Il luogo della vulnerabilità
Quando ho iniziato a occuparmi di bioenergetica facevo l’università a Firenze, avevo 20 anni ed ero iscritta a Pedagogia. Allora Pedagogia era una fucina di idee e personaggi – quegli stessi personaggi che molti anni dopo hanno dato vita alla facoltà di Psicologia di Firenze – sede attiva di occupazione studentesca.
Il clima era fertile: idee nuove, originali, alcune decisamente strane. Io esploravo, curiosa, pensando che, con i primi soldi, avrei iniziato una terapia. Arrivati i primi soldi da studente lavoratore scoprii che Jules Grossman, un americano che aveva suscitato molto interesse in Italia, teneva dei workshop, organizzati dall’Istituto di Psicosomatica di Prato. Di quell’istituto faceva parte anche Massimo Rosselli, un personaggio significativo della Psicosintesi italiana in generale e fiorentina in particolare. Ho conosciuto così la bioenergetica, e ho iniziato ad “andare” nel territorio della psicoterapia. Attorno a Grossman, chiamato per la prima volta in Italia dall’Istituto di Bioenergetica W. Reich diretto da Luigi de Marchi, e poi contattato dal gruppo di Prato, si era ben presto formato un gruppo, ampio e stabile, di persone interessate al lavoro corporeo. Sono seguiti tre anni di lavoro intenso, un po’ magico. Mi sentivo e, credo di non sbagliare, ci sentivamo, esploratori. Sia perché la psicologia aveva da poco conquistato un suo statuto indipendente con le prime due facoltà italiane di Roma e Padova, sia perché in questo territorio nuovo la psicoterapia corporea era ancora più avanguardista.
Con un po’ di esterofilia tipicamente italiana, gli “americani” dominavano lo scenario. Oltre a Grossman, lavoravano in Italia molti international trainer americani, contribuendo alla formazione della prima generazione di psicoterapeuti corporei. Erano anni molto liberi, prima della nascita delle scuole di formazione strutturate, anni molto lontani, se non altro come spirito, dalla legge del 1989 che costituiva l’ordine degli psicologi e regolamentava la formazione in psicoterapia. In quella libertà la sperimentazione era la regola. Spesso era una sperimentazione estrema che non rispettava le regole del setting e, a volte, nemmeno le regole del “buon senso”. I miei compagni d’avventura erano persone più adulte, dai 30 ai 40 anni, che guardavano alla mia giovinezza a volte con fare protettivo, a volte competitivo.
Ho iniziato da sola a darmi delle regole di setting, selezionando i terapeuti sulla base di un’etica che mi costruivo e che era, insieme, comparativa. C’erano cose che funzionavano e altre che mi disturbavano. Cercavo di studiare ed esplorare, nella letteratura e dentro di me, cosa faceva la differenza.
In quegli anni era anche abbastanza frequente che singoli terapeuti iniziassero un processo formativo con gruppi misti di allievi. Gli allievi potevano essere medici o psicologi ma anche filosofi, pedagogisti, insegnanti o semplicemente pazienti che accedevano a livello della formazione. Con alcuni di loro abbiamo dato vita, sotto lo stimolo di Jules Grossman, ad una esperienza di peer education, che si chiamava “Genesis”. Era un gruppo autogestito dove la formazione era una responsabilità condivisa e, a turno si proponevano, come conduttori, le proprie sperimentazioni. Le condivisioni dei partecipanti – che erano così a volte allievi e a volte formatori – contribuivano a costruire una retroazione conoscitiva della esperienza proposta. Malgrado la difficoltà di questa sperimentazione credo che il gruppo sia andato avanti per circa 3 anni. Nel frattempo l’idea di fare, come professione, la psicoterapeuta, si andava strutturando e con questa la necessità di una formazione più specifica e articolata. Una idea che poi mi avrebbe portato alla laurea anche in psicologia e alla specializzazione in analisi bioenergetica SIAB. Ma in quel momento la sperimentazione e l’apertura a panorami ampi era ancora l’interesse prioritario. Il territorio dell’esplorazione rimaneva quello della psicoterapia corporea, bioenergetica o reichiana, e delle tecniche che fiorivano attorno alla psicoterapia corporea come il rebirthing, il rolfing e alcune discipline orientali.
