“Sei caruccia, ma hai un cervellino che galoppa a tutto spiano!”
“Vorrei fare delle cose, ma non so…”
(Vita appassionata di Giovanna d’Arco, da Le cordon infernal et autres contes moraux, di Claire Bretécher, 1977)
E’ vicenda comune, per chi è nato in una piccola città priva di sede universitaria, trasferirsi per proseguire gli studi.
Questo andar fuori è un’esperienza affettivo cognitiva struggente e straniante, che può diventare un confine invalicabile per molti, un andirivieni impaurito e frettoloso per alcuni, un modo di pensare e sentire per altri.
Il mio “andar fuori” per venire a studiare a Genova era timoroso, ma pieno di aspettative cresciute nel tempo, fra tumulti interiori e proteste sessantottine, tra le mura del Classico e per le vie cittadine.
Non era solo una necessità legata allo studio, era proprio aspirare a un altrove.
La facoltà di Medicina offriva allora un volto ancor più polveroso, arcigno e lontano dall’animo del tempo, non soltanto non c’erano quasi rapporti fra docenti e studenti, ma quei pochi erano improntati a distacco, esibizione di potere, negazione della componente umana dell’apprendimento.
La comunicazione istituzionale era abbastanza chiara: se vuoi diventare un medico devi sopravvivere a questo clima.
A differenza di alcuni giovani rampolli che sembravano entusiasti della sfida e coltivavano idee di gloria sul proprio futuro di brillanti clinici, come molti altri sopravvivevo non identificandomi in quel modello e il mio sopravvivere mi dava forza.
Unici sostegni, gli incontri con la sinistra studentesca, in cui si sarebbero poi preparate le elezioni per i Decreti delegati, e l’idea di diventare, un giorno, un medico “dal volto umano”.
Al terzo anno cominciai a sentire il desiderio di entrare in corsia e chiesi di poter frequentare il reparto di Clinica medica presso l’Istituto di Medicina interna.
Qui incontrai il mio primo “maestro”: non era il direttore di cattedra, che si vedeva poco, o l’aiuto, che si vedeva tutti i giorni, era un neolaureato di nome Guido Gigli.
Guido non m’insegnò soltanto i gesti di base della clinica e a fare da me alcuni esami ematologici, m’insegnò a stare vicino al malato.
Per quanto fosse molto scrupoloso e dedicasse molto tempo allo studio, sapeva stare vicino al malato con compassione e rispetto, lo rassicurava accogliendo le sue paure e non scaricandogli addosso le proprie e io ne vedevo gli effetti proprio nelle reazioni del malato: le persone riuscivano a tollerare meglio la loro malattia, anche quando era molto grave, ed erano, come si diceva, molto più collaborative.
Quel “modo” non era scritto in nessun testo né se ne parlava mai a lezione, Guido lo insegnava al nostro gruppetto di studenti semplicemente agendolo e noi ne traevamo ispirazione.
Mi piaceva molto stare in corsia e parlare coi malati e ci andai quasi ogni mattina per circa tre anni.
Un giorno l’aiuto mi disse: “Passi troppo tempo coi malati, la corsia non funziona così.”
Proprio in quel periodo, Paolo Milone, anche lui nella sinistra studentesca, mi invitò al gruppo per neolaureati e studenti che Carmelo Conforto teneva presso la Clinica Psichiatrica.
Fu il primo contatto con l’atmosfera psicoanalitica: nessun altro luogo da me conosciuto aveva l’intensità dell’ascolto e della comunicazione che si potevano sperimentare lì.
L’esperienza durò per due anni accademici e mi regalò molti sogni, cominciai la mia prima raccolta scritta.
Da quel momento l’inconscio diventa il mio compagno e io sento che, attraverso i miei sogni, mi parla, a volte, coi toni dell’ammonimento, altri, con quelli della consolazione. Non mi sento più sola, nemmeno nei momenti più duri: sento che c’è dentro di me qualcosa che ha cura di me e mi guida.
