Storie di migrazioni psicoanalitiche e altre vicende psicologiche, prima della legge 56/89
Vorremmo parlare del tempo in cui diventare psicologo per un ligure voleva dire scegliere fra due destinazioni altrettanto lontane, Padova o Roma, del tempo in cui formarsi alla libera professione per un ligure comportava un percorso di ricerca che portava “altrove”.
La strada formativa iniziava con la ricerca del maestro, la figura di riferimento che sapeva toccare il nostro cuore e la nostra mente.
Cominciavano così a formarsi i pensieri e le emozioni che sostanziavano la relazione prima ancora che questa iniziasse.
Si arrivava all’incontro già “colmi” della relazione col maestro.
Tutto poteva cominciare dall’ascolto durante una conferenza, una lezione all’università, dalla lettura di un libro, dal racconto di chi già conosceva questa figura…
Questo era il primo “altrove” sperimentato: il sentirsi vicini a una persona prima ancora di averla conosciuta direttamente.
Un “riconoscimento” che alimentava un affetto e una devozione che poi ci avrebbero sostenuto nelle difficoltà, anche molto pratiche, di un cammino “verso noi stessi”.
Ma l’“altrove” molto spesso non era soltanto interiore, era anche logistico.
Ci si doveva spostare, al nord, a est, verso le grandi città dove vivevano i maestri di allora.
Senza contare coloro che si spostavano verso un’altra nazione, cercando altri modelli terapeutici ancora sconosciuti o non rappresentati nel nostro paese.
Questi viaggi verso mete più o meno lontane erano carichi di significato: un andare e venire in cui ci si staccava dall’ambiente noto per trovarsi, in un luogo altro, più vicini a se stessi, e viceversa.
Il viaggio stesso era parte della terapia, sostegno al percorso analitico, luogo paradossale di elaborazioni e rielaborazioni del pensiero e delle emozioni.
Di tutto questo patrimonio, che stava “fra una seduta e l’altra”, sembra non rimanere quasi nulla oggi che la Liguria si è dotata di centri di formazione come le scuole di psicoterapia e che i terapeuti che un tempo “andavano fuori” hanno aperto i loro studi sul territorio.
Cosa resta di quel viaggio, di quell’esperienza di “andare verso” che dava la sensazione di essere “protagonisti del proprio destino e della propria formazione”?
Forse si è perso, col viaggio, anche il senso che curarsi e formarsi sono indissolubili e che non esiste una tecnica senza l’esperienza personale.
Eppure ancora oggi “andare verso, andare altrove” è un’esperienza terapeutica preziosa: lo è già, in piccola misura, immergersi in un paese sconosciuto anche per pochi giorni, come durante una vacanza.
Sempre che “ci si immerga”, invece di passare frettolosamente con passo da turista.
E si è persa forse anche la trasmissione del significato del viaggio a chi oggi è allievo in formazione.
Non era comodo, rendeva ancora più alti i costi della formazione, bisognava arrabattarsi per pagare queste spese, dedicare, quando andava bene, una mezza giornata fra andata, seduta e ritorno.
Ma era la prima cosa che si faceva “interamente per se stessi”, il primo “prendersi fra le braccia e condursi”, unico e insostituibile.
Lungi dal rimpiangere il tempo che fu, ma col desiderio di recuperare il significato del viaggio, vorremmo raccogliere, dalle parole di chi l’ha vissuto, il racconto di questa misconosciuta migrazione ligure.
Certi che essa abbia un’importanza fondativa per la storia della Psicologia nella nostra regione, quale preistoria di ogni sviluppo successivo.
Ci sembrava importante e doveroso, da parte di un sito dedicato alla Psicologia in Liguria e il più possibile aperto ai contributi di colleghi e studiosi di campi correlati, ricordare chi siamo e da dove veniamo.
Prima della Psicologia in Liguria ci sono stati quei colleghi migranti che l’hanno cercata e che qui l’hanno portata.
Ricordare la loro esperienza ci permette di capire il senso di un lavoro in una terra così particolare anche dal punto di vista fisico.
Nella speranza che emergano anche gli aspetti creativi, le rielaborazioni, gli stili di lavoro particolari che ne sono scaturiti.
Alcuni di coloro cui stiamo pensando sono anche veri e propri fondatori, padri e madri, di quanto di innovativo possiamo incontrare sul nostro territorio.
Ci sono tante cose che questa terra nasconde, per rustico pudore, per invidia, per millenaria paura dell’altro.
Forse nasconde anche le cose buone che la Psicologia ligure ha fatto e sa fare, forse nasconde anche le cose buone che i vecchi possono insegnare ai giovani.
Un affettuoso grazie a chi vorrà dare il suo contributo.
Maura Rossi
Cara Maura,
la tua domanda sullo stato della ricerca in liguria è interessante, soprattutto se ci domandiamo, se la ricerca è patrimonio solo dell’università o anche di chi, come libero professionista, si trova a lavorare a stretto e diretto contatto con la sofferenza.Potremmo ampliare la domanda e chiedersi con quali strumenti un professionista continua a fare ricerca e in che modo riesce ad inserire i dati prodotti dalla ricerca scientifica, all’interno della propria pratica clinica.
Quali strumenti abbiamo per usare i dati delle ricerche scientifiche? Quanto continuiamo a studiare ed approfondire e quanto rimaniamo fermi alla nostra formazione originale?
Domande aperte che meritano lo spazio di riflessione che tu offri.
Un abbraccio
Nicoletta Cinotti