Archive for January, 2009

Andavamo

Monday, January 26th, 2009

Il luogo della vulnerabilità

 

Quando ho iniziato a occuparmi di bioenergetica facevo l’università a Firenze, avevo 20 anni ed ero iscritta a Pedagogia. Allora Pedagogia era una fucina di idee e personaggi – quegli stessi personaggi che molti anni dopo hanno dato vita alla facoltà di Psicologia di Firenze – sede attiva di occupazione studentesca.

Il clima era fertile: idee nuove, originali, alcune decisamente strane. Io esploravo, curiosa, pensando che, con i primi soldi, avrei iniziato una terapia. Arrivati i primi soldi da studente lavoratore scoprii che Jules Grossman, un americano che aveva suscitato molto interesse in Italia, teneva dei workshop, organizzati dall’Istituto di Psicosomatica di Prato. Di quell’istituto faceva parte anche Massimo Rosselli, un personaggio significativo della Psicosintesi italiana in generale e fiorentina in particolare. Ho conosciuto così la bioenergetica, e ho iniziato ad “andare” nel territorio della psicoterapia. Attorno a Grossman, chiamato per la prima volta in Italia dall’Istituto di Bioenergetica W. Reich diretto da Luigi de Marchi, e poi contattato dal gruppo di Prato, si era ben presto formato un gruppo, ampio e stabile, di persone interessate al lavoro corporeo. Sono seguiti tre anni di lavoro intenso, un po’ magico. Mi sentivo e, credo di non sbagliare, ci sentivamo, esploratori. Sia perché la psicologia aveva da poco conquistato un suo statuto indipendente con le prime due facoltà italiane di Roma e Padova, sia perché in questo territorio nuovo la psicoterapia corporea era ancora più avanguardista.

Con un po’ di esterofilia tipicamente italiana, gli “americani” dominavano lo scenario. Oltre a Grossman, lavoravano in Italia molti international trainer americani, contribuendo alla formazione della prima generazione di psicoterapeuti corporei. Erano anni molto liberi, prima della nascita delle scuole di formazione strutturate, anni molto lontani, se non altro come spirito, dalla legge del 1989 che costituiva l’ordine degli psicologi e regolamentava la formazione in psicoterapia. In quella libertà la sperimentazione era la regola. Spesso era una sperimentazione estrema che non rispettava le regole del setting e, a volte, nemmeno le regole del “buon senso”. I miei compagni d’avventura erano persone più adulte, dai 30 ai 40 anni, che guardavano alla mia giovinezza a volte con fare protettivo, a volte competitivo.

Ho iniziato da sola a darmi delle regole di setting, selezionando i terapeuti sulla base di un’etica che mi costruivo e che era, insieme, comparativa. C’erano cose che funzionavano e altre che mi disturbavano. Cercavo di studiare ed esplorare, nella letteratura e dentro di me, cosa faceva la differenza.

In quegli anni era anche abbastanza frequente che singoli terapeuti iniziassero un processo formativo con gruppi misti di allievi. Gli allievi potevano essere medici o psicologi ma anche filosofi, pedagogisti, insegnanti o semplicemente pazienti che accedevano a livello della formazione. Con alcuni di loro abbiamo dato vita, sotto lo stimolo di Jules Grossman, ad una esperienza di peer education, che si chiamava “Genesis”. Era un gruppo autogestito dove la formazione era una responsabilità condivisa e, a turno si proponevano, come conduttori, le proprie sperimentazioni. Le condivisioni dei partecipanti – che erano così a volte allievi e a volte formatori – contribuivano a costruire una retroazione conoscitiva della esperienza proposta. Malgrado la difficoltà di questa sperimentazione credo che il gruppo sia andato avanti per circa 3 anni. Nel frattempo l’idea di fare, come professione, la psicoterapeuta, si andava strutturando e con questa la necessità di una formazione più specifica e articolata. Una idea che poi mi avrebbe portato alla laurea anche in psicologia e alla specializzazione in analisi bioenergetica SIAB. Ma in quel momento la sperimentazione e l’apertura a panorami ampi era ancora l’interesse prioritario. Il territorio dell’esplorazione rimaneva quello della psicoterapia corporea, bioenergetica o reichiana, e delle tecniche che fiorivano attorno alla psicoterapia corporea come il rebirthing, il rolfing e alcune discipline orientali.