Avevo seguito la serie dei workshop di Jules Grossman e partecipato, come organizzatrice, oltre che come allieva, alla formazione quadriennale di Teddi Grossman. L’elemento comune di queste formazioni era il fatto che erano incentrate su un unico formatore. Anche la formazione quadriennale con George Downing, che avevo fatto successivamente, era praticamente basata tutta su di lui. Queste formazioni, per quanto proponessero esperienze diverse ed estremamente interessanti, mi lasciavano sempre molti dubbi. Troppo legate alla loro personalità, finivano per essere una esperienza ad una “voce sola”. Dissenso, dibattito ed individuazione degli allievi non erano veramente apprezzati. Questo canto solitario ed esclusivo, contagiava gli allievi che si sentivano, quasi sempre, persone “speciali” con qualità uniche e un segno del destino nel loro scenario esistenziale. Io non stavo bene nell’essere “speciale”: anzi attivava in me sensazioni di disagio, inadeguatezza, confusione e bisogno di definire i confini. La mia anima concreta, pragmatica, chiedeva di essere ascoltata. Avanzare dubbi era però una specie di “reato di lesa maestà” e questo svegliava in me l’altra mia anima, quella democratica e così tra pragmatismo e democrazia continuavo nella mia ricerca. Ero approdata intanto al GTS, una esperienza di formazione in Gestalt il cui ideatore, Ischa Bloomberg, era stato allievo diretto di Fritz Perls negli Stati Uniti. Il suo progetto formativo per me era più accettabile: costruire una comunità in formazione, in cui, con l’esperienza della convivenza residenziale e con il contributo di diversi formatori, si arrivava a formare dei terapeuti Gestalt. Lui e la moglie costituivano il nucleo centrale, il “core” della comunità, e proponevano uno stile di formazione in cui, oltre ad un intenso lavoro di gruppo, era proprio il condividere la familiarità della vita insieme, che faceva parte del processo formativo. Gli incontri duravano un fine settimana al mese e poi c’erano periodi più lunghi di residenzialità. Io avevo da poco concluso la formazione con George Downing, i suoi seminari erano condotti solo da lui, con rigore, rispetto delle regole e una relazione umana distanziante, che, credo, fosse il suo modo di intendere le regole di setting. Alla fine del percorso di 4 anni eravamo riusciti ad organizzare un seminario residenziale di 5 giorni che avrebbe costituito la chiusura del percorso formativo e che, si sperava, avrebbe dato la possibilità di un clima di maggiore condivisione con il nostro formatore. Lui aveva accettato ma, con sorpresa e disappunto, avevamo scoperto solo all’ultimo momento, a seminario iniziato, che lui avrebbe dormito e mangiato in un albergo vicino. Nel frattempo, sulla spinta del suo legame con la teoria delle relazioni oggettuali, avevo iniziato ad approfondire il pensiero psicoanalitico con la partecipazione a seminari tenuti da psicoanalisti della Società Italiana di Psicoanalisi. Mi trovavo così di fronte a due scenari opposti: una condivisione di vita attraverso la quale imparare a conoscersi per far crescere il processo riflessivo interattivo, nell’esperienza gestalt con Ischa Bloomberg, e dall’altra una modalità regolata, strutturata e a volte, molto – troppo – distante dall’esperienza concreta delle relazioni vissute anche sul piano terapeutico.
Andavo a fare la formazione in gestalt con il mio bambino, che allora aveva 10 mesi e la babysitter, un piccolo trasloco ogni volta e mi mettevo in un processo vitale, disordinato ma nutriente. Poi tornavo e il resto della mia vita era di studio degli autori del pensiero psicoanalitico, regole di setting, che in quegli anni applicavo con un rigore da “caccia alle streghe”, continuando a dibattermi su come trovare un po’ di integrazione tra questi due aspetti che erano, entrambi, parte espressiva di me. Ero giovane e con già 10 anni di formazione alle spalle eppure pativo la difficoltà di integrare le regole, la struttura, con l’esperienza vissuta che si realizzava nella relazione terapeutica. La mia giovinezza mi rendeva esuberante e insofferente. Non mi riconoscevo ancora in pieno in nessuna delle esperienze formative che avevo fatto. Ma ero convinta che sarebbe stato possibile, cercando ancora, questa integrazione.
Anche nella terapia individuale avevo già “girovagato” abbastanza. Avevo fatto 3 anni di psicoterapia selvaggia, dove io ero sicuramente più sana dello psicoterapeuta a cui dovevo continuamente mettere delle regole. Alcune anche banali, tipo non arrivare in ritardo – la terapeuta non io – non parlare dei fatti suoi, non prendersi ad esempio. Quando finalmente me ne ero andata avevo fatto 7 anni di psicoterapia individuale e di gruppo con Teddi Grossman e mi sentivo come un criceto che gira nella ruota. La terapia non procedeva e io volevo andare avanti. Avevo fatto seminari con Alberto Torre, Susan Schwarz, Giorgio Salomoni, per quello che riguardava la vegetoterapia reichiana ma non ero entrata in terapia individuale con loro.