Gli studi, che languivano, improvvisamente hanno un’impennata, in un anno riesco a dare 11 esami e a costruire quel minimo di tesi che mi consente di laurearmi.
Nel frattempo faccio un nuovo incontro: uno psichiatra, Giandomenico Montinari, viene invitato a parlare in Clinica Psichiatrica della sua esperienza di direttore di una comunità terapeutica per giovani psicotici.
Sembrava uno psichiatra anglosassone di avanguardia, l’aspetto fisico, il modo di muoversi e di parlare erano diversi dalle tipologie nostrane.
Non collego subito a lui, quando Romolo Rossi, mio relatore di tesi, mi propone di presentarmi alla Comunità socioterapica Daily, di Genova Pegli, dove cercavano un giovane medico.
Entrare al Daily era un vero e proprio “andare fuori”: quel luogo nasceva da qualcosa che Montinari e sua moglie, Elena Giordano, arte terapeuta, lì affiancati da giovani curiosi e di belle speranze, avevano “portato da fuori”. Creare e far funzionare una struttura del genere, per quei tempi e per il nostro territorio, forse per l’intero paese, richiedeva un’audacia e una capacità di vedere lontano non indifferenti. Io ci rimarrò per un anno e mezzo.
Il Daily era la realizzazione di un approccio complesso alla psicosi: se la psicosi era il risultato delle relazioni familiari in un contesto sociale, la cura della psicosi non poteva che passare attraverso tutte le relazioni che lo psicotico aveva, tutte le figure che operavano con e intorno al paziente erano potenzialmente terapeutiche o problematiche, presentavano diversi gradi di problematicità o terapeuticità, frustrazione o soddisfazione del bisogno. Inoltre la componente sociale della terapia, che accompagnava quella individuale, forniva un gradiente verso il mondo esterno, da utilizzare sapientemente, fra bisogno di contenimento e necessità di sperimentare l’autonomia.
Era un campo esperienziale quotidiano a contatto con la psicosi per esercitarsi a riconoscere il proprio ruolo, senza cristallizzarsi nel ruolo, tra umori, odori e “bizzarrie”: eravamo contenuti e accuditi dall’organizzazione della struttura e dall’occhio vigile di Montinari non meno dei suoi ospiti (per calarsi in quell’atmosfera suggerisco la lettura de “Il buco nella rete”, G. Montinari, ECIG 1990).
Nell’estate dell’80, entro (prima come precaria, poi a tempo indeterminato) nel neonato Servizio di Salute Mentale della Valpolcevera.
Anche questo era un “andare fuori” entrando in contatto con qualcosa che “veniva da fuori”: fra i colleghi, con varie professionalità, c’erano persone che provenivano dalla chiusura degli ospedali psichiatrici liguri, basagliani e “aretini” provenienti anche da esperienze alternative all’ospedale.
Molto frequenti erano le discussioni in cui entravano in campo idee sistemiche, l’ideologia di Psichiatria democratica, la psicoanalisi e la cultura psichiatrica universitaria.
Il problema era che tutti parlavano ammiccando, come accadeva anche fra i giovani aspiranti psicoanalisti, io non capivo e mi sentivo naif.
Ero stata assunta come medico con altre figure professionali per formare un’équipe e metter su il primo servizio per tossicodipendenti della zona.
In realtà, in breve tempo, mi vennero affidati anche pazienti psichiatrici.
Metter su voleva dire “inventarsi il lavoro” nella certezza continuamente confermata che nessuno avrebbe detto “come” si doveva fare.
Mi dibattevo fra ideologia sociale, brandelli di letture psicoanalitiche, accese discussioni con i “saputelli”, dialogo nutriente coi miei sogni.
Il clima del Servizio era, all’opposto del Daily, quello di un campo esperienziale eccessivamente aperto, al limite dell’abbandono.
Mentre alcuni colleghi cominciavano le migrazioni formative e altri si attestavano sulle posizioni dell’ideologia antipsichiatrica, io, precaria e dovendomi mantenere da sola, vedevo la possibilità formativa a pagamento come qualcosa di molto lontano per me.