Avevo seguito la serie dei workshop di Jules Grossman e partecipato, come organizzatrice, oltre che come allieva, alla formazione quadriennale di Teddi Grossman. L’elemento comune di queste formazioni era il fatto che erano incentrate su un unico formatore. Anche la formazione quadriennale con George Downing, che avevo fatto successivamente, era praticamente basata tutta su di lui. Queste formazioni, per quanto proponessero esperienze diverse ed estremamente interessanti, mi lasciavano sempre molti dubbi. Troppo legate alla loro personalità, finivano per essere una esperienza ad una “voce sola”. Dissenso, dibattito ed individuazione degli allievi non erano veramente apprezzati. Questo canto solitario ed esclusivo, contagiava gli allievi che si sentivano, quasi sempre, persone “speciali” con qualità uniche e un segno del destino nel loro scenario esistenziale. Io non stavo bene nell’essere “speciale”: anzi attivava in me sensazioni di disagio, inadeguatezza, confusione e bisogno di definire i confini. La mia anima concreta, pragmatica, chiedeva di essere ascoltata. Avanzare dubbi era però una specie di “reato di lesa maestà” e questo svegliava in me l’altra mia anima, quella democratica e così tra pragmatismo e democrazia continuavo nella mia ricerca. Ero approdata intanto al GTS, una esperienza di formazione in Gestalt il cui ideatore, Ischa Bloomberg, era stato allievo diretto di Fritz Perls negli Stati Uniti. Il suo progetto formativo per me era più accettabile: costruire una comunità in formazione, in cui, con l’esperienza della convivenza residenziale e con il contributo di diversi formatori, si arrivava a formare dei terapeuti Gestalt. Lui e la moglie costituivano il nucleo centrale, il “core” della comunità, e proponevano uno stile di formazione in cui, oltre ad un intenso lavoro di gruppo, era proprio il condividere la familiarità della vita insieme, che faceva parte del processo formativo. Gli incontri duravano un fine settimana al mese e poi c’erano periodi più lunghi di residenzialità. Io avevo da poco concluso la formazione con George Downing, i suoi seminari erano condotti solo da lui, con rigore, rispetto delle regole e una relazione umana distanziante, che, credo, fosse il suo modo di intendere le regole di setting. Alla fine del percorso di 4 anni eravamo riusciti ad organizzare un seminario residenziale di 5 giorni che avrebbe costituito la chiusura del percorso formativo e che, si sperava, avrebbe dato la possibilità di un clima di maggiore condivisione con il nostro formatore. Lui aveva accettato ma, con sorpresa e disappunto, avevamo scoperto solo all’ultimo momento, a seminario iniziato, che lui avrebbe dormito e mangiato in un albergo vicino. Nel frattempo, sulla spinta del suo legame con la teoria delle relazioni oggettuali, avevo iniziato ad approfondire il pensiero psicoanalitico con la partecipazione a seminari tenuti da psicoanalisti  della Società Italiana di Psicoanalisi. Mi trovavo così di fronte a due scenari opposti: una condivisione di vita attraverso la quale imparare a conoscersi per far crescere il processo riflessivo interattivo, nell’esperienza gestalt con Ischa Bloomberg, e dall’altra una modalità regolata, strutturata e a volte, molto – troppo – distante dall’esperienza concreta delle relazioni vissute anche sul piano terapeutico.