Poi mi avevano parlato di una psicoterapeuta bioenergetica, allora presidente della Società Italiana di Analisi Bioenergetica, Gabriella Buti Zaccagnini. Chiesi un appuntamento e, mi sembra per la prima volta, mi trovavo di fronte a qualcuno che dava le regole e rimaneva vicina. Qualcuno che dava le regole e non si nascondeva dietro queste regole. Qualcuno che dava le regole e non c’era differenza tra lei e le regole. Fu amore a prima vista. Dentro quelle regole – offerte in quel modo – sentivo che potevo crescere, misurarmi con la frustrazione e che entrambe avevamo un posto. La sensazione di confusione si organizzava in contenuti elaborati. Io amo le regole. Una parte considerevole della mia psicoterapia è stata per me, cresciuta “selvaggia” sia nell’infanzia che nei primi dieci anni della mia formazione, gustare la protezione delle regole, la misura e la definizione che offrono. Non vorrei che si pensasse che sono una persona obbediente. Mettevo regolarmente a repentaglio, da vera “cattiva paziente”, tutte le regole che mi dava. E lei rimaneva al suo posto, senza raccogliere reattivamente, ma elaborando riflessivamente. E in quel momento lì, in cui disubbidivo e lei rimaneva con me mantenendo la regola, la incontravo e – uso una parola che in terapia viene vista con sospetto – la amavo. Ecco vorrei parlare della parola amore, perché alla fine, in tutto questo andare, tutto quello che mi è rimasto, di questa grande galleria di personaggi, è ciò che va sotto la parola amore. Le cose che mi hanno insegnato, quando erano solo teoriche non mi hanno veramente arricchito. Tutte le volte in cui mi insegnavano qualcosa che apparteneva davvero a loro, che era maturato nelle loro “viscere”, in quell’atto di generosità che rispecchiava un processo di integrazione, imparavo davvero. E quell’insegnamento era una delle forme molteplici dell’amore. L’amore tra docente e discente. Gli altri insegnamenti li ricordo ma si sono fermati in me solo se hanno trovato un aggancio interiore, altrimenti stanno “in archivio” come l’elenco dei numeri telefonici che ricordo a memoria.
Quando mettiamo le regole di setting, rispettiamo e “amiamo” le persone, quando permettiamo loro il dubbio, il dissenso, il conflitto, senza offenderci, “amiamo” e rispettiamo, due termini che sono per me sinonimi e sincronici, alla relazione terapeutica. Alla fine, quello che ho imparato davvero, è passato attraverso lo scambio umano rispettoso e sintonico. Quello scambio che passa attraverso il darsi e dare le regole della relazione terapeutica. Regole che non riguardano solo i pazienti ma anche, e prima di tutto, i terapeuti. Confini che definiscono la qualità, la natura e la struttura del nostro impegno reciproco. Chiediamo ai pazienti perché chiediamo a noi stessi: rigore e comprensione, approfondimento e riflessione, impegno e passione. Per me questo ha significato darmi una pluralità di voci formative integrate in una struttura. Ha significato l’integrazione tra struttura e processo creativo, in cui entrambi siano elementi riconosciuti e riconoscibili. La mia esperienza di incontro tra struttura e processo formativo è stata vissuta nella SIAB, nell’incontro di tanti diversi didatti, nell’incontro con Lowen, che ha, da subito, creato una struttura democratica di formazione, cogliendo i rischi dell’individualismo e del narcisismo nel rapporto di formazione.
Oggi penso che ognuno sceglie il proprio registro formativo, quello che è congruente con la propria struttura di pensiero e di esistenza, che tutti permettono di curare se si fa riferimento a questa integrazione tra stabilità e cambiamento rappresentata dall’interazione tra struttura e processo creativo. Una integrazione che si alimenta attraverso l’esperienza vissuta nella psicoterapia.
Avere un gruppo di formatori, impegnati reciprocamente in un processo di verifica mi sembra il modo per ridurre le propensioni narcisistiche della nostra professione. Propensioni narcisistiche che sono un rischio professionale tipico della nostra categoria. E il narcisismo toglie umanità. La relazione con gli altri, lo scambio, la verifica continua, ci permette di non cadere in questo incantesimo disumanizzante che è il rischio che corrono tutti coloro che sono coinvolti, a vari livelli, in un processo di cura. In questo senso credo che, tanto più curiamo, tanto più abbiamo bisogno di confrontarci con altri, in un processo che può e deve “metterci in discussione”, toglierci dalla protezione offerta dalla nostra competenza, per collocarci nel luogo in cui siamo umani. Il luogo della vulnerabilità.
Alla fine, tutto il mio esplorare ha questa meta: il contatto con la mia vulnerabilità. Un andare che è anche un arrivare.
Nicoletta Cinotti,
Camogli 25 Gennaio 2009