La maggior parte dei colleghi in formazione erano occupati a discutere per difendere le loro posizioni più che a mettere insieme risorse e non esisteva un vero spazio di condivisione.
Non avere un luogo, interno ed esterno, in cui poter riflettere era il vero problema.
Io mi avvitavo razionalmente nel tentativo di trovare spiegazioni da sola o appiccicando pezzi di letture e intuizioni.
Man mano che si accentuava la sofferenza di non capire cosa stavo facendo, cresceva la sensazione che fuori di lì sarei stata meglio e avrei trovato anche la mia personale “via all’analisi”.
Su questa spinta avvenne, grazie a Massimo Rebagliati, che già era in contatto con lei, l’incontro col pensiero e la figura di Silvia Montefoschi, allieva di Bernhard, che era stato allievo di Jung.
Nel suo primo libro, L’uno e l’altro, forniva un solido modello della relazione analitica in cui collocare “il va e vieni tra interdipendenza e intersoggettività” propri della costruzione del processo e, rivendicando con forza il valore terapeutico della presenza “non neutrale” dell’analista, sottolineava come l’analisi fosse una costruzione comune di significato, ma anche di libertà reciproca, il luogo dove la persona imparava a riconoscere la propria dipendenza, ma anche a sperimentare la propria libertà di soggetto.
Ciò comportava che il lavoro sul transfert e quello sul controtransfert avessero pari attenzione.
Accanto a questa prospettiva “democratica” dell’analisi, che vedeva analista e analizzato entrambi artefici del processo, Silvia enfatizzava il significato politico dell’analisi: la coppia analitica era anche un micro sociale con nuove regole, l’analizzato, in quanto soggetto e non oggetto dell’analisi, diventava in grado di “esportare” nelle sue relazioni esterne il modo intersoggettivo che stava sperimentando con l’analista.
Questa sintesi fra processo terapeutico e funzione sociale dell’analisi conquistò la mia mente e il mio cuore.
C’era anche un’altra cosa che amavo di Silvia: era irriducibile all’istituzione analitica non meno che a quella accademica, amava non dover difendere nient’altro che il proprio pensiero.
Inizio l’analisi con un suo allievo, Francesco Colombo: è l’incontro con il pensiero di Jung, l’avvio del processo individuativo, una bella avventura nel mondo simbolico.
I sogni non mi mancavano, ne avevo raccolti tanti, ma soprattutto non mi mancava il desiderio di capire “le cose che il mio inconscio mi stava dicendo da tempo”.
Ben presto iniziò anche il rapporto col gruppo analitico, da cui scaturirà poi un gruppo ristretto di supervisione per coloro che già lavoravano.
Sperimentavo una sensazione di appagamento nel sentire continuità fra la riflessione su di me, la riflessione condivisa e quella sul lavoro coi pazienti.
A questo punto, sentivo di aver trovato la mia strada e mi licenziai dal Servizio di Salute Mentale, dove ero rimasta per 6 anni.
In quel periodo Silvia Montefoschi decideva di trasferirsi da Milano a Genova per dar vita a un’esperienza formativa strutturata come una proto scuola: il Laboratorio di Ricerche Evolutive.
Oltre al lavoro individuale c’erano gruppi autocentrati di co-riflessione, di teoria e di metodo, condotti da Silvia e collaboratori, e un gruppo di supervisione autogestito fra chi di noi già lavorava.
Nel weekend la sede si animava dei molti allievi provenienti da tutta Italia e anche oltre confine.
Si mangiava insieme, si poteva parlare con Silvia anche nei momenti conviviali, in un clima di sacralità e condivisione che, se conteneva gli animi e le menti più focosi, permetteva però di esprimere anche le idee più “originali”.
Vivevamo immersi in un’atmosfera vitale. Noi genovesi mettevamo a disposizione le nostre case per gli allievi che venivano da fuori, così, dopo la cena comune, le discussioni proseguivano nelle case fino a tarda notte.
L’elemento caratterizzante era questo continuo stato di co-riflessione, cui ci allenavamo con la disciplina ad astenerci dal giudizio e a parlare del nostro vissuto.