Andavo a fare la formazione in gestalt con il mio bambino, che allora aveva 10 mesi e la babysitter, un piccolo trasloco ogni volta e mi mettevo in un processo vitale, disordinato ma nutriente. Poi tornavo e il resto della mia vita era di studio degli autori del pensiero psicoanalitico, regole di setting, che in quegli anni applicavo con un rigore da “caccia alle streghe”, continuando a dibattermi su come trovare un po’ di integrazione tra questi due aspetti che erano, entrambi, parte espressiva di me. Ero giovane e con già 10 anni di formazione alle spalle eppure pativo la difficoltà di integrare le regole, la struttura, con l’esperienza vissuta che si realizzava nella relazione terapeutica. La mia giovinezza mi rendeva esuberante e insofferente. Non mi riconoscevo ancora in pieno in nessuna delle esperienze formative che avevo fatto. Ma ero convinta che sarebbe stato possibile, cercando ancora, questa integrazione.

Anche nella terapia individuale avevo già “girovagato” abbastanza. Avevo fatto 3 anni di psicoterapia selvaggia, dove io ero sicuramente più sana dello psicoterapeuta a cui dovevo continuamente mettere delle regole. Alcune anche banali, tipo non arrivare in ritardo – la terapeuta non io – non parlare dei fatti suoi, non prendersi ad esempio. Quando finalmente me ne ero andata  avevo fatto 7 anni di psicoterapia individuale e di gruppo con Teddi Grossman e mi sentivo come un criceto che gira nella ruota. La terapia non procedeva e io volevo andare avanti. Avevo fatto seminari con Alberto Torre, Susan Schwarz, Giorgio Salomoni, per quello che riguardava la vegetoterapia reichiana ma non ero entrata in terapia individuale con loro.

Poi mi avevano parlato di una psicoterapeuta bioenergetica, allora presidente della Società Italiana di Analisi Bioenergetica, Gabriella Buti Zaccagnini. Chiesi un appuntamento e, mi sembra per la prima volta, mi trovavo di fronte a qualcuno che dava le regole e rimaneva vicina. Qualcuno che dava le regole e non si nascondeva dietro queste regole. Qualcuno che dava le regole e non c’era differenza tra lei e le regole. Fu amore a prima vista. Dentro quelle regole – offerte in quel modo – sentivo che potevo crescere, misurarmi con la frustrazione e che entrambe avevamo un posto. La sensazione di confusione si organizzava in contenuti elaborati. Io amo le regole. Una parte considerevole della mia psicoterapia è stata per me, cresciuta “selvaggia” sia nell’infanzia che nei primi dieci anni della mia formazione, gustare la protezione delle regole, la misura e la definizione che offrono. Non vorrei che si pensasse che sono una persona obbediente. Mettevo regolarmente a repentaglio, da vera “cattiva paziente”, tutte le regole che mi dava. E lei rimaneva al suo posto, senza raccogliere reattivamente, ma elaborando riflessivamente. E in quel momento lì, in cui disubbidivo e lei rimaneva con me mantenendo la regola, la incontravo e – uso una parola che in terapia viene vista con sospetto – la amavo. Ecco vorrei parlare della parola amore, perché alla fine, in tutto questo andare, tutto quello che mi è rimasto, di questa grande galleria di personaggi, è ciò che va sotto la parola amore. Le cose che mi hanno insegnato, quando erano solo teoriche non mi hanno veramente arricchito. Tutte le volte in cui mi insegnavano qualcosa che apparteneva davvero a loro, che era maturato nelle loro “viscere”, in quell’atto di generosità che rispecchiava un processo di integrazione, imparavo davvero. E quell’insegnamento era una delle forme molteplici dell’amore. L’amore tra docente e discente. Gli altri insegnamenti  li ricordo ma si sono fermati in me solo se hanno trovato un aggancio interiore, altrimenti stanno “in archivio” come l’elenco dei numeri telefonici che ricordo a memoria.

