Fiumi di migrazioni.
Non posso fare a meno di dare voce a un’esperienza di “andare”, di cui si leggono e percepiscono onde oltre i tempi, passati e presenti. Futuri, forse. E’ ad ascoltare queste onde che si sente la ricchezza della loro e della propria “formazione”, che è un andare e ritornare, un conoscere e riconoscere, di cui il viaggio è la metafora e la realtà più pronta.
Ora, “andare fuori” non è più una scelta obbligata. Estremamente più complicato diventa scegliere di viaggiare con Trenitalia, immensamente più semplice diventa scegliere di iniziare a viaggiare stando fermi. Vorrei potervi raccontare di cosa voglia dire ora partire per formarsi. Purtroppo, quando si è ancora nel mezzo del movimento, quando nel viaggio ci si è immersi fino al collo, è molto faticoso fermarsi e voltarsi per capire. Le scelte che si fanno in questo pedalare, attraversano il presente, raramente consentono di distinguere le figure che scorrono dal finestrino del treno. Si cerca. Manca, e se ne sente la mancanza, l’integrazione tra le varie parti toccate (anche se, a volte, se ne percepisce la presenza). Si prosegue con il naso e il gusto assieme, manca ancora la vista.
C’è una piccola fortuna del giovane genovese, che consiste nel suo essere stesso genovese. Mi spiego. Ma dovrei ampliare il discorso al giovane ligure. La terra che cela e toglie, e stupisce e svela. Il vento che taglia e inzuppa le ossa, e immerge negli odori e guida. Il mare che, angosciantemente nascosto e terribilmente mostrato, non smette di far sentire il suo respiro, come un orologio la cui batteria è eterna. La Liguria offre tutto e nulla. Questa la fortuna del giovane ligure. Ancora più se aspira all’essere psicologo. Insoddisfatto, sente che i vicoli e i caruggi – e l’università cittadina – gli precludono alla vista uno squarcio di mare, e decide di partire, a volte. La meta preferita è Torino. Il giovane psicologo è inesperto, decide per un luogo confinante con il suo “tuttoenulla”. Ora, a lui è concessa una scelta (una?). Torino lo accoglie impettita, lui che ha l’animo rude da commerciante e le mani tagliate dal vento e dal sole e riconosce i nodi da pesca, non la comprende. La vecchia signora offre cioccolatini scientifici e aule sparpagliate tra la geometria di quadrati perfetti. Tanto è squadrata la città, tanto è sconnessa la Facoltà. Dopo un inizio appassionato dalla novità, il confine viene varcato sempre più spesso. E si ritorna, più di qua che di là. Si ritorna, solo per quel momento in cui l’odore del mare entra nelle narici e spazza via le alte pianure attraversate. In ogni caso, si ritorna.
Capita, che si ritorni insoddisfatti. A me è capitato. Torino non era riuscita a soddisfare le voglie. Il giovane psicologo sa, già appena inizia ad intraprendere il suo percorso di studi, che esistono due grandi fulcri storici per la Psicologia in Italia: Padova e Roma. Credo che ora si preferisca Torino, perché si può dire che offra un buon rapporto qualità/prezzo, tra insegnamento e possibilità da un lato e spese e distanza dall’altro. Rimane – almeno, a me è rimasto – il sentore che non si siano toccati i due nuclei italiani. Per questo ho deciso di intraprendere quel viaggio che, da come leggo, hanno percorso in molti in passato. Passare alla psicologia padovana, arrivare nel versante est con alle spalle l’ovest, porta alla luce molti confronti. Lasciare la vecchia signora impettita, impegnata in esperimenti da piccolo scienziato, che è stata per me Torino, e giungere nella verve padovana, intenta a cimentarsi in relazioni, gruppi, vita sociale, infanzia e psicoanalisi, è stato entrare nel dinamismo della psicologia. Lì, ora, la psicologia è dinamica nel vero senso del termine. La si percepisce in costruzione, e si è parte di questo edificio in continuo rinnovo. E’ un viaggio diverso, quello per Padova. Sfiancante e vario. Scendere dal treno, dopo, può essere davvero scendere dalle città che si è viste sfuggire e immaginate oltre il vetro, è scendere da angoli di sé, da possibilità sondate, da stazioni che contengono un sapore che si riempie di volta in volta. Ecco il bagaglio che si porta a Padova, bagaglio che ognuno offre agli altri per il solo gusto di sentirsi parte di qualcosa, che non costringe in etichette, ma che invoglia a creare parole proprie, nuove. Sto vivendo Padova come l’antitesi di Torino, il viaggio verso est passeggia in curve del mio essere molto diverse dagli angoli in cui costringeva Torino.
Immagino che l’essenza dell’andare fuori sia la percezione che si va fuori da qualcosa. Riconoscere la casa da cui si esce, riconoscere che esiste una casa alle proprie spalle, rassicura e fa sì che, è vero, si possa aprirsi alla propria vulnerabilità.
Cosa vuol dire offrire la propria vulnerabilità a Padova? Alla Psicologia in Liguria? Vuol dire sentirsi estremamente piccoli e inesperti e, grazie a questo sentire da bonsai, esporsi e leggere nelle parole degli altri la strada su cui si cammina, sentirsi parte di un flusso che dà forza. L’essere goccia fa sì che ci si trovi combattuti tra il mimetismo delle insicurezze e la voglia di stare su questo fiume che si osserva scorrere, e che è forte. Leggendo di “andavamo (fuori)”, ho sentito che il fiume in movimento che è Padova sa sfociare in Liguria, e viceversa (credo che i due luoghi siano solo indicativi dell’esperienza, davvero solo indicativi). Mi è piaciuto sentire che si può essere – che si è – dentro un fiume, senza luogo, senza tempo.
Julia Menichetti 27 gennaio 2009