Gli orizzonti culturali si aprivano al mondo della fisica, della biologia, alla filosofia, Aurobindo, i mistici occidentali.
Gli allievi “storici” di Silvia provenivano un po’ da tutti i campi del sapere e anche dal mondo della ricerca applicata.
La Fisica e la Biologia fornivano i paradigmi, di organizzazione della materia e di funzionamento del vivente, confrontabili col discorso sviluppato da Silvia in ambito analitico e ben si prestavano a raffigurare il va e vieni del dialogo interiore e intersoggettivo della relazione analitica e la funzione di recupero dell’energia vs la dispersione che si produceva nelle relazioni di dipendenza irrisolte.
Per quanto Silvia fosse per noi un “faro”, collaboratori e allievi ci sentivamo tutti coinvolti e “produttori” di conoscenza e questo ci dava un senso di appartenenza ed efficacia molto forti.
Quando il clima della scuola fu “maturo”, venne la proposta di lavorare a un esperimento che aveva lo scopo di amplificare e stabilizzare gli effetti della co-riflessione.
Dopo un primo assaggio in un gruppo ristretto, si pensò di estenderlo ad un gruppo allargato.
In questa fase l’idea della funzione sociale dell’analisi subì un’accelerazione nella direzione della costruzione di un sociale “in carne ed ossa”.
A Silvia piaceva l’idea di costruire una sorta di Ashram psicoanalitico, in alternativa alla struttura scuola, noi allievi ne eravamo affascinati.
La scuola subì una scissione quando “si fece la conta” dei partecipanti all’esperimento, a causa della radicalità delle scelte previste e dei problemi logistici: il tempo di sperimentazione era così ampio, il coinvolgimento personale così intenso che molte delle occupazioni mondane (gli incontri con gli amici, la famiglia, gli hobby) venivano meno.
Massimo ed io partecipammo a quell’avventura.
L’anno successivo alla scissione tutto quello che avevamo sperimentato insieme, in ore e ore di compresenza, compresi i weekend, registrazioni e trascrizioni degli incontri, cominciava a “premere” nelle nostre menti per essere sottoposto a una revisione metodologica.
Proponendo ai compagni di viaggio di riflettere su quello che avevamo fatto e come lo avevamo fatto ponevamo un quesito: è l’essere umano a doversi adattare a una teoria, per quanto evolutiva, o una teoria a dover essere il più possibile comprensiva della realtà umana così come essa si dà?
Volevamo analizzare quello che avevamo fatto, capire come lo avevamo fatto e quali erano i risultati, i punti deboli e le ricadute sul nostro lavoro coi pazienti.
Un bisogno nostro non condiviso, che portò al nostro distacco dal gruppo.
Con noi portavamo l’abitudine a co-riflettere, la voglia di studiare, la pazienza di registrare e trascrivere tutto.
Non volevamo rinnegare nulla, volevamo soltanto capire ripercorrendo con una diversa attenzione il cammino già fatto.
Per prima cosa, riprendemmo in mano Freud, Jung e Montefoschi, per uno studio comparato: volevamo vedere che cosa, e come, avevano affrontato nella riflessione sul lavoro terapeutico, da quale “implicito”, ricavabile dalla costruzione del discorso, potevano derivare certe conseguenze.
Ciò che l’analista “vede” in analisi come viene influenzato dal suo “modo di guardare”, dai paradigmi attraverso cui guarda?
E in che modo il suo modo si riflette poi nel modo in cui il paziente stesso impara a guardare se stesso?
Passammo poi a lavorare sulle trascrizioni di molte ore di registrazione, delle sedute e delle nostre riflessioni successive, ad analizzare la struttura del dialogo e il rapporto fra vissuti e dinamica del pensiero, il modo in cui una certa costruzione del pensiero e un certo vissuto interagivano fra loro.
Questo cominciare a “vedere” sia la riflessione teorica che la relazione come esperienze a diversi livelli interagenti fra loro ci guidò verso la Cibernetica e il pensiero di Gregory Bateson.