Quando mettiamo le regole di setting, rispettiamo e “amiamo” le persone, quando permettiamo loro il dubbio, il dissenso, il conflitto, senza offenderci, “amiamo” e rispettiamo, due termini che sono per me sinonimi e sincronici, alla relazione terapeutica. Alla fine, quello che ho imparato davvero, è passato attraverso lo scambio umano rispettoso e sintonico. Quello scambio che passa attraverso il darsi e dare le regole della relazione terapeutica. Regole che non riguardano solo i pazienti ma anche, e prima di tutto, i terapeuti. Confini che definiscono la qualità, la natura e la struttura del nostro impegno reciproco. Chiediamo ai pazienti perché chiediamo a noi stessi: rigore e comprensione, approfondimento e riflessione, impegno e passione. Per me questo ha significato darmi una pluralità di voci formative integrate in una struttura. Ha significato l’integrazione tra struttura e processo creativo, in cui entrambi siano elementi riconosciuti e riconoscibili. La mia esperienza di incontro tra struttura e processo formativo è stata vissuta nella SIAB, nell’incontro di tanti diversi didatti, nell’incontro con Lowen, che ha, da subito, creato una struttura democratica di formazione, cogliendo i rischi dell’individualismo e del narcisismo nel rapporto di formazione.

Oggi penso che ognuno sceglie il proprio registro formativo, quello che è congruente con la propria struttura di pensiero e di esistenza, che tutti permettono di curare se si fa riferimento a questa integrazione tra stabilità e cambiamento rappresentata dall’interazione tra struttura e processo creativo. Una integrazione che si alimenta attraverso l’esperienza vissuta nella psicoterapia.

Avere un gruppo di formatori, impegnati reciprocamente in un processo di verifica mi sembra il modo per ridurre le propensioni narcisistiche della nostra professione. Propensioni narcisistiche che sono un rischio professionale tipico della nostra categoria. E il narcisismo toglie umanità. La relazione con gli altri, lo scambio, la verifica continua, ci permette di non cadere in questo incantesimo disumanizzante che è il rischio che corrono tutti coloro che sono coinvolti, a vari livelli, in un processo di cura. In questo senso credo che, tanto più curiamo, tanto più abbiamo bisogno di confrontarci con altri, in un processo che può e deve “metterci in discussione”, toglierci dalla protezione offerta dalla nostra competenza, per collocarci nel luogo in cui siamo umani. Il luogo della vulnerabilità.

Alla fine, tutto il mio esplorare ha questa meta: il contatto con la mia vulnerabilità. Un andare che è anche un arrivare.

 

Nicoletta Cinotti,

Camogli 25 Gennaio 2009

Lo stato dell’arte della psicologia in Liguria

Tuesday, January 20th, 2009

Il senso di isolamento è un’esperienza comune, legata al fatto che nel nostro lavoro sperimentiamo in modo profondo molti cruciali momenti di passaggio e questo rende molto forte il bisogno di incontrare persone con cui condividerne lo stato d’animo.

 

Anche se lo scopo razionale è il confronto sulle idee, quello emozionale è: tranquillizzami, con la tua presenza amorevole e attenta, che ciò che sto pensando e facendo non è “sbagliato” e che tu sei disposto a pensarlo con me e ad aiutarmi ad arricchirlo senza demolirlo.

 

Sappiamo quanto la scienza “ufficiale” sappia troppo spesso negare, nei modi e nei contenuti, questo bisogno e soffochi in giochi di potere e prestigio molti buoni tentativi di farla progredire verso una teoria e una pratica più vicine all’uomo.

 

Seguendo la nostra spinta, abbiamo, negli anni, incontrato, in tante occasioni, molti colleghi, di orientamenti, esperienze ed età diversi, e abbiamo visto che nel nostro territorio esistevano diversi luoghi in cui la coesistenza fra legami affettivi e interessi culturali aveva prodotto esperienze ricche, ma un po’ nascoste, potremmo forse meglio dire: protette.

