un tratto grafico alternato (appena un membro della coppia si interrompeva, l’altro riprendeva il tratto da dove il partner l’aveva concluso). Dopo aver dato un nome al proprio disegno, ciascuna coppia ha “dato corpo” ad esso, creando una danza. Un altro esempio è costituito da un’interazione attraverso vocalizzi nella quale ognuno dei membri di una coppia aveva il compito di rispondere all’altro rispettando un tempo definito (talvolta è emersa una difficoltà a rispettare i turni, che si è risolta con l’aiuto di altri membri del gruppo).

In un altro momento ad ognuno di noi è stato consegnato uno spago colorato (simbolo della relazione)che doveva essere tenuto teso (simbolo della forza della relazione) mentre esploravamo lo spazio ed il nostro corpo in esso.

Dalla relazione con noi stessi si è passati alla relazione duale attraverso una danza a coppie dove i nostri spaghi dovevano incontrarsi senza mai perdere tono (in questo caso alcuni sono riusciti ad entrare subito in sintonia tra loro, altri hanno avuto maggiori difficoltà),infine abbiamo creato una danza di gruppo, nella quale ognuno dei membri era legato all’altro tramite lo spago teso, in un gioco di incontri, “annodamenti” e ”snodamenti”. Anche in questa occasione è risultata evidente la modalità di ciascuno di noi di stare in relazione con l’altro (chi tendeva a seguire gli altri, chi prendeva l’iniziativa e si faceva seguire dalle persone…).

Un altro gioco che mi è piaciuto in particolar modo è quello sulla fiducia: un membro di ogni coppia ha condotto l’altro, che aveva gli occhi chiusi, per la palestra; in seguito tutti coloro che avevano gli occhi chiusi sono stati “scolpiti” dal gruppo dei “vedenti” come fossero una statua che, infine, si è animata in una danza di gruppo e poi singola, prima di aprire nuovamente gli occhi (anche in questa occasione sono emerse cose importanti per ciascuno di noi, a me, ad esempio, è stato detto che, mentre durante il mio periodo “cieco” ho danzato in modo fluido, lasciandomi maggiormente andare, appena aperti gli occhi mi sono irrigidita).

In tutte le esperienze, intervallate da momenti di elaborazione che ci hanno aiutato a comprendere il significato di ciò che stavamo facendo, mi è apparso chiaro come il corpo abbia effettivamente capacità comunicative molto esplicite e come le espressioni corporee, con l’opportuna formazione, possano essere utilizzate anche a fini terapeutici.

Spero di essere riuscita a fare un resoconto sufficientemente comprensibile di quella che è stata la nostra esperienza pratica…

Un saluto a tutti,

Viviana.

Dal Seminario di Danzamovimentoterapia – Elisabetta

Saturday, March 14th, 2009

Da Elisabetta Sacchi: elisabettasacchi@libero.it

Ciao a tutti! Io sono una di quelle che ha partecipato al seminario di danza terapia e devo dire che superata la mia resistenza del primo giorno, che ho espresso pienamente a Mafalda, che ha accolto e restituitomi con garbo facendomi vedere delle cose di me e quindi aiutandomi a maturare, il secondo giorno mi sono lasciata andare, proprio sbloccata sia di testa che di corpo, e così mi sono anche molto divertita sia con me stessa che con le altre partecipanti, sempre donne ovviamente, ero quasi riuscita a far venire anche il mio fidanzato, ma poi all’ultimo…

Io non avevo mai fatto danza terapia in vita mia, l’unica cosa di psicocorporeo che ho fatto riguarda la bioenergetica. Però devo ammettere che l’impressione che ho avuto della DT è stata di qualcosa di ludico, più semplice (nel senso di valore)e più primitivo/tribale, abbiamo ballato, disegnato e giocato tutto a tempo di musica, quindi abbiamo lavorato col ritmo che la musica ci offriva in momenti diversi. In generale per me è stata un ‘esperienza positiva che mi ha aperto la mente su un mondo che non conoscevo, la DT.

Elisabetta Sacchi