Furono questi i primi nuovi compagni di viaggio che ci accompagnarono dalla dialettica dell’inconscio, propria dell’ermeneutica junghiana, alla struttura in livelli logici applicata alla comunicazione interpersonale.
Come Silvia era stata per me, per noi, la porta d’accesso a un’analisi “democratica”, così Bateson era la porta d’accesso a un’epistemologia “dal volto umano”, così vicina all’uomo da poter diventare un’epistemologia “della vita quotidiana”, fruibile anche in analisi.
Nel decennale della sua morte, alla commemorazione fatta a Milano, incontrammo molti di coloro che, a vario titolo, lo avevano conosciuto: era straordinario il numero e la qualità di interessi delle persone che sentivano un debito di riconoscenza verso di lui, filosofi non meno che neuropsicologi, psicoanalisti, sistemici e studiosi di A.I..
Il suo pensiero e il suo modo di comunicare sembravano unire tutti: non era soltanto il suo concetto di “struttura che connette” a collegare i loro pensieri, era la qualità “umana” di quel modo di fare collegamenti che “univa invece di dividere”.
Tutto questo si poteva “respirare” in quell’incontro, misto al fermento per la nascita di un progetto interdisciplinare (che trovò nella nascente rivista Oikos la sua sede naturale) ispirato alla visione ecologica della mente che Bateson aveva inaugurato e che collegava studiosi dei due continenti. Fra questi, Edgar Morin, Francisco Varela, Heinz von Foerster, Donata Fabbri e Alberto Munari, Mauro Cerruti, Enrico Tiezzi, Sergio Manghi.
Intanto, nella Repubblica di San Marino, era nato, per volontà di Umberto Eco, il Centro Internazionale di Studi Semiotici e Cognitivi, un centro interdisciplinare che si proponeva di far dialogare insieme le scienze della mente, a cui accorreranno filosofi della mente, linguisti, neurofisiologi, studiosi di intelligenza artificiale, antropologi, psicoanalisti.
Il massimo livello di riflessione e il massimo sforzo di condivisione sul mind-body problem.
Massimo ed io seguiremo i lavori del Centro fin dalla nascita per sette anni.
Si avvicendavano personaggi provenienti da prestigiosi istituti di ricerca americani ed europei: Putnam, Chomsky, Varela, Dennet, Churchland, Searle, Piattelli Palmarini, Gilles Fauconnier, Johnson-Laird, John Haugeland, Jean Petitot, Jerome Bruner, Jerry Fodor, Gerald Edelman…
Eco aveva avuto la geniale idea di costruire una cittadella scientifica dove docenti universitari e studenti potessero incontrare e comunicare di persona con studiosi altrimenti raggiungibili solo con costose trasferte in posti disparati del mondo, un’idea decisamente democratica a cui gli stranieri aderivano con entusiasmo e che rappresentava un’occasione vantaggiosa per far dialogare i migliori nomi delle università italiane con studiosi di tutto il mondo.
L’incontro con queste figure ci permette di assaporare, più ancora delle letture, un modo di fare, proporre e costruire insieme conoscenza molto lontano da certe spocchiosità accademiche o verbosità libresche.
Il modo semplice di presentarsi, la capacità di parlare e ascoltare da punti di vista diversi, ma alla ricerca di convergenze, che Eco favorisce e sapientemente alimenta coi suoi interventi, ci ripagano della fatica del viaggio, della comprensione (quasi sempre in inglese, ogni tanto, in francese) e dei costi (francamente “politici” per tale qualità).
La nostra sensazione era di essere immersi in un nuovo Rinascimento, di esserne parte: nasceva un movimento scientifico multidisciplinare proprio nel momento in cui noi sentivamo il bisogno di dare risposte complesse a certi problemi terapeutici.
L’immersione in questo clima ci appassionerà ulteriormente alla componente cognitiva del lavoro coi pazienti, alla riflessione sul rapporto fra le sensazioni, emozioni e il modo di costruire i pensieri.