 

Ci piacerebbe che questo progetto, mantenendo e valorizzando quello spirito di “stare insieme amichevolmente per fare scienza”, cioè il senso di un’amorevole e attenta presenza reciproca, diventasse un luogo di scambio fra le diverse esperienze, ricostruendo e delineando insieme lo stato dell’arte della Psicologia in Liguria.

 

Benvenuti sono quindi i contributi, mai o già pubblicati e discussi, progetti ed esperienze passati o attuali, “sogni nel cassetto” che hanno bisogno di trovare ossigeno in uno scambio alla pari.

Questo è il primo, fondamentale livello e scopo di questo progetto: la scoperta della Psicologia in azione in Liguria.

 

Il contributo di tutti potrebbe aiutare a rispondere, ad un secondo livello, ad alcune domande.

 

Qual è la vocazione della Psicologia in Liguria?

 

Verso quali campi si orienta?

 

In quali modi e con quali strumenti li affronta?

 

Quanto sa comunicare su ciò che fa e come lo fa?

 

Qual è il peso della ricerca, in senso stretto e in senso lato, nell’ambito psicologico ligure?

 

Ciascuno di noi addetti allo studio e alla pratica della Psicologia si è trovato a vivere esperienze professionali diverse, nel corso della sua vita: c’è chi ha lavorato in ambito pubblico, chi in ambito privato o libero professionale, chi è coinvolto in attività di ricerca, chi in ambito sociale, ecc ecc.

 

Inoltre ognuno fa riferimento a uno o più modelli teorici e pratici, sia aderendovi fedelmente, sia in modo innovativo.

L’esperienza di noi tutti potrebbe essere un interessante indicatore di come teorie e pratiche nate altrove abbiano trovato una declinazione particolare sul territorio.

 

Il fatto, che sembrerebbe avere una certa diffusione, di colleghi che si sono formati in più approcci o li hanno studiati e integrati aprirebbe un’interessante riflessione su una tendenza a innovare attraverso l’integrazione.

 

L’ultima domanda cui provare insieme a rispondere potrebbe essere: che cosa pensiamo che la Psicologia potrebbe fare per un territorio come quello ligure?

Per rispondere a questa domanda dovremmo fare appello ai bisogni percepiti durante l’incontro con le persone, con i gruppi intra ed extraistituzionali con cui siamo venuti in contatto.

 

Costruire insieme un quadro così complesso sicuramente non è semplice, forse è addirittura impossibile.

Possibile, perché lo abbiamo già constatato, è dar l’avvio a uno scambio allargato che trasmetta a tutti noi la sensazione di far parte di un consesso attento e disponibile, competente, ma solidale in cui non ci sia bisogno di sgomitare o prevaricare per ricevere attenzione o esprimere un’idea interessante.

 

Personalmente sento che non c’è niente di più scientifico dello sguardo di un bambino e credo che, se noi riusciamo, aiutandoci reciprocamente, a coltivarlo e conservarlo intatto, libero dall’esser costretto a vedere “ciò che i genitori vogliono che lui veda”, pena il farlo sentire non amato, avremo fatto un buon lavoro per tutti noi e per la Psicologia.

Maura Rossi

Andavamo fuori

Saturday, January 17th, 2009

Storie di migrazioni psicoanalitiche e altre vicende psicologiche, prima della legge 56/89

 

Vorremmo parlare del tempo in cui diventare psicologo per un ligure voleva dire scegliere fra due destinazioni altrettanto lontane, Padova o Roma, del tempo in cui formarsi alla libera professione per un ligure comportava un percorso di ricerca che portava “altrove”.

La strada formativa iniziava con la ricerca del maestro, la figura di riferimento che sapeva toccare il nostro cuore e la nostra mente.

Cominciavano così a formarsi i pensieri e le emozioni che sostanziavano la relazione prima ancora che questa iniziasse.

Si arrivava all’incontro già “colmi” della relazione col maestro.

Tutto poteva cominciare dall’ascolto durante una conferenza, una lezione all’università, dalla lettura di un libro, dal racconto di chi già conosceva questa figura…

 

Questo era il primo “altrove” sperimentato: il sentirsi vicini a una persona prima ancora di averla conosciuta direttamente.