Questo interessamento non nasceva da una scelta a priori, ma dalla constatazione, nella pratica clinica, della difficoltà che le persone incontravano a riconoscere e usare in modo efficace i propri strumenti di conoscenza nella relazione con se stessi e col mondo.
In quel momento l’intento nostro era ridare al soggetto consapevolezza e padronanza dei propri strumenti affettivi e cognitivi.
Uno scopo di secondo livello era che, attraverso una maggior cura nei confronti del proprio modo di costruire pensieri e una maggior attenzione agli effetti emozionali prodotti da modi diversi di costruire il pensiero, la persona cominciasse a storicizzare la propria esperienza, arrivasse a collocarla non tanto in un flusso di lettura simbolica, ma in una visione sistemica, relazionale e sociale del proprio essere al mondo.
L’espressione di questi intenti sta nella dicitura del nostro studio: L’Educazione della mente.
A distanza di qualche tempo troveremo in libreria un libriccino dedicato ai genitori scritto dal pedagogista Lucio Lombardo Radice. Questo incontro non ci dispiacque affatto, anzi, ci commosse.
Oggi stentiamo un po’ a riconoscerci in questa visione pedagogica dell’analisi e la ricordiamo con l’affetto che si riserva ai ricordi di gioventù.
A quel punto però nacque in noi anche il desiderio di esplorare una delle fonti dell’educazione affettivo cognitiva, nel bene e nel male: la scuola.
Ci interessava capire come l’agenzia educativa per eccellenza influiva sull’apprendimento della costruzione del pensiero e dell’integrazione affettivo cognitiva e valutare se ci fossero spazi di intervento metodologico dell’approccio analitico complesso che stavamo sviluppando.
La scuola, col suo porre l’accento più sull’apprendimento di contenuti dati che sullo sviluppo di personali procedure per conoscere, contribuisce largamente ad alimentare un modo frammentario e astratto di costruire pensieri, modo che non sostiene la persona nel suo impatto con la realtà, sia di studio che di vita quotidiana.
L’esperienza nella scuola, che si estende dalla scuola materna all’università, data ormai vent’anni, oltre 40 progetti realizzati, molti giovani colleghi coinvolti, centinaia di docenti, dirigenti scolastici, studenti, genitori incontrati, una mole cospicua di documentazione.
La considero uno dei passaggi formativi “sul campo” per me più faticosi e complessi.
Da questo incontro scaturirà una consapevolezza psicofisica del rapporto individuale e gruppale con l’istituzione, di cui la scuola rappresenta uno snodo essenziale, collocandosi non soltanto come istituzione in sé, ma, proprio per i suoi principi fondativi, come istituzione al servizio di altre istituzioni.
Calarci, con la nuova consapevolezza acquisita, anima e corpo nella scuola ci ha permesso di comprendere molto meglio i meccanismi di condizionamento, gli effetti sul soggetto e sul gruppo, il funzionamento istituzionale globale.
Affrontiamo l’incontro con la scuola come una grande ricerca, proponiamo e realizziamo progetti che hanno la forma del laboratorio, cerchiamo di sviluppare la costruzione cooperativa della conoscenza.
I lavori sono tutti di gruppo, i gruppi producono anche i materiali per le ricerche, i dati vengono poi elaborati e restituiti a tutti.
Il prototipo, della durata di 3 anni, è il Laboratorio di Educazione all’Epistemologia, presso il Liceo Scientifico “O. Grassi” di Savona, che coinvolge l’intero istituto (900 studenti, 80 docenti) e si dà l’obiettivo di condurre un’Autoanalisi d’Istituto – ne scaturirà il libro omonimo da noi curato.
Intanto, sia il lavoro nella Scuola, come occasione di collaborazione, sia gli incontri per il costituendo Ordine degli Psicologi, erano diventati occasione di scambio con colleghi, più o meno giovani.
Si andava formando un abbozzo di rete fra colleghi di formazione e aree di interesse diverse e nasceva la voglia di sperimentare e lavorare insieme.
Lo scambio più significativo è quello con i colleghi di formazione psicocorporea.