Un “riconoscimento” che alimentava un affetto e una devozione che poi ci avrebbero sostenuto nelle difficoltà, anche molto pratiche, di un cammino “verso noi stessi”.

 

Ma l’“altrove” molto spesso non era soltanto interiore, era anche logistico.

Ci si doveva spostare, al nord, a est, verso le grandi città dove vivevano i maestri di allora.

Senza contare coloro che si spostavano verso un’altra nazione, cercando altri modelli terapeutici ancora sconosciuti o non rappresentati nel nostro paese.

 

Questi viaggi verso mete più o meno lontane erano carichi di significato: un andare e venire in cui ci si staccava dall’ambiente noto per trovarsi, in un luogo altro, più vicini a se stessi, e viceversa.

Il viaggio stesso era parte della terapia, sostegno al percorso analitico, luogo paradossale di elaborazioni e rielaborazioni del pensiero e delle emozioni.

 

Di tutto questo patrimonio, che stava “fra una seduta e l’altra”, sembra non rimanere quasi nulla oggi che la Liguria si è dotata di centri di formazione come le scuole di psicoterapia e che i terapeuti che un tempo “andavano fuori” hanno aperto i loro studi sul territorio.

Cosa resta di quel viaggio, di quell’esperienza di “andare verso” che dava la sensazione di essere “protagonisti del proprio destino e della propria formazione”?

 

Forse si è perso, col viaggio, anche il senso che curarsi e formarsi sono indissolubili e che non esiste una tecnica senza l’esperienza personale.

Eppure ancora oggi “andare verso, andare altrove” è un’esperienza terapeutica preziosa: lo è già, in piccola misura, immergersi in un paese sconosciuto anche per pochi giorni, come durante una vacanza.

Sempre che “ci si immerga”, invece di passare frettolosamente con passo da turista.

 

E si è persa forse anche la trasmissione del significato del viaggio a chi oggi è allievo in formazione.

Non era comodo, rendeva ancora più alti i costi della formazione, bisognava arrabattarsi per pagare queste spese, dedicare, quando andava bene, una mezza giornata fra andata, seduta e ritorno.

Ma era la prima cosa che si faceva “interamente per se stessi”, il primo “prendersi fra le braccia e condursi”, unico e insostituibile.

 

Lungi dal rimpiangere il tempo che fu, ma col desiderio di recuperare il significato del viaggio, vorremmo raccogliere, dalle parole di chi l’ha vissuto, il racconto di questa misconosciuta migrazione ligure.

Certi che essa abbia un’importanza fondativa per la storia della Psicologia nella nostra regione, quale preistoria di ogni sviluppo successivo.

 

Ci sembrava importante e doveroso, da parte di un sito dedicato alla Psicologia in Liguria e il più possibile aperto ai contributi di colleghi e studiosi di campi correlati, ricordare chi siamo e da dove veniamo.

Prima della Psicologia in Liguria ci sono stati quei colleghi migranti che l’hanno cercata e che qui l’hanno portata.

 

Ricordare la loro esperienza ci permette di capire il senso di un lavoro in una terra così particolare anche dal punto di vista fisico.

Nella speranza che emergano anche gli aspetti creativi, le rielaborazioni, gli stili di lavoro particolari che ne sono scaturiti.

 

Alcuni di coloro cui stiamo pensando sono anche veri e propri fondatori, padri e madri, di quanto di innovativo possiamo incontrare sul nostro territorio.

 

Ci sono tante cose che questa terra nasconde, per rustico pudore, per invidia, per millenaria paura dell’altro.

Forse nasconde anche le cose buone che la Psicologia ligure ha fatto e sa fare, forse nasconde anche le cose buone che i vecchi possono insegnare ai giovani.

 

Un affettuoso grazie a chi vorrà dare il suo contributo.

Maura Rossi