Primo fra tutti, Maurizio Filippeschi, che ci introduce all’approccio reichiano con momenti esperienziali condotti da lui e successivamente da Giovanni Colombo.
Sono lavori di gruppo per gruppi piccoli e medi, anche residenziali.
Quello che mi colpiva era, da un lato, l’intensità della comunicazione che si ottiene con l’esercizio, dall’altro, l’apparente discrepanza fra la complessità esperienziale e la sua descrivibilità: mi sembrava che la parola fosse infinitamente meno esplicativa di quanto avveniva nell’esperienza che l’esperienza stessa.
Questo rendeva cauto il mio avvicinamento a questo approccio: mi interessava e ne riconoscevo l’efficacia, ma non averne “una descrizione per me convincente” mi frenava.
Il dialogo con “i corporei” prosegue, con momenti di avvicinamento e periodi di distacco.
Finché, nel 2007, incontro “i bioenergetici” grazie alle conferenze di Nicoletta Cinotti, cui partecipano anche Maurizio Filippeschi, che, seguendo la sua passione per gli approcci al corpo, sta completando gli studi in Osteopatia, e altri colleghi di varie formazioni.
A quel punto, che sia cambiato qualcosa in me, che sia mutato il linguaggio, che sia la prospettiva dialogica fra approcci diversi favorita da Nicoletta, il mio interesse aumenta.
La formazione analitica ci aveva abituati a una concezione dell’analisi come via di conoscenza densa di sofferenza e protesa all’ampliamento della consapevolezza di sé e del senso del proprio essere al mondo.
La via autonoma da noi poi seguita mirava allo sviluppo di una maggior padronanza degli strumenti cognitivi e della comunicazione per un miglioramento della qualità della vita relazionale.
Ma rimaneva aperto il problema del benessere.
Comprendere il senso, comunicare meglio con se stessi e con gli altri non portano con sé lo “stare meglio”: il lavoro terapeutico produce molti momenti di benessere, soprattutto quando il paziente sperimenta gli effetti di un cambio di prospettiva, ma questi effetti non sono stabili e vanno continuamente alimentati.
Paradossalmente si diventa “migliori”, ma non “più felici”.
La Bioenergetica porta il corpo del paziente e del terapeuta all’attenzione del lavoro analitico e in quest’attenzione ricerca la risposta al problema del benessere lasciato aperto dall’analisi attuata attraverso la parola.
I nostri modi di stare male si sono “fissati” nel nostro corpo, come risposta relazionale, ben prima della parola, per questo la parola come strumento terapeutico ha un limite, è un discorso a metà.
Dare spazio al corpo non significa improvvisarsi “corporei”, significa soltanto accogliere le piccole osservazioni “corporee” ingenue che viene spontaneo fare durante l’incontro col paziente, invitare il paziente a prestare attenzione non solo alle proprie emozioni, ma anche alle percezioni del corpo, riconoscere anche le proprie risposte corporee come parte del dialogo.
Ritrovo così nell’approccio corporeo il gusto per l’esplorazione che mi ha sostenuto nel mio percorso personale e nel mio lavoro, un’apertura allo scambio fra teorie e prassi diverse di cui sento il bisogno e, in più, una qualità umana nello stare vicino alle persone che deriva proprio dalla qualità dell’attenzione ai corpi, il proprio e gli altrui.
Il mio racconto finisce qui, il viaggio, spero di no.
Vorrei poter dire a coloro da cui ho imparato qualcosa: grazie per non avermi spaventata, grazie per non avermi fatta sentire stupida, grazie per avermi voluto bene senza pretendere atti di devozione.
Ma non è sempre andata così, non esiste il maestro perfetto, esiste l’allievo che cerca di farsi amare.
Voglio invece ringraziare per i tre motivi di cui sopra i compagni con cui ho condiviso e condivido oggi il piacere del viaggio.
E voglio ringraziare Massimo, che è stato e rimane il mio migliore compagno di scuola, un compagno davvero.
Maura Rossi, febbraio 2009